Dall’epidemia al futuro: riflessioni di un cittadino

Per chiunque abbia una sensibilità che vada oltre la situazione contingente e una capacità di vedere più ampia rispetto alla sua condizione individuale è facile individuare l’attuale epidemia come un momento di portata storica.

Si dice spesso che la Storia insegna ed infatti i parallelismi storici si sprecano in questo periodo: dalla crisi del ‘300 all’epidemia di Spagnola di inizio ‘900 i paragoni possono essere tanti.

Ma la Storia non si ripete mai allo stesso modo. Per chi ha gli strumenti culturali è interessante cercare similitudini nel passato e provare a non navigare a vista nel caos mondiale che si sta producendo.

L’Italia viene da una collocazione Geopolitica ben definita: stato semiautonomo facente parte dell’ area di influenza USA da ormai settant’anni.

L’Italia vive nell’ Eden di Ordinolandia (rubo la definizione all’ autorevole rivista Limes) e si trova ormai da una decina di anni, ovvero dallo scoppio delle primavere arabe, al confine con quella che viene definita Caoslandia, quella parte di mondo travagliata da problemi di natura sociale, religiosa ed economica che hanno portato una parte non indifferente della popolazione mondiale a vivere in uno stato di profonda anarchia e instabilità. Il Mediterraneo è il confine, o uno dei confini tra queste due realtà.

L’Italia è paese fondatore dell’ Unione Europea e questo è il contesto che ha permesso l’esistenza di un’area entro la quale si sono affermati e sono stati tutelati al massimo livello valori di benessere, libertà civili e giustizia sociale.

Tuttavia l’Italia è stata negli ultimi trent’ anni cioè dalla fine della prima repubblica, un attore passivo della politica internazionale. I gruppi dirigenti politici che hanno governato sia di destra che di sinistra hanno guidato il Paese con una visione di lungo periodo miope, focalizzandosi solo su interessi interni o di parte a breve e brevissimo respiro.

La nostra politica estera è spesso andata a rimorchio di interessi americani (vedi il massiccio impegno in Afganistan del tutto estraneo agli interessi nazionali) o delle amicizie personali dei singoli politici (Putin, Gheddafi).

Dopo l’ 11 settembre, però, il mondo è cambiato. Gli Stati Uniti hanno deciso di mobilitare il loro impero per cercare un nemico invisibile e inafferrabile (il terrorismo), e affermare il modello americano anche in quei luoghi estranei culturalmente, come i paesi arabi e musulmani. Ne è derivato un deterioramento rapido e imprevedibile dell’ ordine mondiale. Nel vuoto di potere che ne è seguito hanno cercato a forza spazio di affermazione nuovi attori mondiali (come la Cina e in parte la Russia) o regionali (come l’Iran, l’Arabia Saudita e la Turchia).

Lo spostamento del baricentro mondiale dall’ Atlantico al Pacifico (non è più l’Europa il centro delle attenzioni USA come fu durante la guerra fredda, bensì il sud est asiatico, in chiave di contenimento cinese) ha lasciato più margine d’azione agli “alleati” europei. Ma l’Impressione è che, almeno nel caso dell’ Italia, una élite atrofizzata da molti anni di miopia politica non sappia cosa fare e non abbia in mente alcuna visione a lungo termine.

Il tema del cambiamento ambientale è entrato in maniera dirompente in qualsiasi ragionamento politico fatto da persone assennate. Non più il petrolio o l’uranio, ma probabilmente terre fertili, clima bonario e acqua potabile saranno le risorse per cui si combatterà in un futuro che temo non troppo remoto.

Recentemente abbiamo visto il nascere di una gran serie di conflitti, molto violenti e l’insediarsi di dittatori cinici e pericolosi (un dittatore è sempre pericoloso rispetto ad una democrazia in quanto non ha controbilanciamenti di alcun tipo che lo possano fermare) attorno ai confini europei. L’Europa è immersa in un mondo instabile.

Gli USA sono in difficoltà, hanno un presidente che esprime una visione politica di chiusura e isolamento ed egoismo nazionale come non si vedeva dal primo dopoguerra.

La Cina è in espansione, non più solo economica ma anche e soprattutto della sua sfera di Influenza, così come la Russia, entrambe intenzionate a giocare partite ben al di fuori dei loro confini nazionali. Noi al momento siamo uno spazio ricchissimo e debolissimo. A fronte di una ricchezza e un’economia che primeggia nel mondo abbiamo uno scarso peso politico e nessuna autosufficienza militare.

Sorge il parallelismo con gli stati Italiani del ‘400. In Italia vi erano 5 stati principali: Venezia, Firenze, Milano, Papato e Napoli. Questi creavano la zona più ricca e “industrializzata” se possiamo usare questo termine improprio, d’ Europa. Vigeva un concordato di non ostilità tra i vari stati, e di “solidarietà” in caso di minacce estere. Lentamente, con il consolidarsi delle potenze nazionali come la Francia e la Spagna l’inattività degli stati Italiani per quanto ricchi li ha portati ad una situazione di impotenza di fronte a questi colossi. Una impotenza che si è manifestata con stupore durante la calata di Carlo VIII che, come disse Machiavelli, “conquistò l’Italia con il gesso” perché nessuno degli stati Italiani ebbe il coraggio di opporsi. Da quella dimostrazione di debolezza iniziò il nostro assoggettamento allo straniero che continuò fino all’unità d’ Italia e quindi fino a quando, secoli dopo, non si presentò l’ occasione in un rinnovato ordine mondiale.

Oggi bisogna saper cogliere l’occasione per costruire un futuro autonomo. Le sfide che ci si pongono davanti sono inquietanti. È quanto mai necessario che siano gli europei a decidere per gli europei nel loro interesse. L’ unico modo nel quale realisticamente si può auspicare una soluzione positiva a tutte le crisi in atto (sanitaria, ambientale, economica, migratoria, sociale e diplomatica) è attraverso la fondazione di uno stato federale europeo. Un governo sovranazionale con incarichi di politica estera, difesa, economia, ambientale, oltre alle competenze già in capo all’ Unione attuale. La stessa uscita del Regno Unito per quanto triste è un’ occasione.

Non riesco a vedere in quale altro modo uno stato singolo per quanto forte come la Germania o la Francia e men che meno l’Italia, possa uscirne bene. Rimanendo così come siamo ora, con una Unione Europea inesistente sul piano politico, o ancora peggio, tornando indietro al sistema degli stati nazionali svincolati gli uni dagli altri oltre a rischiare di essere inghiottiti da caoslandia, corriamo anche il rischio di diventare una preda molto ambita da spartirsi al tavolo delle grandi potenze.

Con tutte le critiche che si possono fare a questo governo io sono molto contento che l’ Italia si sia esposta come capofila firmatario di una lettera di altri 9 paesi tra cui anche la Francia (il cui peso è indiscutibilmente maggiore del nostro) che va a mio parere nell’ unica direzione possibile se ci si vuole dotarsi di mezzi per provare a gestire un futuro incerto. Le crisi sono momenti difficili, ma sono anche momenti di opportunità per chi si mantiene lucido e per chi sa cosa vuole.

Claudio Marchetti

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