Elezioni in Francia

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Il primo turno delle elezioni più attese degli ultimi anni si è tenuto e fra il diluvio di commenti che colpiscono ascoltatori e lettori sia consentito aggiungerne uno.

Innanzitutto non c’è ragione di mostrarsi stupiti per come sono andate le elezioni in Francia come fanno la maggior parte dei titoli di giornale o gli interventi nei dibattiti Tv perché, come diceva una vecchia canzone, “era già tutto previsto”. Sono mesi che ci raccontano dell’ascesa di Marine Le Pen, di quella del giovane Macron, della crisi dei partiti tradizionali con il candidato del centro destra, Fillon, che sarebbe stato travolto dalle sue vicende giudiziarie e con il quasi annullamento del partito socialista, e, infine, con l’ascesa di una protesta di sinistra che aveva il suo candidato in Mélenchon.

presidenziali 2017 franciaI risultati sono coerenti con queste analisi pre voto. Le osservazioni da fare sono poche. Innanzitutto nessun candidato fra i primi quattro si stacca nettamente dagli altri. La forchetta va dal 23,8% di Macron al 19,6%  di Mélenchon. Un elettorato, quindi, abbastanza suddiviso che si schiera però intorno a due opzioni di fondo: la protesta che contesta l’euro e la UE e la proposta di chi punta ad un ruolo più forte della Francia.

Da questo punto di vista siamo, più o meno, a metà e metà. Due metà che, però, contengono al loro interno una molteplicità di sfumature che ha colto meglio di tutti Macron il quale non pone la questione dell’uscita dall’euro (più o meno mascherata con un referendum), ma, più concretamente, quella di una ridefinizione dei rapporti tra i paesi europei, delle politiche e delle regole. Con questa impostazione non è impossibile che nel ballottaggio molti voti gli arrivino da altri elettori. Ciò non vuol dire che i giochi siano già fatti, ma sarebbe strano se Macron non raccogliesse una larga maggioranza al secondo turno. Il suo programma, ma soprattutto, lui stesso rappresentano l’equilibrio, l’elasticità e la determinazione per rilanciare la Francia all’interno e in Europa.

Francia coscienza nazionaleUn’altra osservazione, anzi, altre due. La percentuale di votanti ha sfiorato l’80%. Un risultato notevole in un Paese colpito più volte dal terrorismo e da tensioni sociali che avevano fatto parlare di un astensionismo diffuso. Non è stato così a dimostrazione che quando la politica offre più opzioni che rappresentano credibilmente i cittadini non c’è motivo di non andare a votare. Che la stragrande maggioranza degli elettori abbia votato significa inoltre che il disagio sociale del quale ci è stata descritta la diffusione e la radicalità (specialmente nelle banlieue e fra le comunità che si rifanno all’Islam) non ha inciso in maniera tale da condizionare quell’80% di francesi che hanno votato per il governo del loro Paese. D’altra parte fa più notizia una rivolta di qualche centinaio di giovani in una periferia che la stabilità di milioni di persone.

Per noi italiani il voto francese rappresenta una gigantesca lezione di come sia semplice dotarsi di una legge elettorale che funziona. Se i partiti, movimenti o come vogliono chiamarsi che siedono in Parlamento volessero dare prova delle loro capacità potrebbero copiare la legge francese e finirla con la manfrina che da anni ci tormenta con la ricerca della legge elettorale che soddisfi tutti. Quella confezionata dalla Corte Costituzionale non porta a nulla di buono e ci fa fare un bel salto indietro ai tempi del proporzionale.

Di cosa significa ce ne accorgeremo col prossimo voto e c’è da essere sicuri che, subito dopo, ripartirà la litania sulla ricerca di un’altra legge elettorale.

Da questo punto di vista la Francia è molto più avanti di noi perché ha una classe dirigente solida e un’opinione pubblica che ha a cuore il proprio Paese e ha il senso dello Stato (che funziona). Due punti di forza per loro e due debolezze per noi

Claudio Lombardi

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