Europa: i problemi non finiscono col 3% (di Salvatore Sinagra)

3 per cento EuropaLe polemiche sui vincoli europei relativi alla disciplina di bilancio non sono certo nuove, ma nemmeno tanto vecchie. In Italia sono diventate “popolari” nell’opinione pubblica solo dopo il 2011 e c’è stato un passato, neanche troppo lontano, in cui la Spagna difendeva il rigore senza se e senza ma e la Germania invocava flessibilità.

Oggi molti identificano l’UE con il 3%. Il limite che non può superare il deficit dei bilanci degli stati membri è diventata la cifra più conosciuta in Europa. Come se quel 3% avesse un potere magico di risolvere da solo ogni problema. In realtà le cose non stanno così. I punti di riferimento sono questi:

  • Nel 1997 fu stabilito che gli Stati che avrebbero adottato la moneta unica non avrebbero dovuto avere deficit di bilancio eccedenti il 3% del Pil e che il debito non avrebbe dovuto eccedere il 60% del Pil (e chi stava oltre doveva ridurlo). Era prevista una deroga per gli anni di recessione ed erano previste sanzioni per gli Stati inadempienti
  • Sanzioni che non furono date alla Germania che nel 2002 sforò il deficit arrivando al 3,8% del Pil. Niente sanzioni, ma anzi modifica del Patto di stabilità e crescita con maggiori possibilità di derogare nel caso di recessione o di minore crescita. Deroghe anche per lo Stato che avesse varato riforme con “oggettivi benefici” di lungo periodo.
  • Nel 2012 arriva un trattato di consolidamento fiscale conosciuto come Fiscal compact. Oltre alla conferma del 3% prevede che i paesi con un debito superiore al 60% del Pil riducano l’eccedenza di un ventesimo ogni anno e adottino il pareggio di bilancio (in Italia inserito in Costituzione).

pareggio di bilancioIl fiscal compact non innova, quindi, ma piuttosto conferma e rafforza ciò che era già contenuto negli accordi di Maastricht e che non si è realizzato per anni. Si può anche pensare che il fiscal compact sia stato pensato più per tenere buona l’opinione pubblica dei paesi meno indebitati che per rassicurare i mercati. Dopo tutto la signora Merkel aveva la necessità di dare qualcosa al suo elettorato per poter lanciare il meccanismo europeo di stabilità (un fondo europeo di garanzia dei debiti pubblici). Gli stessi interventi della BCE di aumento della massa monetaria sono probabilmente stati facilitati dalla presenza del fiscal compact.

In ogni caso l’obiettivo di far convergere i debiti pubblici verso il 60% del Pil che è il cuore del fiscal compact insieme al pareggio di bilancio, non appare facilmente praticabile nel medio periodo dalla maggior parte dei paesi dell’area euro.

La domanda che assilla i governi da un po’ di tempo è se nascerà un fronte antiausterità nei paesi più indeboliti dalla crisi. Può essere, ma certamente non fondato sulla solidarietà tra i popoli. Gli attriti e le rivalità tra gli stati sono destinati a restare. La stessa vittoria di Syriza in Grecia non ha fatto che complicare i rapporti tra i paesi deboli dell’unione monetaria, perché Spagna, Portogallo e Irlanda, che sono passati per un piano di assistenza finanziaria, si sono schierati con fermezza sul fronte del rigore.

Europa egoismi nazionaliSe ci si concentra sul 3% sembra che l’unica via d’uscita sia farlo saltare lasciando che ogni stato si indebiti a volontà. Ma questa non è una via praticabile se si intende mantenere una moneta unica. È molto meglio, invece, riflettere sul rapporto tra la disciplina di bilancio e la crescita. Ovvero capire come può crescere tutta l’Europa con gli strumenti dati dalle politiche comuni.

Per esempio, è ragionevole che in un’area valutaria comune tutti gli Stati facciano austerità simultaneamente? Gli economisti dicono di no. I paesi più solidi (Germania per esempio) dovrebbero spendere di più. Ne beneficerebbero gli Stati deboli dell’area euro, che riuscirebbero a correggere i loro conti, e ne beneficerebbero anche quelli forti, che oggi prendono soldi a prestito a tassi bassissimi se non negativi. Sarebbe il momento propizio per loro, infatti, per effettuare investimenti, ma anche per aumentare stipendi e salari consolidando la struttura produttiva e facendo crescere il mercato interno.

E’ poi il tempo di affermare il principio che le spese per investimenti strategici devono essere trattate diversamente dalle altre. Ancora meglio sarebbe se gli investimenti per la crescita fossero finanziati con un piano europeo e gestiti con una regia europea. È quello che intende realizzare il piano Juncker, ma le risorse messe in campo sono poche tanto che il nuovo presidente della Commissione Europea rischia di farsi conoscere solo per aver aumentato la distanza tra le promesse e i fatti.

Se ne è accorto persino un economista liberale e non certo socialista, come Luigi Zingales, che la dimensione dei problemi e delle risposte è europea. Di recente ha proposto di creare un sistema di sussidi di disoccupazione europeo, in parte finanziato con risorse della Commissione, che aiuti principalmente gli Stati in recessione.

aiuto alla GreciaDulcis in fundo si ripropone e resta da sciogliere il nodo greco. Può un paese che non ha un forte tessuto produttivo pagare un debito del 170% del suo Pil? Purtroppo no e così è probabile che, prima o poi, sarà necessario ricorrere ad un altro taglio del debito di Atene.

Comunque è tutta l’Unione Europea che ha bisogno di trovare maggiori risorse per attuare le sue politiche. Trovarle, però, è innanzitutto una questione di scelte politiche. Da anni si parla di emettere Eurobond, sostituire i trasferimenti degli Stati alla Commissione Europea con risorse proprie, di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie o una carbon tax europea ed infine destinare alla politica industriale un parte dei fondi europei che oggi finanziano la politica agricola.

Se l’Europa deve cambiare verso bisogna cominciare a chiarire che la strada per uscire dalla crisi non è quella di liberare tutti dai propri doveri in modo da far liberamente divergere le politiche degli Stati, ma trovare un modo per coordinarle intorno a politiche europee.

Salvatore Sinagra

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