Fare i conti con la realtà: i conti pubblici e l’interesse degli italiani (di Claudio Lombardi)

Il Documento di economia e finanza approvato dal Consiglio dei ministri, con allegato Piano nazionale di riforme, delinea un serio impegno dell’Italia su obiettivi di finanza pubblica. In sintesi si prevede di arrivare al pareggio fra entrate e spese in quattro anni in un quadro nazionale di bassa crescita dell’economia ed europeo di aumento dei tassi d’interesse. Per questo bisogna ragionare e capire cosa ci aspetta.

Fra il 2011 e il 2014 la spesa pubblica al netto degli interessi dovrà scendere di 5,5 punti rispetto al Pil e l’indebitamento netto è previsto in calo di 3,7 punti sempre in percentuale rispetto al Pil. Tradotto in euro significa che il rapporto fra entrate e spese dovrà ridursi di oltre 55 miliardi di euro con una decrescita più pesante che graverà sugli anni 2013 e 2014.

Nel contempo la crescita del Pil è prevista in leggero aumento dal 2011 al 2014 (+1,1%, +1,3%, +1,5%, +1,6%). La previsione è, dunque, che l’economia si svilupperà a ritmi “tranquilli” senza balzi in avanti.

I tassi di interesse sui titoli del debito pubblico (oggi al 120% del Pil), presumibilmente saranno superiori ai livelli attuali data la generale tendenza al rialzo a livello internazionale.

Saranno, quindi, necessarie più manovre di finanza pubblica per riportare i conti nel sentiero previsto. Aumento di entrate ? Riduzione di spese ? Altre alternative non sembrano esserci al momento.

In effetti il piano del Governo dà per scontate due diminuzioni – spesa corrente e spesa per investimenti – e un incremento – spesa per interessi – nel periodo 2011-2014, mentre la pressione fiscale è data in leggera diminuzione, dal 43,1% al 42,5%. Quindi niente aumento di entrate, ma riduzioni di spesa che, dopo i tagli degli anni passati, non saranno uno scherzo e peseranno sugli italiani forse più di quanto è già accaduto finora. Certo, il 2014 è lontano e le cose possono sempre migliorare, ma non si può assolutamente sottovalutare lo sforzo che si richiederà al Paese.

I numeri, però, non dicono tutto. Dietro le cifre ci sono strade diverse. Se c’è un’Italia in decrescita che va avanti con i settori tradizionali che tirano le esportazioni, ma senza sostanziali innovazioni e senza, soprattutto, cogliere l’occasione per fare ordine in casa propria e avviare una nuova fase di sviluppo interno allora non c’è un bel futuro per gli italiani. Per i giovani soprattutto.

La stampa ha riportato alcune dichiarazioni di ministri e di esperti secondo i quali il lavoro ci sarebbe pure, ma i giovani italiani non lo vorrebbero perché troppo faticoso e se lo prenderebbero tutto gli immigrati. Come è noto gli immigrati sono spesso sottopagati anche grazie alla “provvidenziale” legge che, introducendo il reato di clandestinità, li espone a chiunque se ne voglia approfittare dato che non possono far valere alcun diritto. Perché mai ci si stupisce se i giovani italiani, non essendo clandestini, tentano di rifiutare lavori faticosi e sottopagati? Tentano perché è risaputo che tantissimi giovani italiani passano da un precariato all’altro con retribuzioni molto basse. Non che quelle della maggioranza dei lavoratori dipendenti siano alte, anzi. Il basso livello delle retribuzioni è molto diffuso e indica un problema serio per chi ci deve vivere e per l’economia nel suo complesso. Anche perché i servizi pubblici e sociali spesso non aiutano a colmare i vuoti lasciati da stipendi insufficienti.

Facciamo adesso un confronto fra questi dati e queste analisi e la realtà dell’azione di  Governo anche tenendo conto di come viene comunicata all’opinione pubblica perché in questo caso forma e sostanza coincidono.

Finora, sembra, che i risultati di tre anni di governo consistano nella tenuta dei conti pubblici, nella riforma della scuola e dell’università e nell’arginamento (con la cassa integrazione) delle conseguenze più drammatiche della crisi economica per una parte del lavoro dipendente. Oltre a ciò ci sono state alcune emergenze, come i rifiuti a Napoli o la gestione del post terremoto a L’Aquila, che hanno generato scandali odiosi perché hanno mostrato un’ampia area di corruzione e collusione fra politica, criminalità e affaristi di varie risme; un’area solida e dotata di molte radici che nessuno può giurare si sia ridotta sostanzialmente per effetto dell’azione del Governo. Su questo è stato scritto molto e basta documentarsi per rendersene conto.

Altro non sembra esserci. Ora, su cosa il Governo e la maggioranza che lo sostiene richiamano continuamente l’attenzione degli italiani? Sulla giustizia o, meglio, sui processi a carico di Berlusconi. Siamo giunti alla situazione tragica in cui il capo del Governo, imputato in diversi processi per reati comuni, rivendica il suo “diritto” di far approvare leggi ad personam che lo salvino non tanto da possibili condanne, che evidentemente ritiene probabili, ma dagli stessi processi poiché, a suo giudizio, si sarebbe in presenza di un’azione eversiva della Magistratura.

La tragicità sta tutta nella contrapposizione fra procedimenti giudiziari basati su notizie di reato concrete e verificate nel pieno rispetto di tutte le norme scritte nelle leggi e nella Costituzione, e una valutazione politica, quella di Berlusconi, che egli ritiene dover prevalere su tutto. Formalmente e sostanzialmente l’eversore che proclama una visione opposta a quella scritta nella Costituzione e compie gesti emblematici per sovvertire l’ordinamento costituzionale è il Presidente del Consiglio.

La pretesa di Berlusconi è di poter disporre, per sé e per altri scelti fra gli appartenenti alla classe dirigente, di un diritto personale diverso da quello che si applica alla generalità dei cittadini. Purtroppo per lui ciò implica un cambiamento della forma di Stato oltre che di governo, perché la forma repubblicana democratica non consente di praticare questa strada.

Ovviamente le conseguenze di questa dura lotta contro la legalità da parte di chi rappresenta il vertice del potere esecutivo e cui spetta indirizzare tutta l’attività del Governo sono pesanti e rischiose per la stabilità delle istituzioni e per l’efficacia della loro azione.

Come si fa a conciliare questa impostazione con l’esigenza di una vasta opera di sistemazione dello Stato e degli apparati pubblici, con il rilancio dell’economia e con lo sviluppo sociale che punti ad unire le energie e non a dividere?

Le opinioni sono concordi sulla bassa crescita dell’Italia causata da un’altrettanto bassa produttività non limitata ai processi produttivi, ma estesa all’intero sistema paese.

La via d’uscita? Creare valore con l’utilizzo del capitale sociale e umano di cui è ricca l’Italia. È strano sentir parlare di lavoro che non si trova e poi osservare il degrado in cui versa il nostro patrimonio artistico, monumentale e ambientale. Oppure constatare il regresso in settori di punta nei quali la gran parte dei consumi interni (se non tutti) si soddisfano con prodotti di importazione. O anche veder trascurati settori primari come l’agricoltura e la zootecnia. O ancora osservare le grandi aree urbane afflitte da una mobilità difficile perché mancano le risorse per lo sviluppo del trasporto pubblico. C’è poi la scuola, povera di mezzi e colpita da tagli di risorse e dal disprezzo degli uomini del Governo. C’è l’università alle prese con una riforma che non si capisce come possa realizzarsi tanto è complessa e segnata dall’assenza di risorse.

C’è poi un assetto civico che avrebbe bisogno di una profonda opera di ricostruzione per mettere la grande forza della partecipazione e della condivisione dei cittadini al servizio dell’Italia ponendo fine alla maledizione che vede prevalere da noi il culto del “particolare” contro l’interesse collettivo.

Insomma sarebbero tanti i campi nei quali darsi da fare per far rinascere il nostro Paese. Non farlo, perdere altri anni dietro alle avventure di un multimiliardario palesemente inadatto a governare perché assolutamente disinteressato a tutto ciò che non rientra nel suo interesse personale e contornato da gruppi di affaristi che la pensano come lui, sarebbe un delitto contro l’Italia.

Claudio Lombardi

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