Diario Lombardo della pandemia: la parola ai numeri

Il caso Lombardo fa sicuramente riflettere e discutere. Alla fine di febbraio la mia vita scorre abbastanza normale a Milano, tra il mio ufficio in centro e il mio appartamento nella semiperiferia di Milano est, poche traverse oltre la circonvallazione esterna. Io sono tra quelli che, senza particolare attivismo, sostengono “Milano non si ferma”. Un giorno iniziano a contingentare gli ingressi alla mensa aziendale e decido di andare al Mercato, in Piazza del Duomo, una realtà a metà tra un fast food ed un ristorante. E’ praticamente vuoto, siedono ai tavoli solo 2 o 3 ragazzi che lavorano come commessi alla Rinascente. Sono stupito, perché tutto sommato penso che se la situazione è stata gestita con duemila o tremila morti in Cina, noi qui in Lombardia, regione di punta di un paese che secondo Bloomberg è al quarto posto al mondo per efficienza del sistema sanitario, non ci accorgeremo nemmeno dell’emergenza. Sono più preoccupato degli effetti economici della paura che del virus.

Andiamo avanti; gestiamo l’emergenza; chiediamo agli ospedali di fare scorta di mascherine e respiratori (le prime indicazioni in tale senso risalgono alla seconda metà di gennaio); lasciamo che la gente non si accorga nemmeno di ciò che sta succedendo. E’ questo l’approccio condiviso nella seconda metà di febbraio dall’Istituto Superiore di Sanità, dal Ministero della Salute, dal Governo, dalla Regione Lombardia. Tutti sono come me preoccupati dal rallentamento dell’economia.

Questo approccio si schianta ai primi di marzo sulla realtà, sui morti, sulle terapie intensive al collasso, sulle autocolonne che trasportano feretri, sui prodromi di quella che nella Provincia lombarda sarà la decimazione della generazione degli ottantenni, l’ultima che può raccontare per esperienza diretta gli orrori della guerra. Fanno il giro d’Europa le immagini dei posti letto ricavati in una tenda a Bergamo.

L’Italia è il paese occidentale che, per primo e con intensità senza paragoni adotta misure restrittive, a partire dalla concitata notte tra il 7 e l’8 marzo. Credo che tale scelta più che dal numero dei morti e dei contagi sia determinata dalle terapie intensive al collasso, un problema in gran parte lombardo, perché, mentre i posti in terapia intensiva ai primi di marzo sono quasi finiti in Lombardia, nei vicini Veneto ed Emilia Romagna si gira al 50-60% della capacità. Alla Lombardia allo stremo arriva il soccorso della Germania e delle regioni del sud che accolgono pazienti lombardi nei loro reparti di terapia intensiva.

Ora vediamo i numeri, per esempio quelli del 2 maggio. Sul tutto il territorio nazionale si rilevano 1.900 nuovi contagi, di cui però 533 sono in Lombardia, 495 in Piemonte, circa 520 nel complesso tra Liguria, Emilia Romagna e Veneto. Nessun nuovo caso in Calabria, tra 1 e 3 casi in molte regioni del Sud, in Valle d’Aosta in Umbria. Le Province che preoccupano di più, con l’eccezione di Torino, si trovano tutte in Lombardia: Milano, Brescia, Bergamo, Cremona. Secondo il bollettino medico di ieri dall’inizio dell’epidemia in Italia  si contano 28.710 morti, di cui 14.182, ovvero circa il 49,5%, in Lombardia. La Lombardia inoltre stacca anche tutte le regioni in termini di:

  • Letalità, ha il 18,4% dei decessi sui contagi censiti. Emilia Romagna e Veneto fanno registrare circa il 14%, il Piemonte l’11,5%, la Toscana meno del 10%, il Veneto circa l’8%. La media nazionale è del 13,72%
  • Morti ogni 10.000 abitanti, ne ha 14, contro i 7-8 di Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna ed i 3 del Veneto. La media nazionale è di 4,8

In Lombardia inoltre, purtroppo, si conta il 6,2% dei decessi certificati nel mondo contro lo 0,13% della popolazione mondiale. Possibile che in alcuni paesi siano state occultate morti di coronavirus. Un uomo di numeri come me sa che il problema di ogni contabilità internazionale è che è difficile far fare i conti a tutti allo stesso modo, ma come sono sottostimati in numeri all’estero sono sottostimati quelli della Lombardia, questa possibilità è stata ammessa anche da Silvio Brusaferro dell’Istituto Superiore di Sanità.  I morti in Cina probabilmente sono oltre 40.000 e non 4.000, ma nelle provincie di Bergamo, Brescia e Cremona potrebbero essere sfuggite al calcolo diverse migliaia di morti per covid-19.

La maggioranza a trazione leghista sostiene che la Lombardia è stata investita da un’onda che non ha colpito in modo analogo alcun altro contesto al mondo. La Lombardia pagherebbe il fatto di essere stata colpita prima e più duramente degli altri. La realtà però non sembra prestarsi a tali letture univoche. Il focolaio di Codogno, provincia di Lodi, viene individuato il 21 febbraio, più o meno negli stessi giorni di quello di Vo’, provincia di Padova. Il 23 Febbraio viene istituita con lo strumento del decreto legge quella che nel gergo viene definita zona rossa sia a Vo’ che in dieci comuni del Lodigiano. Se la Lombardia e il Veneto sono  colpite negli stessi giorni dall’epidemia ed in Lombardia si contano 14 morti ogni 10.000 abitanti contro i 3 del Veneto forse in Lombardia molte cose sono state gestite peggio. Inoltre la versione ufficiale della regione, mai troppo coerente con le curve epidemiologiche, è  stata a lungo quella che la Lombardia avrebbe anticipato di qualche settimana ciò che si sarebbe poi verificato nel resto del paese. Fortunatamente dopo 2 mesi in cui ha infuriato l’epidemia le profezie della maggioranza delle Regione Lombardia non si sono avverate. Se in Calabria si contano zero contagi ed in Lombardia oltre 500 la versione dello sfasamento temporale spiega poco la realtà. Un mese fa i morti in Lombardia erano poco meno del 60% del totale in Italia, ora sono circa il 50%. L’esser stati colpiti per primi spiega qualcosa, ma spiega poco.

E’ possibile che sul contagio in Lombardia incidano fattori quali la concentrazione della popolazione, l’esposizione alla globalizzazione, le caratteristiche delle attività produttive? Si, ma anche tali variabili non spiegano, se non in minima parte, le differenze di performance con le altre regioni italiane ed europee. E’ vero che la Lombardia e la città metropolitana di Milano hanno una concentrazione delle popolazione molto più alta della media del paese, oltre 420 abitanti per chilometro quadrato in Lombardia contro una media di circa 200 in Italia, ma non è vero che non esistono nel paese altre aree con concentrazione paragonabile.  La regione Campania ha la stessa densità della Lombardia; la città metropolitana di Napoli addirittura ha una densità di oltre 2.600 abitanti per chilometro quadrato, contro i circa 2.100 della Città  Metropolitana di  Milano, la Campania ha il 57% degli abitanti ma il 2,5% dei decessi per coronavirus della Lombardia, analogamente non sono comparabili i dati del Lazio, terza regione per densità in Italia ma con circa il 3,5% dei decessi.

La Lombardia ha Milano città aperta alla globalizzazione? Roma ha di certo meno imprese multinazionali della Lombardia, ma ha i” palazzi del potere”, organizzazioni internazionali ed uno scalo areo assai significativo. Difficile che l’apertura alla globalizzazione spieghi buona parte delle differenze.

Infine vi è la questione della attività produttive. Il tema spacca l’opinione pubblica ed è il dibattito è influenzato da dichiarazioni spesso finalizzate alla difesa dei propri interessi. Per qualcuno c’è un’innegabile connessione tra fabbrica e diffusione del virus,  per altri il problema è l’agricoltura, per altri ancora la movimentazione delle merci. Devo ammettere che, pur facendo l’analista finanziario, oggi non ho una chiara idea delle relazioni tra attività produttive e contagio, tuttavia faccio fatica a pensare che la struttura produttiva dei vicini Veneto, Emilia Romagna e Lombardia abbia caratteristiche con ripercussioni drammaticamente diverse sul propagarsi dell’epidemia.

La mia conclusione è che in gran parte gli impatti diversi dell’epidemia dipendono da scelte di gestione diverse: l’incidenza delle ospedalizzazioni ed il rapporto tra ospedale e sanità territoriale; il numero di tamponi effettuati (in Veneto ne hanno fatti circa 217.000 contro i 243.000 nella Lombardia che ha quasi il doppio della popolazione ed un’epidemia che si è propagata molto più velocemente); la scelta di istituire una zona rossa, in Lombardia e poi a cascata su tutta l’Italia, ma ha pesato la mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro.

Qualcuno potrebbe obiettare che in Lombardia piccole situazioni di svantaggio ma cumulate su tanti diversi fronti hanno scatenato la tempesta perfetta. Difficile pensare che, per esempio, in un paese come la Germania non ci fosse alcuna area con le caratteristiche da tempesta perfetta ed a tal proposito la Regione Lombardia dovrebbe spiegare perché non ha mai messo a punto alcun piano contro le pandemie sebbene se ne fosse stato discusso a lungo negli anni di Formigoni. Per il racconto e le analisi delle scelte della Regione Lombardia rimando ad un’altra puntata del diario

Salvatore Sinagra

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