Eliminare la burocrazia? Cosa ne pensa il prof Cassese

Sul Corriere del 9 aprile Sabino Cassese interviene sull’annosa questione del peso della burocrazia. Cerchiamo di ripercorrere il suo ragionamento. Il punto di partenza è la constatazione che “dietro questo nemico si nascondono in molti”. È dunque necessario cercare di capire “da dove vengono tutti i mali che attribuiamo alla burocrazia”.

Cassese fissa il primo caposaldo: la burocrazia cioè l’organizzazione degli uffici pubblici e i relativi poteri sono decisi da chi fa le leggi. Il Parlamento le vota, ma è la maggioranza che forma il governo che quasi sempre fa approvare le sue proposte ed è sempre il governo che dirige gli apparati amministrativi. Sembra banale dirlo, ma nelle polemiche che si rincorrono contro la burocrazia ben pochi si rivolgono a chi le norme le decide.

Vi sono poi le leggi che disciplinano l’organizzazione di alcune funzioni, per esempio il codice dei contratti ritenuto “uno dei principali responsabili del deficit italiano di infrastrutture”. Si tratta di un corpo di norme frutto di “stratificazioni” successive intorno ad un nucleo di regole europee. Secondo Cassese sono le stratificazioni o addizioni non necessarie che hanno prodotto gli effetti negativi che oggi tutti denunciano. In realtà molto si potrebbe fare per sfoltire e abbreviare le procedure. Non bisogna, però, ritenere che l’ eccesso normativo sia benvoluto o addirittura deciso dalla burocrazia (anche se a volte lo usa per scaricarsi da responsabilità). La particolarità italiana è che si tende ad aggiungere e non a sostituire. Spesso si confronta il totale delle leggi vigenti in Italia con quelle dei nostri partner europei e la differenza è impressionante (si valuta che l’ordine di grandezza sia di 150 mila in Italia, 7 mila in Francia e circa 6 mila in Germania). Così le procedure si allungano e i controlli si moltiplicano, ma diventa anche più complesso e rischioso il compito degli apparati amministrativi.

Si è creata, però, nel corso degli anni una convinzione quasi inscalfibile: tutto ciò che non funziona inclusa la corruzione va imputato alla burocrazia. Di qui il sospetto e norme sempre più stringenti fino a sfiorare l’irrazionalità (per esempio l’estensione delle sanzioni disposte per i reati di mafia anche ai reati contro la pubblica amministrazione).

In questo quadro si inseriscono i frequenti interventi delle procure, “divenute ormai i decisori di ultima istanza dello Stato, capaci di aprire inchieste, non di chiuderle”. Tutto questo, però, chiama in causa la politica non solo perché le norme devono provenire da una sua decisione, ma anche per l’incapacità di dirigere gli apparati amministrativi dei quali porta la responsabilità.

Cassese fa l’esempio dell’Autorità anticorruzione, a suo dire, voluta dalla politica “per salvarsi l’anima e scaricare su un parafulmine le accuse normalmente rivolte ad essa. D’altra parte siamo tutti testimoni della “facilità con cui le procure si impadroniscono delle grandi decisioni collettive senza avere capacità e mezzi per affrontarle e senza rispettare i tempi brevi necessari”.

Ultima questione, la selezione e la scelta del personale preposto. Osserva Cassese che è scelto male anche quando viene lo fa direttamente la politica e cita il caso dei direttori delle aziende sanitarie e degli stessi primari ospedalieri. Riferendosi evidentemente alle responsabilità apicali osserva inoltre che “sono pochi i burocrati selezionati con procedure concorsuali aperte a tutti e basate sul merito, e pochi gli stessi concorsi che riescono a svolgere questo compito selettivo. Troppa è la fame di posti delle forze politiche, desiderose di premiare propri fedeli o di conquistarne di nuovi mediante lo «spoils system» all’italiana”.

D’altra parte ci sono tecniche di lavoro antiquate che frustrano le energie migliori (si pensi alla digitalizzazione per esempio) e gli incentivi, di fatto, mancano perché i premi vengono dati a tutti. Così succede che i dipendenti pubblici meno capaci si mettono al riparo dell’arretratezza e i più capaci non riescono ad esprimere il loro potenziale innovativo.

Sovrasta il tutto una cultura amministrativa improntata al culto della forma e dell’osservanza delle procedure. Da tanto tempo si dice che le amministrazioni pubbliche non guardano al risultato che deve conseguire dall’azione amministrativa e in questi tempi di emergenza lo possiamo constatare facilmente.

Il ragionamento di Cassese termina con una considerazione rivolta a noi tutti: “una parte di tutto ciò che imputiamo allo Stato, l’abbiamo voluto noi, e non vorremmo esserne privati”. In sostanza chiediamo sempre maggior sicurezza su tutto (ambiente, alimentazione, e poi giocattoli, ascensori, dispositivi medici, lampadine, mezzi di trasporto ecc ecc). Non bisogna dunque stupirsi se anche in una situazione di emergenza è richiesta una certificazione per le mascherine e se ciò porta via un po’ di tempo perché questo serve per assicurarci che il prodotto corrisponda agli standard di sanità e sicurezza che ci sono necessari.

Ed ecco la conclusione: “se vogliamo che lo Stato riprenda forza, bisogna liberare la burocrazia dai vincoli esterni inutili o dannosi e rafforzarla all’interno, scegliendola meglio e responsabilizzandola” e non sognare di poterne fare a meno

Claudio Lombardi

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