Crisi in Libia: la speranza che se ne esca con più libertà (di Claudio Lombardi)

Azioni di guerra sono in atto contro le forze armate libiche, condotte da paesi democratici in attuazione di una Risoluzione dell’ONU. Non si tratta, quindi, di una guerra contro la Libia condotta da alcuni stati occidentali . Tutti sanno, anche perché ne siamo stati spettatori giorno per giorno, che in Libia una parte della popolazione si era ribellata al governo di Gheddafi, che si era armata e che era insorta riuscendo a prendere il controllo di diverse città. Fin dentro la capitale libica era arrivata la rivolta contro la quale Gheddafi ha scatenato quel che restava delle forze armate (una parte delle quali era passata con gli insorti) e truppe mercenarie.

Tuttavia, non era in corso una guerra civile trattandosi, invece, di una rivolta di una parte della popolazione contro il governo e la forza militare da questi controllata. Ciò che è stato chiaro a un certo punto e che ha portato alla decisione dell’ONU è che Gheddafi stava usando tutti i mezzi militari di cui disponeva contro la popolazione che si era ribellata e che non aveva istituzioni e regole democratiche per imporre un cambiamento.

Ciò ha reso e rende diversa la situazione libica da altre, in questi giorni evocate da molti commentatori, nelle quali a manifestazioni contro i governi in carica si è risposto con una repressione anche sanguinosa da parte delle forze di polizia, ma la protesta non è arrivata ad assumere i caratteri della rivolta popolare armata. Per fare un esempio: nemmeno in Iran al culmine della protesta contro il regime è sceso in campo l’esercito con carri armati ed aerei contro insorti in armi.

Da parte di alcuni si obietta che le vere motivazioni della Risoluzione ONU starebbero nella volontà della Francia, della Gran Bretagna e degli USA di riassumere il controllo nel Mediterraneo anche scalzando la posizione di leader nei rapporti con la Libia che l’Italia aveva acquistato negli ultimi anni. Ciò spiegherebbe il disinteresse per altre manifestazioni di protesta in corso in stati arabi che non rientrano nelle strategie di questi paesi occidentali.

In realtà gli USA si sono spesi molto di più per la crisi in Egitto, paese che ha un peso strategico fondamentale nel nord Africa e nel Medio Oriente. E, probabilmente, non è sbagliato pensare che Francia e Gran Bretagna vogliano una crescita del loro ruolo nel Mediterraneo e che la crisi libica offra loro l’occasione per realizzarla. A ciò va aggiunto che nessuno aveva previsto quel che sta succedendo in Libia e, quindi, non esisteva, al riguardo, una strategia da attuare.

Occorre anche aggiungere che un elemento importante è la debolezza dell’Italia che nei rapporti con il paesi del Mediterraneo poteva giocare un ruolo ben più incisivo come è già accaduto in alcuni momenti nei decenni passati. I rapporti privilegiati con Gheddafi sui quali è sembrata concentrarsi la politica mediterranea dell’Italia e lo smarrimento di queste settimane nelle quali non si è riusciti ad esprimere una posizione chiara, hanno provocato un vuoto di presenza da parte del principale partner commerciale, economico e politico del governo libico. Non è difficile immaginare che altri, con idee più chiare, abbiano avvertito la possibilità di occupare quello spazio guardando al futuro.

A chi osserva che la tutela dei diritti umani contro la ferocia del potere deve essere un valore assoluto bisogna replicare che ciò è vero purché non significhi non fare assolutamente niente, in nome della parità di trattamento, di ciò che è concretamente possibile fare.

Non bisogna nemmeno trascurare il fatto che la rivolta di una parte dell’opinione pubblica nei paesi del nord Africa indica un’occasione storica preziosa per un cambiamento e un’evoluzione anche in senso democratico di una parte del mondo che è stata sempre al centro di conflitti sanguinosi e di guerre che hanno minacciato la pace mondiale.

Per questo non si possono voltare le spalle a ciò che accade. Il compito di tutto l’Occidente e dell’Europa in particolare e degli stati del Mediterraneo innanzitutto con in prima fila l’Italia non può che essere quello di fare da sponda a questo cambiamento che non si muove sull’onda del fanatismo religioso, ma avanza la richiesta di maggiore libertà per poter usare le ricchezze di quei territori al servizio di tutti e non delle oligarchie dominanti.

Ciò implica che si guardi oltre ben sapendo che il vero fine delle operazioni in Libia deve essere la possibilità che la popolazione abbia la libertà di decidere del proprio destino. Anche se questo si traducesse nella separazione di una parte del paese dall’altra. L’esistenza di uno stato unitario in Libia non può essere un dogma da mantenere massacrando la popolazione, ma deve essere, semmai, una conquista per un ipotetico futuro regime democratico.

Per questo occorre neutralizzare la capacità offensiva di un regime che non è mai stato democratico.

Come cittadini di uno stato democratico non possiamo che augurarci che la libertà e la democrazia si affermino come una condizione comune che metta i popoli nelle condizioni di partecipare alle decisioni fondamentali dei loro stati. Queste sarebbero le basi giuste e sicure sulle quali si potrebbe stabilire una stabile cooperazione economica, culturale e politica che avvicini i paesi della sponda sud del Mediterraneo all’Europa e, in generale, quelli del mondo islamico all’occidente.

Claudio Lombardi

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