Gli industriali lombardi e la politica del governo

Pubblichiamo stralci della relazione del presidente Carlo Bonomi all’assemblea di Assolombarda. Conoscere il pensiero degli industriali della regione più ricca d’Italia ha una grande importanza in un momento di instabilità ed incertezza per il nostro Paese.

Da alcuni trimestri a questa parte, il vigore della ripresa internazionale ha perso smalto. Il commercio mondiale frena, sotto i colpi di successivi interventi bilaterali sempre più consistenti che alzano il livello dei dazi ormai su alcune centinaia di miliardi di dollari d’interscambio tra USA e Cina. A cui si aggiungono anche i maggiori dazi USA che colpiscono l’Unione Europea.

Il rientro delle politiche monetarie delle maggiori banche centrali verso strumenti ordinari e il rialzo dei tassi d’interesse da parte della FED è tornato a convogliare verso il dollaro ingenti flussi finanziari. Essi risospingono verso la crisi i Paesi afflitti da gravi instabilità sistemiche, siano esse dovute all’eccesso di debito pubblico o di debito privato denominato in dollari, mentre il valore delle valute nazionali va a picco insieme alle bilance dei pagamenti. Dalla Turchia all’Argentina al Venezuela, tornano al pettine i nodi strutturali di tanti Paesi i cui regimi politici hanno illuso per anni i loro cittadini di aver conseguito stabilità e benessere.

La Brexit è diventata una sempre più drammatica corsa contro il tempo. (….) Stretta tra il vincolo di smentire una decisione che non sa come attuare, e le divisioni interne sul se e come scegliere la persistenza nel mercato unico dei beni ma non dei servizi pur senza fare parte della governance, Londra rischia di avviarsi nella prossima primavera a una hard Brexit che farà male tanto all’economia britannica, quanto a quella europea, sia pure in minor misura.

Macron ha sin qui deluso l’aspettativa di poter rappresentare un solido punto di riferimento. L’Europa si avvia alle elezioni della prossima primavera più debole e divisa di quanto le dure lezioni apprese nel post 2011 spingessero a sperare e immaginare.

Sul tavolo del commercio mondiale, USA, Cina e Russia sono tra loro divise. Ma tutte, per ragioni diverse, mirano a indebolirci. È finito il tentativo di governo multilaterale della globalizzazione nato alla caduta del muro. Il G20 è poco più di una sede rituale di fronte al confronto a due tra grandi potenze. Dal prezzo delle commodities energetiche allo scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’Europa e i singoli Paesi europei hanno visto il proprio ruolo e i propri interessi verticalmente indeboliti.

E, su tutto questo, nella generalità dei Paesi occidentali e innanzitutto in Italia ha assunto una forza sempre più rapida un massiccio fenomeno di riorientamento del consenso popolare: verso forze che auspicano il ritorno a sovranità nazionali contrapposte; verso un’idea di Stato non solo dispensatore di sussidi, ma di nuovo protagonista nell’affermazione sulla scena internazionale di vincoli e dazi discrezionali, come in ambito nazionale nella conduzione diretta di imprese e nell’offerta di beni e servizi; verso un’idea di comunità nazionale chiusa nelle proprie frontiere, diffidente se non esplicitamente avversa a ogni idea ordinata di gestione e integrazione dei flussi migratori.

Sono gli effetti di una bassa crescita economica e di politiche sbagliate di finanza pubblica pluridecennali ad essere sfociati nel post 2011 in una perdita di reddito medio più profondo e doloroso di quello della crisi del 1929. Si tratta di errori che hanno responsabilità storiche ben precise. (…)

È avvenuta nel volgere di pochi mesi una trasformazione profonda del senso di sé e della volontà reattiva degli italiani. È un fenomeno che non trova riscontro nell’alternanza tra destra e sinistra al governo durante la Seconda Repubblica. Assume forme di ripulsa verso la stessa idea di democrazia rappresentativa, verso i fondamenti garantisti della giustizia e della presunzione d’innocenza. Inoltre esprime sfiducia crescente verso la scienza – si pensi al rilievo del fenomeno NoVax, che ci vede segnalati ormai dalle autorità sanitarie internazionali come un Paese prima della cui visita sottoporsi a profilassi – e le nuove tecnologie, imputate di sostituire lavoro umano accrescendo le fila dei disoccupati. (….)

Dalla crisi non siamo usciti per diritto divino. Ne siamo usciti grazie soprattutto all’impegno e al sacrificio di migliaia di imprenditori italiani, e di tutti i nostri collaboratori (….)

Diciamolo, una volta per tutte. Per anni in Italia troppi hanno pensato che per essere imprenditori bastasse aprire una partita IVA. Con tutto il rispetto, non è così. No, essere imprenditori è avere il senso del rischio, guardare a nuovi mercati, ricercare e attuare maniacalmente l’innovazione, perseguire la crescita con tutti i nostri collaboratori. E, a proposito di lavoro. Noi non siamo quelli dei campi, che sfruttano col caporalato italiani e stranieri. Siamo stufi di essere confusi con chi lucra sulla fame. Le leggi ci sono. Lo Stato intervenga, li metta in galera. (…)

Ed è con questo orgoglio, che lanciamo un forte appello a tutti i corpi intermedi della società italiana. A tutte le altre associazioni d’impresa, al mondo della finanza e alla comunità della ricerca scientifica, ai sindacati e al mondo del lavoro, all’associazionismo e al Terzo Settore, alle Università e al mondo della cultura.

Siamo noi che dobbiamo dare, tutti insieme, una risposta nuova alla crisi di fiducia complessiva che attanaglia gli italiani.

Siamo noi che dobbiamo proporre una nuova visione di un’Italia coesa, che dia risposte a chi ha meno, che ripristini gli ascensori sociali oggi bloccati, che valorizzi le competenze e che premi il merito, che torni a comprendere che come Paese trasformatore non possiamo isolarci dal mondo, ma al contrario dobbiamo scommettere su una sua maggiore apertura. Se viviamo di export, che ha permesso la pur asfittica ripresa di questi anni, chiuderci vorrebbe dire farci male da soli.

È una sfida culturale di vasto respiro. (…) Prima di tutto, si tratta di recuperare un linguaggio più adeguato. Perché è il linguaggio compulsivo della comunicazione pubblica, il primo elemento che alimenta le paure per sfruttarle a fini di consenso. A fare la cultura di un Paese, e l’immagine che esso ha di sé, sono innanzitutto l’educazione, il linguaggio e i comportamenti. (…)

La rivoluzione del linguaggio responsabile è la prima che dobbiamo fare.

Perché dobbiamo dirlo con forza: se siamo arrivati al 4 marzo, e se da allora non cessano toni e argomenti che dividono frontalmente la società italiana, il primo dovere dei ceti dirigenti è quello di ripristinare il linguaggio della civiltà. (….)

Non abbiamo bisogno di uno Stato che torni ad essere padre e madre: perché nella storia del Novecento questa formula ha prodotto guai immensi. L’etica pubblica non è l’etica di uno Stato che voglia dall’alto imporre ai cittadini la sua visione di cosa sia morale e cosa no.

Dobbiamo dire NO a uno Stato che chiuda gli esercizi commerciali la domenica, sostenendo di difendere le famiglie. Viola la libertà di milioni di consumatori, abbatte consumi e lavoro, mina la possibilità che proprio le famiglie in cui lavorano due componenti si possano contemperare i tempi di lavoro con le scelte di consumo.

NO a uno Stato che crede di poter rigestire il trasporto aereo. Se non potevamo permetterci, anche giustamente, un aereo di Stato come quello della presidenza del Consiglio, possiamo mai tornare a permetterci una flotta pubblica di Stato? (….)

NO a uno Stato che si oppone alle grandi opere infrastrutturali come TAP, TAV, e Terzo Valico. Il governo ha evitato un grave errore respingendo la tentazione di chiudere l’ILVA, scelga ora sulle grandi opere di trasporto ed energetiche di parlare la lingua del futuro e non quella del passato. (…)

Noi vogliamo cambiare l’Italia dal basso, attraverso i contratti. Senza intromissioni da parte della politica. Insieme ai nostri collaboratori e ai loro sindacati. Perché attraverso i nuovi contratti aziendali si crea fiducia nelle nuove competenze, si dimostra che le nuove tecnologie creano lavori e saperi nuovi, si afferma ed estende il welfare aziendale, si promuove la formazione continua che è un nuovo fondamentale diritto/dovere dei lavoratori ed è leva per la crescita di tutte le imprese. (….)

È una visione antitetica a quella che vediamo oggi diffondersi intorno a noi.

E allora diciamolo. I 10 miliardi del reddito di cittadinanza destiniamoli a un Fraunhofer italiano della ricerca per l’industria e la manifattura. Sullo stesso modello del 30% di finanziamento pubblico e del 70% a carico delle imprese, come in Germania. Negli anni, si tradurrebbe in un balzo della produttività, dell’occupabilità dei giovani e del trasferimento tecnologico alle imprese, immensamente più utile di qualunque sussidio pubblico slegato dall’idea di un reddito da lavoro.

E aggiungo. NO a uno Stato che torna a prepensionare aggravando il furto ai danni dei più giovani. Nessun dato empirico comprova l’ipotesi che un pensionato anzitempo lasci il suo lavoro a un disoccupato giovane. (…) E allora spendiamo i miliardi destinati ai prepensionamenti negli ITS e nelle Università professionalizzanti, che ci servono come il pane per risolvere il mismatch dei tecnici che oggi mancano e che le nostre imprese non riescono a trovare! Vogliamo politiche attive del lavoro, non uno Stato maxi fabbrica di persone subalterne ai suoi trasferimenti!

Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del PIL. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating.

Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente – come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti – ecco che allora le stime di maggior crescita del PIL del governo non risultano credibili, e il debito pubblico continuerà a salire. (…)

Il punto è tutto qui: il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Ma tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. (….)

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