Europa: la federazione necessaria (di Massimo Bordignon)

Il comportamento della Germania, e più in generale dell’Europa del Nord, nella crisi attuale confina con la schizofrenia.

CONTRADDIZIONI NORDICHE

Da un lato, i paesi del nord Europa bloccano qualunque intervento che possa ridurre i costi delle crisi, per paura di doversi fare carico dei debiti altrui e di eliminare qualunque incentivo alle riforme nei paesi in difficoltà, i cosiddetti Piigs. Così facendo, sia pur lucrando su un po’ di liquidità a buon mercato nel breve periodo, aumentano però la possibilità che la crisi abbia un esito drammatico, i cui costi maggiori, alla fin fine, sarebbero probabilmente pagati proprio da loro. Anche tralasciando gli effetti politici, tutt’altro che secondari, una frattura dell’area euro renderebbe palesi i crediti inesigibili della Bundesbank nei confronti dei paesi dell’Europa del sud, richiederebbe una ricapitalizzazione estesa delle banche a carico dei contribuenti, farebbe schizzare verso l’alto il tasso di cambio e provocherebbe una fuga di massa dei capitali, una volta che i nuovi tassi di cambio si fossero stabilizzati. Dall’altro lato, mentre è attivamente impegnata a minare alla base la stabilità dell’area euro, dicendo no a ogni intervento ragionevole proposto nel frattempo, la Germania è viceversa in prima fila nel richiedere un rafforzamento dell’integrazione europea, fino a prefigurare una vera e propria unità politica dei paesi che hanno adottato o pensano di adottare la moneta comune. E non si chiede un’unità politica, se si pensa nel frattempo di far saltare tutto in aria.

LA ROAD MAP

Il bello è che i tedeschi hanno fondamentalmente ragione su quest’ultimo fronte. I problemi economici dell’area euro, o anche dell’Unione Europea, a cominciare dalle finanze pubbliche, sono minori di quelli di quasi tutte le altre federazioni esistenti, a cominciare dagli Stati Uniti. Il problema vero è rappresentato dalla mancanza di una sovranità europea condivisa e sovraordinata rispetto a quella degli stati, che impedisce di prendere decisioni comuni e di accompagnare politiche di solidarietà al controllo sui comportamenti. Ed è vero che non si possono avere strumenti di debito comuni, se dietro di essi non c’è una responsabilità comune. Che non si tratti ormai più solo di fantapolitica, lo dimostra anche il documento dei quattro presidenti (dell’Unione Europea, dell’Eurogruppo, della Commissione europea e della Banca centrale), che appunto, prefigurano una visione del processo di integrazione che ha come tappe centrali l’unione bancaria, fiscale, economica e finalmente politica. Una road map che dovrebbe concretizzarsi nei prossimi mesi, purché non salti tutto nel frattempo.
Siccome al successo del progetto è legata in buona parte la soluzione dei nostri problemi, anche immediati, di questo dovremmo occuparci estensivamente anche in Italia, discutendone in modo critico e sviluppando le nostre proposte. Fosse anche solo un bluff quello tedesco, è importante “vedere”, non fosse altro per capire come dobbiamo comportarci in futuro, uscendo da questa continua incertezza e fibrillazione.

COME DIVENTARE UNA FEDERAZIONE

Che cosa dovremmo fare allora in Europa?
In primo luogo, ci vuole un centro vero, cioè un esecutivo federale, politicamente legittimato, che rappresenti gli interessi della federazione nei confronti degli stati membri. La Commissione ha formalmente i poteri, ma non è sufficientemente legittimata per utilizzarli, e il Parlamento europeo è democraticamente legittimato, ma non ha i poteri. Difatti, l’Unione è retta dal Consiglio europeo, e l’area euro dall’Eurogruppo, assemblee di capi di Stato e di governo che ovviamente rappresentato solo gli interessi dei propri cittadini, a scapito di quelli comuni. Nessuna federazione o confederazione esistente è organizzata così, per la semplice ragione che così non funziona. Alla fine, per un politico nazionale, le elezioni provinciali in Westfalia necessariamente contano sempre di più degli interessi comuni dell’area, alla faccia delle emergenze.
Come costruire un centro legittimato? Una soluzione relativamente semplice, e di cui si discute molto, è quella di eleggere direttamente il presidente dell’Unione, in elezioni pan-europee, e trasformare la Commissione nel braccio esecutivo del presidente. Il presidente si sceglie i propri ministri, compreso il ministro delle Finanze dell’area euro e governa confrontandosi con il Senato degli Stati e il Parlamento.
In secondo luogo, la gestione della redistribuzione delle risorse tra gli Stati e anche i vari interventi di “salvataggio”, diciamo la gestione dell’Esm o del bilancio federale, devono essere affidati alla federazione, cioè al presidente politicamente legittimato, non ai singoli Stati. La redistribuzione orizzontale, tra aree ricche e aree povere semplicemente non esiste. Ovunque, è sempre la federazione che se occupa, con le proprie risorse. Ed è ovvio che sia così, altrimenti, qualcuno continuerà sempre ad affermare “vogliono il nostro oro”; a nessuno piace pagare per gli altri. Un centro così avrebbe poi anche tutta la legittimità democratica per intervenire, in cambio del denaro, imponendo l’approvazione centralizzata dei bilanci nazionali, un tema caro ai tedeschi.
In terzo luogo, una federazione europea così organizzata risolverebbe anche un altro terrore dei tedeschi, la transfer union. Non è vero che le federazioni sono necessariamente delle unioni di trasferimento; tendiamo a pensarla così, perché le nostre federazioni europee sono fortemente redistributive, a cominciare appunto dalla Germania. Ma la maggior parte delle federazioni esistenti sono in realtà poco distributive, i trasferimenti dal centro finanziano alcuni programmi nazionali, ma non dipendono dal livello di reddito relativo dei vari stati membri. E per l’appunto, la combinazione presidenzialismo-sistema bicamerale con un forte Senato delle regioni è il sistema che appare meno incline ai trasferimenti.
In quarto luogo, tutte le federazioni esistenti hanno sistemi di controllo sull’indebitamento degli enti sub-territoriali. I controlli possono essere market based, il controllo esercitato dai mercati finanziari tramite il prezzo del rischio dei bond locali, o di tipo gerarchico con regole, controlli, ispezioni e sanzioni dal centro. Ma solo gli Stati Uniti e il Canada sembrano in grado di controllare bene i propri stati/enti locali con le soluzioni di primo tipo, anche perché i mercati finanziari, come abbiamo imparato a nostre spese in Europa, funzionano in genere malissimo. In Europa ci abbiamo provato prima con le regole di Maastricht, ora con il fiscal compact e con l’accresciuto potere della Commissione. Ma la Commissione è troppo debole per poter essere veramente credibile come controllore, mentre un potere federale legittimato avrebbe tutta la forza per imporre davvero controlli e sanzioni.
Fantapolitica? Può essere. Intanto però cominciamo a parlarne.

Massimo Bordignon da www.lavoce.info

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