Genova, la città dei “biglietti da visita” e le responsabilità di tutti (di Giovanni Berselli)

Non è che non voglia o possa scrivere due righe su quanto è successo a Genova in questi giorni, ma dopo due giorni passati a spalare fango non riesco a ripetere ciò che si sente e si legge in qualunque telegiornale o quotidiano.

Oltre all’alluvione vera e propria, qui siamo anche esposti ad un’alluvione mediatica per cui, le informazioni sono tante e, dato che la priorità per noi genovesi è darsi da fare concretamente, è difficile adesso fermarsi a riordinare le idee. Per farlo bene ci vorrà un po’ più di tempo.
Lunedi sera ho visto in tv “Presa diretta” e mi riconosco nel sentimento dolente che questo pezzo di giornalismo televisivo trasmette. Sentimento dolente cioè l’afflizione per ciò che è accaduto e che ha sconvolto la vita di tanti di noi. Questa è, forse, la definizione migliore per ciò che avverto io e penso anche molti, moltissimi genovesi. Un dolore profondo che fa persino apparire incontrastabile la catastrofe che si è abbattuta sulla mia città.

L’ineluttabilità sta nelle cose dal momento che la città è stata fatta crescere negli spazi che aveva a disposizione (le colline, i fondo valle alluvionali) con poche regole e con la constatazione che spesso gli interessi delle amministrazioni locali si incontravano troppo con quelle del partito del cemento.

Il teatrino delle responsabilità ora non mi interessa. Sentire dire dal presidente della regione che, dove hanno fatto interventi strutturali (Fereggiano), non è uscita una goccia d’acqua (?!?) stimola la mia tristezza e mi fa pensare che ancora una volta, si è persa un’occasione per stare zitti.
Genova è una città difficile, i genovesi, dopo anni di eventi catastrofici, hanno sviluppato un senso di dignità che gli amministratori locali sembra abbiano perso.
La città e i genovesi devono ripartire ancora una volta da loro stessi, da quei ragazzi che, spesso snobbati dalle istituzioni e vissuti quasi come un fastidio o come un problema, sono apprezzati da chi vive l’emergenza dell’alluvione direttamente sulla sua pelle e sulle sue cose.

Bisognerebbe ripartire da una rielaborazione del rapporto cittadino – amministrazione, facendo sì che il territorio possa diventare una priorità nelle politiche della città e che il cittadino, come soggetto principale della città, sia più rispettato. Non abbiamo bisogno di retorica, ma di concretezza. Rispettare il cittadino significa che bisogna rivedere il modo in cui la politica arriva a stabilire le priorità e che queste, in una città, non possono che partire dall’interesse della collettività. E poi bisogna che tutti si sentano responsabili perché non ci voleva un mago per prevedere che l’equilibrio dei fiumi che scorrono sotto Genova era precario e che sarebbe potuto accadere ancora, dopo le esperienze del passato, che quell’equilibrio saltasse. Sentirsi responsabili tutti significa che i cittadini devono guardarsi intorno e controllare il territorio che abitano e farsi sentire senza aspettare che arrivino le autorità o gli scienziati per avvisarli dei rischi. Ma significa anche, anzi soprattutto, che i poteri locali devono ascoltare ciò che dicono i cittadini e metterlo al centro del loro lavoro. Considerare i cittadini come massa inerte vuol dire privarsi dei loro occhi e delle loro menti e questo sicuramente indebolisce le capacità di governo nelle comunità locali.

Genova poi è una città strana, con l’entrata in crisi delle tante attività industriali che si svolgevano nel suo territorio (che avevano, tra le altre cose, fortemente stimolato la crescita dell’edilizia residenziale), ha subito una grande trasformazione e, attraverso i vari grandi eventi (mondiali di calcio, colombiane, G8, anno europeo della cultura etc) ha avuto finanziamenti pubblici che l’hanno collocata nel panorama europeo, tra le prime della classe per gli investimenti strutturali. Di questo, ovviamente, sono stati ben contenti i grandi imprenditori edili che hanno continuato ad operare e prosperare rivelandosi l’unica vera grande “industria” rimasta alla città.

Le conseguenze? Tanti “biglietti da visita” per la città che si è potuta vantare per i grandi eventi, ma anche tanto cemento, tanti centri commerciali direttamente inseriti nel tessuto urbano ed una ricerca metodica per rubare spazi all’alveo dei fiumi.

Sembra strano, ma fra tanti grandi eventi nessuno si è accorto di quei “fucili” puntati sulla città che sono i corsi d’acqua sui quali Genova è stata costruita e non si sono mai trovati i soldi per completare le opere che avrebbero potuto metterla in sicurezza (e che pure erano state individuate da almeno 30 anni!).

Insomma l’unico grande evento che valeva la pena di organizzare – la salvaguardia di Genova nel suo territorio – non è piaciuto a nessuno di quelli che hanno il potere di decidere e nemmeno nessuno di quelli che devono sorvegliare il potere ci si è arrabbiato però.

Per questo preferisco non parlare dell’oggi. La città, nelle sue espressioni ordinarie è mediocre, come mediocre è la politica della sua classe dirigente e io sono ancora troppo scosso per essere lucido.

Giovanni Berselli

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