Emergenza coronavirus: primum vivere deinde philosophari

La dimensione dell’emergenza coronavirus non poteva trovare nessun paese preparato a farvi fronte. Solo la Cina è riuscita nell’impresa di rallentare il contagio bloccando la vita di quasi 60 milioni di persone. Si è dimostrato così che questa è l’unica che ad oggi l’umanità può tentare. L’altra, sarebbe quella di curare tutti quelli che si ammalano, ma nessun sistema sanitario al mondo potrebbe farlo. Limitandoci all’Italia è stato valutato che questa opzione potrebbe comportare il ricovero in terapia intensiva di un numero di pazienti che andrebbe da un minimo di 50 mila ad alcune centinaia di migliaia. Ad oggi i posti negli ospedali italiani sono 5.000. Sono numeri facili da capire.

La via italiana è stata finora un’altra: intervenire localmente per rallentare ed isolare il contagio. Incertezze ed oscillazioni ci sono state e così errori di comunicazione (distogliere l’attenzione dal contagio per mettere al centro l’economia; diffondere l’idea che si potesse trattare di un malanno poco più grave di un’influenza stagionale ecc.), ma la direzione di marcia è stata quella. Così abbiamo avuto la zona rossa di Codogno e di altri comuni a cavallo tra Lombardia e Veneto.

Ha funzionato questa opzione? Poco. E non poteva essere altrimenti poiché la diffusione del virus risale, secondo il parere della massima parte degli esperti, alle settimane precedenti al paziente 1 di Codogno. E, infatti, nel nord la crescita così veloce dei positivi sintomatici (e asintomatici nella fase iniziale delle rilevazioni) e degli ammalati dimostra che il virus era già presente ben oltre la zona rossa. Molti casi di contagio in Lombardia e fuori sono stati probabilmente determinati dall’interazione delle persone che non sapevano o non immaginavano di esserne portatori.

Quando il Presidente del Consiglio trasmette un messaggio alla nazione dicendo che esiste il rischio di collasso del servizio sanitario compie un atto di estrema gravità che, purtroppo, è stato sottovalutato. Conte ha fatto troppe dichiarazioni e anche contrastanti tra loro? Sì, ma bisognerebbe non prendersi in giro. Al Governo non ci sono semidei che tutto sanno e tutto possono e chiunque può fare lo sforzo di capire che ci deve mettere un po’ della sua intelligenza per orientarsi in una situazione tanto grave da non avere precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.

Grave quanto? Bisogna leggere l’intervista rilasciata a Repubblica dalla presidente della Siaarti (Società scientifica anestesisti e rianimatori). Cosa vi si dice? Che la Siaarti ha pubblicato delle raccomandazioni di etica clinica destinate ai professionisti che operano nei reparti delle cure intensive. Il succo è: quando ci sono più pazienti per un respiratore bisogna privilegiare chi è più giovane o non ha patologie importanti. Insomma curare chi ha più speranze di sopravvivere e lasciar andare gli altri. Questo è il punto a cui si è già arrivati in Lombardia una delle regioni più attrezzate del servizio sanitario nazionale. Facile immaginare cosa accadrebbe se l’epidemia si diffondesse in tutta l’Italia.

Lo hanno capito gli italiani come stanno le cose? Non sembra, a giudicare dagli stili di vita che appaiono praticamente immutati persino nelle zone centrali dell’epidemia come le principali città lombarde o emiliane. Si è detto in tutti i modi di evitare la vicinanza delle persone e i contatti fisici (e di lavarsi le mani!) e, invece, specialmente nell’ultimo fine settimana sembrava che in molte zone si festeggiasse lo scampato pericolo. Sono in particolare i giovani quelli che trasgrediscono con più leggerezza tutte le regole dettate per evitare il contagio. Frutto di scarsa informazione? No. Frutto dell’istinto a non credere ai pericoli e a conservare le proprie abitudini. La chiusura delle scuole è passata per una fortuna insperata e non come segno di un disastro possibile.

Non bisogna però gettare la croce addosso agli italiani. E’ inevitabile stentare a credere che stia accadendo qualcosa di così grave da giustificare la separazione delle persone. L’invito a stare in casa è uno stravolgimento della vita per tantissimi. Cinema, teatri, pub, concerti e adesso anche palestre e piscine chiusi. Anche un aperitivo con amici e amiche deve essere evitato.  Ogni ambito della vita sociale viene colpito. È dura accettarlo.

I nodi al pettine del sistema Italia stanno venendo fuori da anni, ma in emergenza diventano molto più difficili da sciogliere. Alcuni riguardano direttamente noi cittadini. Le istituzioni riscuotono la fiducia degli italiani? Il bene comune vale un sacrificio individuale? La percezione della concretezza dei rischi esiste o viene sostituita dalle “narrazioni” e dalle credenze di quella nuova forma di magia rappresentata dalla credulità dei navigatori digitali privi di punti di riferimento e di cultura? Abbiamo riserve economiche e finanziarie per far fronte ai momenti di crisi?

Adesso il governo deve fare la sua parte e compiere magie per rinforzare il sistema sanitario che è la prima linea di questa guerra. Ma la chiave ce l’hanno gli italiani e il nodo sta nei comportamenti individuali. Se il contagio si diffonderà a milioni di persone sarà il crollo e tanti di noi non ce la faranno. Sono molte le dichiarazioni incoscienti raccolte in queste settimane: “io non ci credo”, “non mi interessa, io continuo a fare la mia solita vita”, “è un complotto”, “ne abbiamo passate tante, figurati se ci fa paura questo virus” e così via.

Ad ognuna di queste prese di posizione e a tutti quelli che sperano di essere ignorati dal virus se fanno finta di niente bisognerebbe replicare ripetendo la verità matematica: se il contagio si diffonde molti dovranno morire perché sarà impossibile curarli.

Di tutto il resto: la comunicazione del governo, i conflitti con le regioni, l’adeguatezza di Conte e anche i problemi dell’economia (che tanto sono i più facili da affrontare, basta tirar fuori tanti tanti soldi e usarli per non far chiudere nessuno) si discuterà quando gli italiani saranno in convalescenza

Claudio Lombardi

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