Dai referendum al movimento per i beni comuni: una proposta per l’Umbria (di Gabriele Silvestri)

Dopo l’esito positivo del referendum in Umbria è stata posta l’esigenza di creare un Movimento Umbro per il Bene Comune, per quanto mi riguarda sono molto, molto d’accordo su questa  proposta, soprattutto perché penso che sia necessaria una voce fuori dal coro dell’attuale omologazione dei pensieri, che, mi sembra, accomuni in questo momento tutti i principali protagonisti della vita pubblica.

Esempio di questa omologazione è proprio la vicenda dei referendum e in particolare dei due sull’acqua pubblica. Infatti il principale partito del centro sinistra non si è mai schierato a favore di questi due referendum, fino a quando non ha visto la possibilità concreta di vincere e quindi di poter utilizzare politicamente questa vittoria. La ritrosia a prendere posizione per il SI, come d’altronde l’imbarazzo di molti amministratori locali nel commentare la vittoria, era dettata dal fatto che in quel partito vi era e vi è ancora, una corrente molto forte contraria al merito della domanda sottoposta a referendum, in sostanza sostenitrice della privatizzazione dell’acqua.

Basti pensare che importanti organizzazioni sociali del campo del centro sinistra si sono verticalmente divise e per mantenere la loro unità interna hanno preferito assumere una posizione “pilatesca”. Una di queste è la Lega delle Cooperative Nazionale che ha preso posizione solo a pochi giorni dalla fine della campagna referendaria e senza dare indicazione di voto, ma limitandosi a invitare ad andare a votare. Questo perché mentre importanti regioni, come l’Umbria e la Toscana, si sono schierate apertamente per il SI, vi erano altre regioni altrettanto importanti che invece vedevano nella privatizzazione dell’acqua e soprattutto nella garanzia per legge della remunerazione del 7% del capitale investito, un business interessante anche per loro, comportandosi esattamente come un capitalista privato.

Ora dopo il risultato del referendum a Perugia e in Umbria si apre il grande problema di uniformarsi alla normativa uscita dal voto e la cosa non è così semplice e immediata come si potrebbe pensare, anche per le amministrazioni di centro sinistra, che in alcuni casi si trovano a dover ripensare tutta l’impostazione seguita fino ad oggi.

Per questo c’è bisogno che qui ed ora si presenti sulla scena della vita pubblica regionale un Soggetto Politico (con la P maiuscola) che tenti di imporre il terreno della discussione, coinvolgendo le forze disponibili a cogliere questa occasione per far tornare l’Umbria ad essere laboratorio delle soluzioni più innovative in fatto di gestione della cosa pubblica.

La consapevolezza che realizzare un progetto del genere non è affatto semplice di questi tempi, non deve scoraggiarci, ma al contrario deve stimolarci a produrre un impegno di grande spessore, a partire dalla elaborazione di una proposta, perché questo movimento, a mio avviso, dovrà caratterizzarsi come un movimento propositivo. Questa scelta aumenta le difficoltà, perché è sicuramente molto più semplice mobilitare cittadini, forze sociali, economiche e politiche su una piattaforma di NO, ma d’altronde è una scelta obbligata se non vogliamo fare un fuoco di paglia.

Infatti i movimenti che nascono issando solo la bandiera del NO generalmente sono asfittici, privi di vita propria e sostanzialmente non autonomi, perché per ragioni intrinseche al loro essere “contro” sono strettamente dipendenti dalla controparte. Si potrebbero fare molti esempi antichi e recenti nella storia dei movimenti di popolo, ma mi sembra utile per la nostra discussione soffermarmi un attimo sulla vicenda del movimento che si è sviluppato a Perugia contro l’inceneritore dei rifiuti solidi urbani. Per carità una battaglia sacrosanta perché la scelta dell’incenerimento dei rifiuti è inutile, sbagliata e dannosa, ma quello che mi interessa mettere in risalto è la parabola di questo movimento, cresciuto immediatamente quando pareva imminente che la Regione andasse alla realizzazione dell’impianto di termovalorizzazione, per poi scemare lentamente e stancamente nel corso degli ultimi mesi quando l’istituzione regionale ha rinviato la decisione finale.

Cioè questo movimento, come altri simili, vive di luce riflessa, è dipendente dalle scelte della Regione e questo impedisce di mantenere forte nel tempo il vincolo solidale tra i soggetti che lo compongono, facilmente appare la stanchezza e la depressione, peraltro giustificata anche dalla convinzione che il movimento tornerà ad essere forte e vitale nel momento in cui la controparte dovesse decidere il sito dove costruire l’inceneritore. Allora sicuramente tutti i soggetti si ritroveranno mobilitati per guidare la lotta dei cittadini della zona interessata, ma anche allora il cartello dei NO per sua intrinseca ragione dovrà fare i conti con chi si vorrà limitare a proporre di spostare l’inceneritore di qualche chilometro, lontano dalle proprie case.

In realtà qualcuno si è accorto che la scelta di essere solo “contro” non porta da nessuna parte e ha provato a dare un’anima propositiva, proponendo una raccolta di firme sull’ipotesi rifiuti zero, ma è difficile superare i vizi di origine.

Perciò ritengo che il Movimento umbro per il Bene Comune dovrebbe caratterizzarsi da subito con una piattaforma propositiva, giocando d’attacco senza aspettare quello che proporranno le istituzioni e i partiti, assumendosi l’onere e l’onore di avanzare un’ipotesi di gestione del servizio idrico nei territori, cercando di fare i conti con i grandi problemi del settore. Non è necessario produrre una proposta esaustiva, anzi, al contrario sarà utile assumere un atteggiamento inclusivo, cioè aperto al confronto, alla discussione e alla contaminazione con tutti i soggetti interessati, ricercando il contributo positivo di chiunque cittadino singolo o forza sociale, economica e politica intenda partecipare al movimento. In questo modo si rafforzeranno i vincoli solidaristici tra i componenti del movimento, sia perché ognuno vedrà valorizzato il proprio contributo nella piattaforma comune, sia perché un movimento propositivo si nutre anche di risultati parziali che confermano la giustezza dell’impostazione strategica.

Inoltre essendo consapevoli che c’è ancora una forte corrente favorevole alla privatizzazione, che non ha affatto disarmato, ma aspetta il momento buono per ribaltare il risultato con qualche cavillo legislativo nazionale e/o regionale, che consenta comunque di coinvolgere i privati e ottenere la remunerazione del capitale investito garantita dalle bollette dei cittadini; sarà compito del nuovo Movimento cercare di creare contraddizioni nel campo avverso, coinvolgendo più soggetti singoli o associati possibili sulle proprie posizioni, al fine di portare questo scontro politico alla luce del sole e chiamare i partiti che governano le istituzioni umbre alla coerenza delle posizioni espresse.

Nel merito di una ipotesi di proposta; il punto di partenza, a mio avviso, non può che essere la volontà di impedire che il risultato del referendum sia vanificato da quanti ora sostengono in modo malevolo e strumentale che si debba tornare ad una gestione dell’acqua fatta direttamente dalla mano pubblica.

Allora la domanda da porsi mi pare essere la seguente: è possibile uscire dalla drammatica alternativa: pubblico o privato? In altre parole è possibile immaginare un sistema di gestione del bene comune acqua senza che i cittadini paghino il prezzo dell’inefficienza e del burocratismo nel caso del pubblico, oppure della garanzia del profitto e del caro bolletta nel caso del privato?

Alcuni, tra cui importanti Cooperative, già nei mesi scorsi hanno proposto di uscire da questa drammatica alternativa ripartendo dalla Costituzione e in particolare dall’art. 43 che recita testualmente: a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

In pratica la Costituzione prevede la possibilità dell’autogestione da parte degli utenti di servizi pubblici essenziali, come è il caso del servizio idrico. Si tratterebbe quindi di  costituire, in ambiti territoriali definiti, cooperative di utenti che opportunamente supportate sarebbero in grado di gestire il ciclo dell’acqua assicurando efficienza, sviluppo, equilibrio economico e assenza di profitto. Una cooperativa siffatta sarebbe un soggetto di fatto pubblico, perché composto dagli utenti, che opererebbe in regime di diritto privato, quindi con l’obbligo di rispondere in modo efficiente ed economico alle domande del mercato, che in questo caso coinciderebbe con i proprietari della cooperativa.

Una Cooperativa di utenti garantirebbe piena trasparenza della gestione, come è obbligatorio per legge; in particolare ciò è importante in vista dell’esigenza di effettuare ingenti investimenti nella rete idrica, per ovviare alla cronica dispersione di questa risorsa naturale che diventa sempre più scarsa. In una regione come la nostra dove gli acquedotti a volte risalgono ancora al medio evo, come nei centri storici, c’è assoluto bisogno di importanti investimenti, questo significa che nei prossimi anni nella bolletta dell’acqua si dovrà per forza di cose riverberare il costo di questi investimenti. Pertanto in un trend di aumento del prezzo del servizio la trasparenza è un fattore fondamentale per rendere i cittadini pienamente consapevoli di quello che pagano. E la cosa non mi sembra affatto trascurabile!

A ciò si aggiunge il dato positivo che una siffatta cooperativa per sua stessa natura chiuderà i bilanci in pareggio, senza gravare le bollette dell’acqua della percentuale di profitto che ovviamente sarebbe dovuta in caso di privatizzazione.

Inoltre una cooperativa di utenti con una governance democratica, garantirebbe al cittadino di essere ascoltato nelle sue esigenze e di chiamarlo a contribuire al controllo sul funzionamento del servizio, pur assicurando che l’interesse privato non diventi preminente rispetto all’interesse pubblico degli altri utenti.

L’azionariato popolare è condizione necessaria ma non sufficiente per avere una gestione del servizio idrico all’altezza di quello che comporta il considerare l’acqua un bene comune, infatti anche in un regime di autogestione esiste il rischio del prevalere di una visione tecnocratica da parte del management e/o di una impostazione legata agli interessi e al punto di vista degli utenti contemporanei, che non tenga conto cioè delle generazioni future.

Per questo sarà necessario che nella governance della cooperativa di utenti sia previsto un ruolo per le istituzioni locali e per le associazioni dei cittadini consumatori per dare applicazione alla normativa sul controllo democratico della gestione del servizio. In altre parole per avere una gestione del bene comune acqua rispettosa di tutte le esigenze e di tutte le problematiche che ciò comporta, ritengo necessario prevedere, sia nel controllo della gestione che nei momenti di decisione strategica, la presenza con un ruolo attivo dei sindaci del territorio e delle organizzazioni dei consumatori, al fine di garantire che tutti i soci utenti chiamati a prendere le decisioni secondo la regola delle cooperative, una testa un voto, possano essere partecipi di una discussione e di confronto propedeutico alle deliberazioni in cui pesino le valutazioni tecniche ma anche le considerazioni politiche valide per gli utenti di oggi e per quelli che verranno, a tutela del bene comune acqua che è di tutti e di nessuno ora e in futuro.

Mi fermo qui per quanto riguarda l’argomentare nel merito della proposta dell’autogestione del servizio idrico da parte degli utenti, sicuramente ho tralasciato qualche problema, che andrà affrontato prima nella fase di costituzione del Movimento Umbro per il Bene Comune e poi nel confronto che dovremo aprire con tutti i soggetti sociali, economici e politici della regione singoli e/o associati, con quell’atteggiamento inclusivo che dicevo sopra.

In conclusione va detto che per diventare realtà un proposta del genere abbisogna di una classe politica che abbia una maturità profonda, uno sguardo che vada oltre il contingente, per vedere l’opportunità che si è aperta con la vittoria dei SI al referendum. Il raggiungimento del quorum ha messo in evidenza una grande volontà di partecipazione espressa da milioni di cittadini che va valorizzata, anche con una ipotesi di gestione pubblica dell’acqua originale ed innovativa.

In fin dei conti in Umbria la proposta concreta da avanzare a tutte le forze sociali, economiche e politiche umbre potrebbe essere proprio quella di aprire una percorso partecipativo nell’ambito di una discussione nel Consiglio Regionale e nelle Commissioni Consiliari per verificare la fattibilità di una legge regionale che affidi a Cooperative di utenti, appositamente costituite, la gestione dei Beni Comuni, a cominciare dall’acqua. Per poter quindi sperimentare concretamente in un determinato territorio l’autogestione del servizio idrico, tornando a fare della nostra regione il luogo della sperimentazione di soluzioni nuove nel panorama politico-amministrativo, come fu agli albori dell’esperienza regionalista.

Gabriele Silvestri

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