Donne in politica: non uguaglianza, ma omologazione (di Roberta Covelli)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Le donne attualmente in politica sono la pubblicità peggiore per le cosiddette quote rosa.
Potremmo dividerle in due gruppi: le Carfagne e le Minetti da un lato, le Fornero dall’altro.
Le prime hanno fatto loro l’idea di Stracquadanio secondo cui “È assolutamente legittimo che per fare carriera ognuno di noi utilizzi quel che ha, l’intelligenza o la bellezza che siano.” e ancora “se anche una deputata o un deputato facessero coming out e ammettessero di essersi venduti per fare carriera o per un posto in lizza non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato”. Un’idea che ha portato ad avere parlamentari e ministre incompetenti, visto che la capacità politica non rientrava nelle virtù loro richieste.

Ma è al secondo gruppo che dovremmo prestare più attenzione, perché se ci sono moltissime donne che dimostrano di non vendersi al miglior offerente e di non somigliare alle politiche in vendita, l’esempio della Fornero potrebbe invece indurci a credere che di donne serie in politica ci siano già.
Almeno agli occhi di chi non approfondisca il ruolo di quelle donne in politica: perché i loro provvedimenti, i loro discorsi, le loro proposte non sono diverse da quelle degli uomini. Perché quelle donne non sono diverse dagli uomini.

No, non si è raggiunta l’uguaglianza di genere, si è raggiunta l’omologazione del genere femminile a quello maschile, in campo politico.

Ma da una donna, cioè da colei a cui spesso vengono fatte firmare dimissioni in bianco in caso di maternità, contro cui i titolari si lamentano alla richiesta di un permesso, che devono scegliere dove parcheggiare i figli se vogliono tornare al lavoro, pretendo attenzione a queste tematiche.
E dalle donne, che nei secoli hanno subito discriminazioni e non solo, mi aspetterei attenzione a tematiche quali la caccia agli immigrati in atto da anni, in Italia, attraverso i discorsi razzisti dei partiti politici e attraverso leggi indegne di un paese civile. Da chi sa che cosa voglia dire crescere un bambino, pretendo comprensione verso madri immigrate che vedono nei propri figli, nati in Italia, futuri clandestini. Da madri in apprensione per il futuro precario dei figli, pretendo se non soluzioni, almeno l’astensione dagli sfottò ai giovani lavoratori.   
E quando la Fornero si lagna che le critiche mossele derivano dal suo essere “ministro donna” dobbiamo avere il coraggio di ricordarle che sarà pure donna biologicamente e anagraficamente, ma che politicamente non differisce dal più navigato dei politici maschi. E che di differenze di questo tipo possiamo anche fare a meno.
Eppure, in Italia, di esempi di donne valenti ce ne sono. C’è un libro stupendo di Nando dalla Chiesa, si chiama Le Ribelli. Narra di sei donne: Francesca Serio, mamma di Salvatore Carnevale, Felicia Impastato, mamma di Peppino, Saveria Antiochia, mamma di Roberto, Michela Buscemi, parte civile nel maxi-processo, Rita Atria, collaboratrice di giustizia, e Rita Borsellino, sorella di Paolo. Sono donne che non si sono rinchiuse nel loro ruolo di silenziosa osservatrice dei fatti o nella drammaticità delle loro storie. Ma che hanno dato un contributo alla politica, intesa come contributo al progresso della collettività.

E chiudo augurando a tutte le donne di somigliare alle ribelli che, cito appunto Nando dalla Chiesa, “sono donne forti, tenaci, capaci di amare. In modo totalitario come – forse – solo una donna sa fare. Fino alla ribellione aperta per amore”

Roberta Covelli

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