Elezioni regionali: il diritto della forza o la forza del diritto? (di Claudio Lombardi)

Legge 23 agosto 1988, n. 400  “Disciplina dell’attività di governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri”
Articolo 15, comma 2:
Il Governo non può, mediante decreto-legge:
a) conferire deleghe legislative ai sensi dell’articolo 76 della Costituzione;
b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione.”

Costituzione della Repubblica
Articolo 72, comma 4:

“la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Non occorre aggiungere altro per descrivere l’anomalia della situazione che si è creata con il decreto-legge n. 29/2010 (“salva liste”). Il Governo ha evidentemente violato una norma di legge che discende da principi costituzionali mascherando da interpretazione autentica una innovazione sostanziale della normativa per le procedure che regolano lo svolgimento delle elezioni regionali. Ne ha, persino, disposto la retroattività in modo da consentirne l’applicazione ad atti procedurali già conclusi e sotto giudizio della magistratura. La forzatura del sistema costituzionale e dell’ordinamento giuridico è evidente e non è possibile camuffarla.

Da buoni cittadini dobbiamo chiederci: perché? E anche: ci riguarda oppure per noi non cambia niente?

Il perché è noto e va ricondotto ai problemi causati dagli incaricati del PDL per la presentazione delle liste che non hanno tenuto conto delle norme esistenti e le hanno violate in più modi fino a giungere all’incredibile abbandono degli uffici di Roma al momento della presentazione della lista e in coincidenza con il termine ultimo previsto per questo adempimento.

Di fronte ad una responsabilità così palese immediatamente si sono levate voci di protesta, da parte del partito escluso, che denunciavano la sottrazione del diritto di voto per una parte consistente dell’elettorato. È fin troppo facile osservare che se non ci si presenta in tempo conoscendo perfettamente le scadenze che vanno rispettate si tratta di un’autoesclusione. D’altra parte il responsabile di tale decisione ha ammesso con la propria voce di essersi allontanato dagli uffici volontariamente (esattamente: per mangiare qualcosa). Di fronte ad un comportamento così assurdo e gravemente scorretto nei confronti degli elettori del PDL, innanzitutto, i comportamenti dei dirigenti di quello schieramento sono stati di oggettiva scomposta agitazione con dichiarazioni confuse e al limite dell’irresponsabilità (“vogliamo la prova di forza”, “siamo disposti a tutto”). L’unica richiesta che poteva legittimamente essere fatta, partendo dalla presentazione delle scuse nei confronti degli elettori e degli organi preposti allo svolgimento ordinato delle elezioni, non è stata fatta. Si poteva semplicemente chiedere il consenso di tutte le forze politiche per il rinvio della data delle elezioni e, solo dopo averlo ottenuto, formulare una richiesta al Governo perché rinviasse, d’accordo con le Regioni interessate, la data del voto.

Se accompagnata da provvedimenti sanzionatori nei confronti degli autori dei pasticci procedurali questa richiesta sarebbe stata credibile poiché nessuno aveva interesse ad escludere una buona fetta di elettorato che si sarebbe trovato privo delle proprie liste.

Le cose, però, non sono andate così e, in un crescendo di agitazione e di confusione (sempre accusando non si sa bene chi di voler escludere il PDL dalle elezioni), si è giunti al decreto-legge n. 29. La rabbia non ha trovato un suo sfogo naturale nei confronti degli esponenti di quel partito che hanno fatto il pasticcio e si è, invece, indirizzata alla ricerca di ipotetici complotti rispetto ai quali si è affermato di poter violare tutte le norme in nome di una sostanza (la forza numerica) che prende il posto della forma cioè del diritto.

Nella storia non è una novità questo atteggiamento perché si tratta né più e né meno che di un comportamento rivoluzionario che si prepara a rovesciare un ordine in nome del diritto della forza in un confronto che si prevede possa e debba svolgersi solo su questo piano.

Ma torniamo alle domande iniziali: perché e quanto ci riguarda.

Il perché sta nella descrizione dei fatti e delle norme che, disciplinando un momento essenziale della vita dello Stato, corrispondono ad una sostanza vera fatta degli elementi di base che consentono la vita della collettività. Non si tratta né di burocrazia, né di forme inutili, ma di qualcosa che ci riguarda da vicino perché sostanza non sono solo i numeri, ma anche gli accordi fra cittadini che decidono, attraverso il lavoro delle istituzioni, le regole della convivenza. Senza questi accordi la vita insieme non sarebbe possibile e diventerebbe un rischio continuo perché nessuno potrebbe mai essere sicuro dei propri beni e della propria stessa vita esposti ad ogni genere di prepotenza in nome della forza. Non è un caso che caratteristica essenziale delle democrazie sia la limitazione dei poteri delle maggioranze nell’ambito delle regole fissate nelle leggi.

Però il Governo ha deciso lo stesso di prendersi un potere che non gli spetta scrivendo norme che non poteva scrivere e imponendole con un atto di forza (perché tale è un decreto-legge emanato al di fuori delle regole). Tutti i cittadini devono essere molto preoccupati perché questo atto non è l’unico che è stato compiuto forzando la lettera e lo spirito della Costituzione, ma è l’ultimo di una serie di comportamenti, di decisioni e di forzature che sono diventati un problema serio per gli italiani.

Avremmo bisogno tutti di stabilità e di comportamenti costruttivi perché il nostro Paese ha bisogno di essere ben governato e di rinnovarsi per costruire il proprio futuro. Sono tante le cose che andrebbero fatte per migliorare la nostra situazione e, invece, vediamo il succedersi di vicende giudiziarie che scoprono un mondo di soprusi, di corruzione e di menefreghismo per i problemi dell’Italia. Il nostro Stato è visto, da tanti che hanno o hanno avuto in mano le leve del potere, come un deposito di denaro a cui attingere liberamente per i propri comodi e da altri come un terreno di incursione di bande armate che tentano di impadronirsi di singoli pezzi delle istituzioni. Nella lotta per finirla con questa situazione vorremmo veder impegnati tutti i partiti e i loro rappresentanti nelle istituzioni e, invece, questo non accade.

Sarebbe arrivato il tempo di una vera grande riforma: rinnovare il sistema democratico mettendolo sulle basi solide della partecipazione alla vita politica ed amministrativa da parte dei cittadini intesa come modalità strutturale per concorrere al governo della cosa pubblica. Se una rinascita dell’Italia è possibile questa passa per uno Stato più forte ed autorevole perché espressione di una società capace di rinnovarsi e di stabilire un nuovo patto di convivenza civile basato sul riconoscimento della dimensione pubblica come l’unica che può dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le sue capacità e che può garantire l’intreccio fra diritti, doveri e responsabilità.

Claudio Lombardi

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