Gli angeli del fango anche fuori dal fango

Ogni volta che c’è un’inondazione, un terremoto, uno dei tanti drammi provocati dall’incuria degli uomini e dall’anarchia degli interessi particolari ci accorgiamo che esistono i volontari cioè tante persone che diventano immediatamente operative per dare il loro aiuto. A Genova fin dalle prime ore del disastro i volontari, specialmente ragazzi e ragazze, si sono messi al lavoro trovando da soli gli strumenti e inventando l’organizzazione che serviva per svuotare le cantine, i negozi, gli appartamenti e per rendere di nuovo vivibile il pezzo della città invaso dal fango.

Si è messa in moto, prima di qualunque organismo pubblico, la catena della solidarietà e sono spuntate pale, guanti, bottiglie d’acqua e tutto quanto poteva servire i quei momenti di emergenza.

Questa capacità delle persone comuni di intervenire e di fare le cose che servono spontaneamente ci dice che c’è un mondo semi nascosto, ma che è indispensabile: quello della cittadinanza attiva. Come la trama delle radici che tengono insieme il terreno impedendogli di disfarsi così queste persone danno un senso alle parole “società” e “collettività”.

Bisognerebbe che gli “angeli del fango” si rivelassero anche quando il fango non c’è e fossero coinvolti nelle decisioni che riguardano il governo della comunità e che si chiedesse il loro aiuto per trovare le soluzioni migliori ai problemi che le istituzioni e le amministrazioni pubbliche devono affrontare.

Insomma gli “angeli del fango” devono diventare parte integrante della nuova politica che serve all’Italia per salvarsi dal disastro della cattiva politica che ha prevalso per tanto tempo.

Dobbiamo augurarci che ogni abitante del territorio, italiano e non italiano, si senta un po’ anche lui un “angelo del fango” cioè che si senta responsabile di ciò che accade. E poiché ciò deve far parte di una vera e propria rivoluzione civile bisogna gestire una riforma del sistema politico democratico che accolga queste persone e le faccia sentire padroni di casa della Repubblica.

Non sarebbe male che l’esempio partisse da partiti e movimenti che si richiamano alla partecipazione. Iniziassero loro, al loro interno a costruire la cultura della coscienza civica e della responsabilizzazione. Un buon esempio da chi gode dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica vale più di tanti proclami

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