I beni comuni per uscire dalla crisi

Pubblichiamo una sintesi di un saggio di Enrico Grazzini tratto da www.sbilanciamoci.info

Secondo l’autore “non esistono alternative o scorciatoie. Per uscire dalla crisi occorre innanzitutto creare e sviluppare un’economia policentrica fondata principalmente sull’autogestione dei beni comuni – ovvero dei beni che per loro natura non possono non essere condivisi, come le scienze, Internet, l’informazione, l’ambiente e il territorio, l’aria e l’acqua, la moneta, le reti di comunicazione e di trasporto.” E questo perché “né le forze di mercato né l’intervento pubblico da soli potranno risolvere i problemi che ci hanno portato alla duplice crisi economica ed ecologica”.

Grazzini ricorda che “la storia dell’economia inizia con i beni comuni, ovvero con i beni condivisi dalle comunità locali” e “la grande scoperta del premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom è che le comunità organizzate possono essere in grado di regolamentare efficacemente l’uso dei beni comuni a vantaggio di tutti. Mentre “la privatizzazione dei commons comporta lo spreco di risorse preziose, gravi inefficienze e alla lunga dinamiche non sostenibili. Anche la statalizzazione dei beni pubblici genera gravi inefficienze, burocratismo, privilegi e corruzione”.

Per questo Ostrom centra la sua attenzione sulle comunità autogestite e su una nuova forma di proprietà, quella comunitaria, che si affianca alla proprietà privata e statale. D’altra parte è un fatto che l’economia capitalista espropria e mette a profitto a beneficio di pochi privilegiati i beni comuni aumentando la distanza tra i ricchi e i poveri e divenendo, col tempo, insostenibile.

Secondo Grazzini “il problema consiste nel fatto che il capitalismo sfrutta gratuitamente i beni ambientali, sociali e culturali comuni senza curarsi degli interessi delle comunità e senza neppure pagare prezzi adeguati.” Ovvero le aziende tendono ad appropriarsi gratuitamente o a basso prezzo dei beni comuni, ma scaricano sulla società i costi ambientali e sociali conseguenti alla loro attività. “Da qui la necessità della costituzione di un terzo settore economico no profit autonomo dal mercato e dai governi: il nuovo terzo settore dovrebbe avere la proprietà formale dei commons,” e “gestirli in un’ottica di lungo periodo a favore delle comunità interessate e del bene comune.”

Ma chi può gestire i beni comuni? Grazzini cita Barnes secondo il quale “le istituzioni più adatte a gestire i commons sono le fondazioni, ovvero enti privati senza scopo di lucro dedicati a raggiungere un unico obiettivo fissato dal loro statuto, come la salvaguardia e la valorizzazione di un bene comune.” Oltre alle fondazioni ci possono essere altre organizzazioni come le “cooperative, i consorzi, le società per azioni no profit”. Caratteristica comune è una gestione democratica aperta alle comunità interessate.

Può sembrare un sogno ad occhi aperti eppure “internet per esempio è già la principale organizzazione globale no profit, non privata né statale ma gestita direttamente dalla comunità scientifica in collaborazione con gli utenti, i governi e le società private; e le fondazioni governano già il free software, l’open source, Wikipedia, il browser Firefox, e Creative Commons, l’organismo che gestisce i diversi livelli di copyright. Esistono anche numerose fondazioni che salvaguardano i parchi, le foreste e la natura, o che gestiscono beni culturali – come quella che eroga i premi Nobel o la fondazione “Guggenheim”. Queste organizzazioni impiegano i loro patrimoni non per remunerare i proprietari o gli azionisti – come avviene nelle società private – ma per raggiungere lo scopo sociale fissato dal loro statuto.”

Le fondazioni possono, quindi, agire nel campo della conoscenza con la partecipazione di “scienziati, ricercatori, università e istituti di ricerca ai diversi livelli, che gestiscano direttamente e autonomamente l’accesso ai brevetti sulle loro invenzioni.”

Non si tratta, però, di riproporre “l’utopia dell’autogestione dell’economia proposta nel secolo scorso dalla sinistra comunista e socialista. A parte l’esperienza generalmente positiva delle cooperative di lavoratori, l’utopia generosa e nobile dell’autogestione della produzione ha finora avuto esiti a dir poco sfortunati. I consigli operai di gestione, nati durante le diverse crisi del capitalismo in differenti paesi, hanno infatti avuto vita breve, e i soviet del comunismo sono sfociati nella dittatura di partito sulla classe operaia e sulle classi popolari.”

Nella realtà economica e sociale attuale hanno, invece, un ruolo centrale le conoscenze, l’informazione e l’ambiente ed infatti “prevalgono, anche numericamente, i knowledge worker”. Questi lavoratori che possono costituire, nelle economie avanzate, oltre il 40 per cento del totale degli occupati “hanno elevati livelli di istruzione e le migliori competenze per gestire autonomamente il bene pubblico della conoscenza, tanto più rilevante dal momento che è trasversale a tutta l’attività produttiva.” E si deve anche “all’attività di studio, di analisi e di denuncia da parte dei knowledge workers,” se le comunità locali sono sempre più informate e attente all’ambiente, al cambiamento climatico, alle energie “sporche” e non rinnovabili, alla salute pubblica, alla gestione delle risorse territoriali, e alla qualità della vita.

In una visione gradualistica Grazzini afferma che “i movimenti dovrebbero esercitare la loro azione politica ed economica perché i governi assegnino prioritariamente alle società no profit i diritti di proprietà dei commons”. Lo stato dovrebbe “favorire sul piano giuridico, fiscale e amministrativo la creazione e lo sviluppo delle società senza scopo di lucro e del terzo settore no profit” garantendone il ruolo nell’economia policentrica.

Considerando i disastri causati dall’economia dominata dalla finanza e dai gruppi di potere basati sulla collusione fra poteri pubblici e aziende private vale la pena prendere molto sul serio questa proposta.

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