Dall’Europa lo spazio per la rivincita dei giovani (di Angela Masi)

Una generazione che invecchia combattendo la nostra…. Una generazione indignata, una generazione che non riesce ad esprimersi se non all’interno del disagio, arrabbiata, sofferente, senza diritto alla realizzazione di un progetto futuro, senza possibilità di scelta, ma che ha davanti a sè la sfida e la responsabilità del cambiamento, nonché la certezza di poterci almeno pensare a quei progetti per il futuro.

Siamo abituati ad un’idea di giovani senza futuro perché i progetti di vita non decollano. Anche se si è culturalmente preparatissimi non si riesce ad accettare che le risorse economiche siano state mangiate dalle generazioni precedenti e da un sistema corrotto e corruttibile.

I nostri padri e i nostri nonni hanno vissuto come se, dopo di loro non ci fosse nessuno: dalle risorse naturali del Pianeta, alla cura della democrazia, dalla crescita culturale all’investimento sulle generazioni future. Sono caduti quei principi per cui la cosa migliore che un essere umano possa fare è lasciare, a chi viene dopo, qualcosa in più e non in meno, rispetto a quello che ha trovato, consapevoli che il mondo in cui si nasce lo si prende in prestito dai propri figli e bisogna prendersene cura.

A trent’anni, oggi, si è assolutamente consapevoli (e purtroppo si nutrono poche speranze) che non è possibile affidarsi completamente e ciecamente alle soluzioni proposte dalle Istituzioni. Il sistema di welfare, di cui tanti in passato si sono giovati comincia a perdere le sue fondamenta perché cambiano i protagonisti. E le Istituzioni sono troppo lontane dai loro problemi reali. Bisogna che questi nuovi soggetti abbiano un ruolo e siano parte attiva per dire cosa è oggi la realtà e quali sono i bisogni da soddisfare. Sono loro, adesso, i protagonisti interessati alla tutela di quei diritti che sono costituzionalmente e universalmente garantiti e non possono accettare che siano messi da parte con la semplice motivazione che non ci sono più i soldi. Ad occuparsene, però, devono essere le nuove generazioni e l’Europa deve fare la sua parte.

Già, perché checché se ne dica, in contesti problematici come il nostro è l’Europa che, in forme diverse, ha creato spazi di rivendicazione giovanile attraverso lo stanziamento di fondi strutturali, nonché attraverso la creazione di programmi di studio e ricerca: dall’esperienza ”Erasmus” a quella “Leonardo da Vinci”.

Il programma Erasmus, nato nell’ormai lontano 1987, ha creato per migliaia di studenti europei la possibilità di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università. Il progetto fu creato per educare le future generazioni di cittadini all’idea di appartenenza all’Unione Europea.

Insomma è difficile immaginare che i giovani europei pensino a sé stessi come cittadini fuori dell’Europa. E’ fantascienza.

Tanto più che i blog di studenti, in giro per il web, parlano di esperienze assolutamente positive di scambio interculturale ed il programma sembra raggiungere, nella maggior parte dei casi, il suo obiettivo principale: far sentire ai giovani la cittadinanza europea.

Sono gli stati nazionali ad essere in ritardo e sarà il caso che prendano più sul serio quell’idea di unione politica europea e non solo di comunità economica europea che sta scritta nei trattati e nelle dichiarazioni ufficiali in maniera solenne. Ormai è chiaro che la ricetta della crisi sta oltre la BCE e il sistema finanziario.

Forse i giovani, così abituati a questa idea di Europa hanno qualcosa di interessante da dire e da proporre fuori dalle ideologie e fuori dalle logiche di partito che sino a questo momento hanno governato gli Stati Nazionali?

Sì è arrivato il tempo di far loro spazio. Il tempo dell’immobilismo è finito da un pezzo e forse, qualcuno, dovrebbe godere del privilegio della vecchiaia.

Dal mio punto di vista ogni parola ha il suo peso e, quindi, bisogna stare attenti a non far nascere fenomeni di populismo che porta sempre con sé aspettative inutili e la rabbiosa attesa delle generazioni future che si illudono di raccogliere i frutti lasciati dai padri e, invece, scoprono che non ci sono mai stati.

Chi è venuto prima, però, deve assumersi la responsabilità ed acquisire consapevolezza del suo ruolo. Ogni sistema, sia esso sociale, economico, politico ha una struttura all’interno della quale vi sono dei ruoli che, per far funzionare quel sistema devono essere rispettati.

Inserendo nel motore di ricerca di google le parole “patto generazionale” i risultati sono 19.400. Le prime due pagine di risultati e i relativi articoli che si aprono ne parlano in relazione alla “questione giovanile”. Mai nessuno che ne parli con un’accezione contraria e cioè “la questione dell’anzianità o la questione del vecchio”: forse è brutto etimologicamente ma, se esiste una questione giovanile, non può che essere in rapporto al suo contrario.

Vero è che viviamo un momento storico in cui ogni età ha le sue priorità e ogni età attraversa un momento di crisi. Non c’è spazio per i giovani, insomma, così come non c’è spazio per i vecchi. Quale momento più favorevole per ripensare interamente il modo di stare in questa società?

L’idea di patto generazionale che mi piacerebbe sposare è, appunto, dentro l’Europa. Quella per cui chi ha qualcosa da insegnare e tramandare, chi ha costruito un’identità  lavora insieme a chi ha qualcosa da imparare da quell’identità storica che, però, deve essere bagaglio culturale e non ostinazione a volerla imporre ad una realtà che è cambiata e che può essere arricchita e vissuta solo da chi è protagonista di quel cambiamento: la generazione nuova in una Europa dinamica.

Angela Masi

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