Dal Vajont a L’Aquila, la lezione dimenticata (di Marco Paolini)

marco paolini«In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona, non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo! Non uno di noi moscerini vivo se la natura si decidesse a muoverci guerra».

Queste parole le scriveva Giorgio Bocca su Il Giorno venerdì 11 ottobre 1963 e quell’articolo, bellissimo, così come quello di Dino Buzzati, lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, così come quello di Indro Montanelli sulla Domenica del Corriere, erano sbagliati. Bellissimi ma sbagliati. La diga del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. (…)

L’atteggiamento della società civile nei confronti della tragedia del Vajont e del terremoto a L’Aquila è differente. Il tempo, oltre che i chilometri, separa i due eventi. Ma a me interessa qualche elemento che invece li accomuna. Per capirli guardiamo i processi di primo grado de L’Aquila (il processo per il disastro del Vajont fu trasferito a L’Aquila ndr): quello cominciato il 29 ottobre 1968 e quello conclusosi il 22 ottobre 2012. (…)

vajontAlla sbarra, nel primo processo: dirigenti, tecnici e consulenti della diga del Vajont. Nel secondo: dirigenti, tecnici e consulenti, membri della Commissione grandi rischi della Protezione civile per il terremoto a L’Aquila del 6 aprile 2009.

Come i grandi giornalisti, forgiando l’opinione pubblica nel 1963, offrivano giustificazioni ai responsabili della tragedia del Vajont, così la comunità scientifica, nel 2012, scomodava persino Galileo e il suo famoso processo per eludere giudizi sull’operato dei propri componenti. (…) Non ho nessuna autorità per fare valutazioni su competenze altrui, ma il coro di proteste per una sentenza che metteva pesantemente in discussione l’operato «della scienza» (….) non mi hanno dato solo fastidio, mi hanno preoccupato e intristito perché sembravano così simili a quanto è successo al tempo del Vajont.

disinteresse opinione pubblicaPer contro, è anche vero che molte cose sono cambiate da quel 1968: la nostra idea dell’uomo e della natura, la consapevolezza dei diritti. Oggi le vittime a volte si vendicano. Nei confronti di alcune auctoritas le parti si sono rovesciate. Un esempio: sempre meno i giovani medici scelgono chirurgia, perché è la specializzazione più esposta a cause civili. (…) Dopo il Vajont, sull’onda dell’«indignazione popolare», per molti anni nessuno ha più costruito una diga in Italia. Non fare non è la soluzione, serve solo a far dimenticare in attesa di ricominciare come prima. Ma se provassimo a ragionare a mente fredda, invece che sull’onda delle emozioni, davanti alle catastrofi potremmo cominciare a vedere responsabilità collettive che prima o poi arriverebbero fino a noi stessi, che magari siamo lontanissimi dai luoghi delle catastrofi. (…)

La storia del Vajont è un esempio di come non si devono calcolare i rischi, di come non si devono gestire le emergenze in tutta la catena di comando e nelle istituzioni preposte al controllo. Raccontarla è stato un esercizio di educazione alla prevenzione. In qualche caso è successo. Il racconto del Vajont, per esempio, ha aperto gli occhi a molti studenti di geologia che nei loro testi scolastici trovavano la frana del Toc descritta e trattata in modo asettico, senza alcuna domanda imbarazzante sul ruolo subalterno della geologia all’ingegneria, vera protagonista dell’impresa di progettare e realizzare a ogni costo la diga ad arco più alta del mondo, in una gola ai piedi di una montagna chiamata Toc, cioè pezzo, frammento, scheggia.

dibattito pubblicoUna possibilità di comprendere le nostre responsabilità è aprirsi alle ragioni di tutti. Ho sempre cercato di mettermi nei panni proprio di quei tecnici che hanno progettato la diga, anche nell’aula del processo. Si chiama pietas.

È una pratica antica: senza pietas verso gli imputati non si può comprenderne l’errore, il loro errore. Senza comprendere le ragioni degli imputati abbiamo solo dei colpevoli, criminali, gente “diversa” da noi. È molto rassicurante. Ma solo comprendendo gli errori degli imputati possiamo evitare di ripeterli. Gli imputati, quando ammettono l’errore, specie quando assume la dimensione della tragedia, tendono a ridimensionare il proprio ruolo, giustificandosi con gli errori altrui. La “società civile” non deve comportarsi nello stesso modo. Comprendere — che non significa giustificare — condividere, è l’unica strada. (…)

Il processo di primo grado per la catastrofe del Vajont finì il 17 dicembre del 1969 con condanne lievi rispetto alle richieste. Il tribunale riconobbe il reato di omicidio colposo per il mancato allarme alla popolazione, ma non riconobbe la prevedibilità della frana. E invece una lunga serie di accadimenti mostrano come la frana fosse studiata, osservata, temuta da anni. (…) Il processo alla Commissione grandi rischi de L’Aquila si conclude con una sentenza che accusa i componenti di negligenza, imprudenza, imperizia, valutazione approssimativa e generica della portata dell’evento (…) per aver fornito informazioni incomplete e contraddittorie (…) alla cittadinanza aquilana (…). La sentenza quindi non accusa gli imputati per il mancato allarme, come nel caso della sentenza sul Vajont, perché i terremoti, a differenza delle frane, non sono prevedibili. La Commissione è stata accusata di aver fornito informazioni rassicuranti, con esito disastroso. (…)

terremoto AquilaIl primo pensiero dopo la sentenza de L’Aquila, che accusa la Commissione di aver sbagliato la comunicazione del pericolo, è: ma la Commissione grandi rischi dovrebbe essere uno strumento di valutazione, non di comunicazione, dovrebbe fornire, a chi ha la responsabilità e il ruolo, gli argomenti per decidere. Perché allora chiedere a tecnici e scienziati di «comunicare»? Perché esporli alle domande dei giornalisti, al «circo mediatico»?

Vediamo brevemente come sono andate le cose. L’Aquila da quattro mesi era investita da uno sciame sismico culminato in una scossa più forte il 30 marzo 2009. Per dare una risposta alla paura e alle domande dei cittadini fu organizzato questo consulto di luminari al capezzale del malato. (…) Ecco: andrebbe raccontata minuziosamente la storia di quel rischio per capire bene le questioni che abbiamo di fronte oggi e che in nuce, si intravedevano negli anni Sessanta, ai tempi del Vajont. Le questioni sono il crescente dominio dell’informazione e del ruolo degli scienziati in un mondo in cui la realtà la fanno gli uffici stampa piuttosto che i tecnici e gli studiosi. E infine, in questa complessità, il ruolo dei politici.

coinvolgimento cittadini(…) E noi, noi cittadini, voglio dire, abbiamo il dovere di pretendere che gli scienziati non facciano abuso di ruoli e di auctoritas per vendere pacchetti preconfezionati di notizie e opinioni a buon mercato. Chi non lo fa merita grande attenzione e rispetto. (…)

Quello che serve è un’altra cultura, con regole non scritte di cittadinanza. Regole fondate su una giustizia non punitiva ma riparatoria. La punizione dei chirurghi, come di geologi, di sismologi e di ingegneri, serve solo da deterrente alla conoscenza, serve a scoraggiare le imprese. Ma non possiamo rinunciare alla riparazione, che passa attraverso la comprensione profonda degli eventi, attraverso la definizione di realtà condivise, in equilibrio tra concretezza empirica e comunicazione. (…) A noi stessi dobbiamo chiedere di più e aspettarci di meno: di spalare la neve davanti a casa nostra e anche un po’ più in là, di segare l’erba, perché un Paese fatto al settanta per cento di montagne non può che affidare la sua manutenzione a chi decide davvero di abitarlo. Anche perché prendersi cura del territorio costerebbe molto meno che rimediare ai disastri dell’incuria. (…)

Sembrerà poca cosa rispetto alla dimensione delle catastrofi, ma il senso di un anniversario, perché il 9 ottobre del 2013 sono cinquant’anni della tragedia del Vajont, è prendersi cura dei vivi almeno quanto ricordare i morti. A Erto, a Longarone, a L’Aquila ci sono due vite, non sono così distinte, ma un modo di vivere finisce con le ultime generazioni che sanno ancora prendersi in carico la manutenzione di una porzione di territorio. Appaiono anacronistici come ogni specie in via di estinzione, ma non lo sono.

Tratto da un testo pubblicato da la repubblica il 22 settembre 2013

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