Federalismo all’italiana e salute “no border” (di Teresa Petrangolini)

A metà del 2013 entrerà in vigore in tutti i paesi dell’Unione Europea una nuova Direttiva sui diritti dei pazienti nelle cure transfrontaliere. Si tratta di una assoluta novità perché il testo prende le mosse da alcune sentenze della Corte di Giustizia Europea che riconoscono ad alcuni cittadini comunitari (quelli che avevano fatto ricorso) il diritto ad essere rimborsati dal proprio paese in caso di cure all’estero. In pratica l’Europa, partendo dal basso, vale a dire da una azione giuridica intentata dai cittadini, prende atto che non è possibile il diritto alla mobilità e la libera scelta degli individui di ricevere trattamenti sanitari in ognuno degli Stati membri. Addirittura la libertà di movimento non riguarda solo le persone, ma anche i prodotti e i trattamenti, tanto che un cittadino potrà avere accesso a farmaci non ancora distribuiti nel proprio paese e, qualora sia il medico ad indicarne la necessità,  pagare secondo le modalità previste nel proprio paese di origine.

Ovviamente la Direttiva è molto più complicata di così perché tiene conto anche delle compatibilità economiche e dei limiti alla spesa, onde evitare la “bancarotta” di paesi i cui cittadini tendono alla emigrazione sanitaria per poter accedere a cure di maggiore qualità in Stati membri limitrofi. Il principio è però interessante: la salute non ha confini e deve tendere ad un governo e regole comuni. Ad esempio, chi è affetto da una malattia rara deve avere la possibilità di accedere al miglior trattamento possibile a prescindere dal luogo di residenza.

Questa visione della cura della salute intesa come una responsabilità globale, o quantomeno comunitaria, va facendosi strada da tempo al livello europeo. Si è cominciato con la sicurezza alimentare per arrivare alla sicurezza dei trattamenti sanitari. C’è una forte attenzione ad una gestione unitaria delle malattie croniche, della cura del dolore, della prevenzione dell’obesità, solo per fare alcuni esempi. Standard comuni collegati al rispetto dei diritti dei pazienti, come recita la Carta Europea dei diritti del malato, sono ormai riconosciuti come strumenti necessari per garantire uguale qualità delle cure ed equità nell’accesso ai servizi per i cittadini europei.

Il trend non è però solo comunitario. Esiste ormai una forte convinzione, tra gli organismi internazionali, le ong, le reti di operatori sanitari, che la salute va costruita secondo una visione globale del benessere di una società. Si tratta di una delle condizioni per lo sviluppo dei popoli e una delle precondizioni per la crescita in un’epoca di forte crisi economica, come lo sono il lavoro e la protezione dell’ambiente. Ciò richiede politiche ed interventi a 360° che superino barriere, separatismi e che costruiscano partnership, collaborazioni e sinergie anche nella raccolta e gestione delle risorse.

Detto tutto questo, ci sorge un dubbio: ma l’Italia dove sta e dove sta andando? Il Federalismo Estremo che sembra essere il modello vigente nella sanità pubblica è una strategia vincente o solo un modo per creare discriminazioni, nascondere le magagne, conservare privilegi e ridurre le possibilità di accesso a cure di qualità da parte dei cittadini? Che farà la Regione Sicilia o l’Umbria o il Lazio quando nel 2013 i cittadini chiederanno di avere una copertura per andare a curarsi senza liste d’attesa in Austria o in Francia? Come potrà competere, senza regole e standard comuni? Negli USA che è il paese più federale del mondo, il 90% delle decisioni vengono prese al livello dei singoli Stati. Solo per poche materie il potere è a Washington. Una di queste è la politica farmaceutica mediante il lavoro della FDA (Food and drug administration). Da noi, nonostante la presenza di una Agenzia nazionale, l’Aifa, si sono creati 21 prontuari regionali con regole proprie, barriere e distinguo. A guardarci intorno, fuori dal nostro paese, si capisce subito che c’è qualcosa che non va. Se la salute deve essere un fenomeno globale, perché lo abbiamo reso un parziale e settoriale?

Teresa Petrangolini

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