Fatta l’Italia facciamo gli italiani (di Antonello Marasco)

Quale’ il più grande problema dell’Italia?

Ho riflettuto a lungo e poi, purtroppo, mi sono dato questa risposta: gli italiani!

150 anni di unità nazionale non hanno prodotto nel popolo italiano un senso di appartenenza nazionale, un attaccamento al bene comune. In parte siamo ancora legati a un sentire di tipo medievale dove le corporazioni, intese come gruppi di interesse slegati dall’interesse generale, impediscono lo sviluppo socio-economico di una nazione moderna.

Così il Paese non sa dove vuole andare perchè non ha un sentire comune, la “ barca” non viene spinta da tutti in una unica direzione, ma e’ tirata a sinistra e a destra con divisioni che si radicano nel popolo suddiviso in una miriade di categorie apparentemente in competizione l’una con l’altra. La divisione più grande, tuttavia, è quella fra lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, professionisti e imprenditori) e lavoratori dipendenti (operai e impiegati). Ora se ne sarebbe aggiunta un’altra, forse trasversale, quella dei pensionati il cui peso (e il cui numero) è così aumentato da farli apparire quasi l’ago della bilancia per le sorti dell’Italia. Conta molto, però, che all’interno di queste macro aree sussistano altre divisioni che rendono sempre difficile stabilire quanto ognuno debba ricevere e quanto debba contribuire al benessere nazionale. Purtroppo l’effetto di queste fratture e della ricerca dei bilanciamenti che funzionano meglio, spesso porta all’immobilismo. E questa è una caratteristica del nostro Paese unanimemente riconosciuta dagli osservatori stranieri.

Ecco cosa succede quando gli interessi particolari sono sentiti superiori al bene comune.

Intanto il mondo va avanti, ci sorpassa e siamo trascinati da correnti molto più grandi del nostro “piccolo” paese che poi tanto piccolo non sarebbe visto che riesce ad essere la settima (o ottava) potenza economica del mondo e che potrebbe porsi a livello mondiale come punto di riferimento culturale anche più di quanto non sia già oggi.

Mentre i giovani, le nostre menti migliori, troppe volte abbandonano il paese, non dobbiamo dimenticare di quanto siamo fortunati a essere nati su un suolo cosi bello e ricco che ha partorito menti eccelse e che ha prodotto opere non solo artistiche che le altre nazioni  guardano con ammirazione.

Purtroppo l’ammirazione non è destinata tanto agli italiani di oggi quanto all’Italia per ciò che ha saputo esprimere nel corso dei secoli. A volte sentiamo proprio il bisogno che qualcuno ci ricordi che siamo nipoti di Leonardo, Michelangelo, Galileo Galilei, Machiavelli, Dante, Leopardi, Garibaldi, Mazzini, Guglielmo Marconi e tanti altri che arrivano quasi ai giorni nostri.

Tanti altri talenti italiani hanno trovato all’estero la strada per esprimersi e non è questa la sede per indicarli. Basta sottolineare che dobbiamo liberarci dell’immagine che ci vuole tutti “figli” o imitatori di Berlusconi. E questo anche oltre la fine dei suoi tristi anni di governo.

Torniamo alla sostanza, a ciò che conta oltre le apparenze qui e altrove: la sola vera ricchezza sono i giovani con la loro intelligenza e vitalità. Loro hanno i mezzi e le capacità per scardinare il sistema; bisogna solo allevarli con cura, dare loro strumenti e occasioni, mentre la classe dirigente attuale per paura e miopia non fa altro che togliere risorse alle scuole, alle Università e alla ricerca.

Come cittadini italiani dobbiamo ancora  metabolizzare il fatto che le tasse non sono un sopruso dello stato che viene a metterci le mani nelle tasche, ma il giusto contributo che ognuno di noi versa nelle casse comuni per realizzare le opere e sostenere i servizi che mandano avanti la vita della nazione e di noi tutti.

Per questo ci vogliono buoni amministratori a tutti i livelli e la legalità come cardine della vita pubblica. Se pensiamo agli anni passati, gli anni delle cricche e dei festini, già questa sarebbe una rivoluzione. Un’altra la potremo fare noi tutti sentendoci cittadini cioè elemento fondante dello Stato.

Cosi, fatta l’Italia, faremo anche gli Italiani.

Antonello Marasco

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