Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (seconda parte)

codecisioneNella prima parte di questa intervista hai sottolineato più volte che la partecipazione dei cittadini deve essere diretta cioè non preformata sulla base di decisioni già assunte a monte. Che si tratti di partiti, di associazioni o di sindacati il salto da fare è passare dal livello della consultazione a quello della codecisione. Ora, mi chiedo, i partiti che ruolo hanno in tutto questo?

I partiti hanno una bella verifica su questo terreno, ma soprattutto ce l’ha la sinistra perché ha tutto l’interesse al fatto che i cittadini prendano il più possibile la parola; la destra, invece, ha una matrice culturale diversa e propende verso altre gerarchie decisionali (si va dai tecnici, a gruppi di comando ristretti fino ad arrivare ai furbi che si arrampicano sulla scala gerarchica).

Su questa impostazione ovviamente si discute e ci si divide: io non penso che la funzione del partito politico sia quella di sequestrare a sé la decisione pensando di possedere sempre le conoscenze più avanzate per deliberare. Dico questo perché io sono di sinistra e penso che bisogna rendere sempre più uguale e diffuso il diritto a prendere la parola e sono fermamente convinto che un partito di sinistra non può che ricondurre la propria azione a questi valori. Valori che corrispondono ad ideali, ma anche a linee strategiche che poi si devono tradurre in atti concreti.

dibattito pubblicoIntendiamoci, dò per scontato che gli iscritti a un partito si ritrovino su posizioni simili perché frutto di confronti e discussioni. Ma non credo che ci debba essere una disciplina, un vincolo quando si va al confronto con i cittadini. Se si condivide una cultura politica di sinistra non può che esserci dibattito. Se io militante (o dirigente), invece, penso che la mia funzione essenziale sia quella di conquistare il consenso alle scelte del partito (e se il partito governa, anche alle scelte dell’amministrazione) allora la partecipazione scende e c’è anche una crisi di cultura politica. Io credo, invece, che la funzione essenziale del partito sia quella di sollecitare la presa di parola anche quando può risultare sgradevole.

Il pericolo più grande che corre la politica oggi è l’exit non la voice. Quando facevo l’assessore e alle assemblee del dibattito pubblico venivano persone a parlare e urlavano e si incazzavano ero contento perché se la gente ha voglia di venire alle assemblee, di parlare e anche di urlarti contro ebbene è sempre meglio dell’exit. Oggi il vero pericolo per la politica è che la gente se ne vada in silenzio, è il fatto che la gente non vada più a votare; laddove c’è voice c’è anche meno astensionismo.

democrazia dei cittadiniStai dicendo che la sinistra dovrebbe fare della partecipazione diretta dei cittadini una sua bandiera?

Sì dovrebbe farne una sua bandiera e anche un carattere identitario per arrivare però ad atti concreti. Per questo dico che ci vorrebbe una legge che renda la partecipazione obbligatoria come nel débat public, anzi, meglio che nel modello francese, per esempio con l’uso delle nuove tecnologie che, però, da sole non servono a molto. Sarà che sono un vecchio sindacalista abituato a fare assemblee su tutto, ma io vedo la tecnologia (parlo della rete ovviamente) che accompagna e non sostituisce il contatto diretto. Qua vedo un’altra discriminante: io non sono perché la gente dica sì o no su un quesito e basta; io voglio che la gente partecipi anche alla formulazione del quesito cioè che possa cambiarle le regole del quesito non subirle. Non credo alla democrazia ridotta ai referendum continui (anche se poi lo strumento referendario ci deve essere) nei quali si può dire solo sì o no su un quesito già strutturato.

Tu allora vedi un partito politico che sia anche  un canale di formazione delle decisioni, una specie di facilitatore del confronto tra cittadini e istituzioni?

parole partecipazioneAssolutamente sì, se io penso al partito del futuro penso a un partito che ha sempre le porte aperte. I meet up mi piacerebbe che li facessero nel Pd (o anche in altri partiti) perché le porte aperte sono sempre meglio delle porte chiuse. L’ho già detto che la cosa che temo di più è l’exit e non la voice e chi ha paura di esser contestato è pazzo, la contestazione è il sale del confronto.

Non bisogna aver paura della partecipazione perchè rappresenta la possibilità di concorrere direttamente al bene pubblico cioè alla risoluzione concreta dei problemi. E non solo a parole, ma con i fatti. Per esempio se i cittadini decidono di gestire direttamente uno spazio pubblico è meraviglioso perché è una mobilitazione di energie fisiche, morali, intellettuali per una cosa giusta. Qua incontriamo la grande questione della sussidiarietà: c’è quella verticale alla Comunione e Liberazione per cui si tratta della pura e semplice sostituzione del pubblico col privato; e c’è un’altra idea di sussidiarietà che è invece connessa all’idea di cittadinanza attiva, una sussidiarietà circolare in cui la presenza attiva dei cittadini cambia anche sostanzialmente il modo di fare amministrazione, il modo di lavorare degli uffici pubblici. Da noi abbiamo un’idea di pubblica amministrazione in cui è lecito quello che è ordinato, non è lecito quello che i cittadini sono in grado di costruirsi da soli. Non dimentichiamo che la Costituzione mette al centro la persona e quindi implica anche il valore della cittadinanza attiva. E ricordiamoci del grande valore del volontariato che rafforza ogni campo nel quale agisce la sussidiarietà anche quello, cui tiene molto il Terzo Settore, dell’impresa sociale.

pericoloDue parole sul Pd. Oggi il Pd appare come un laboratorio politico e sembra che la spinta che viene dalla base debba portare a grandi cambiamenti. È così?

Il Pd vive una crisi profonda del suo gruppo dirigente storico; questa spinta dei militanti e degli elettori nasce dall’indignazione per il governo con il Pdl e dal punto a cui ci ha portato il gruppo dirigente attuale. Ma io, come Fabrizio Barca, ho paura del doroteismo cioè di gente che ha sempre avuto un certo stile di direzione e che adesso dice “sono d’accordo con Barca” e lo dice perché poi tutto venga ricondotto all’interno di dialettiche ben conosciute e che non han portato da nessun parte. Per cui il Pd appare adesso un grande laboratorio come dici tu, ma poi al congresso ci deve essere un rinnovamento radicale perché se poi tutta questa spinta viene ricondotta ad una divisione tra quelli che sono per D’Alema quelli che sono per Renzi  allora esplode il laboratorio.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

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