I giovani: una generazione perduta? (di Luca Aterini)

«Impegnamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre di generazioni perdute». Nell’intervista rilasciata a Sette, Mario Monti spiega che tra le qualità che gli piacerebbe avere rientra «la spontaneità», ma talvolta la esercita con fin troppo vigore. La realtà che accomuna una fetta sempre più grande dei giovani italiani è certamente allarmante; non serve ricorrere alle opinioni per averne conferma quando, una volta tanto, basta osservare i numeri. I dati più recenti prodotti dall’Istat parlano di un tasso di disoccupazione giovanile giunto al 36,2%, un record. Fossimo davvero in un «percorso di guerra», questo sarebbe un bagno di sangue.

Se la libertà di stampa, come suggeriva Orwell, consiste nel diritto di poter dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire, è opportuno che il premier rimarchi la drammaticità della situazione. Un conto, però, è dire che sì, i giovani sono tra le prime vittime della crisi, ma che comunque la società tutta saprà impegnarsi per garantire loro un futuro (che è il futuro stesso della società); un altro paio di maniche è invece affermare che «la verità purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di “generazione perduta” purtroppo. Più che attenuare il fenomeno con parole buone credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni».

«Limitare i danni» è urgente, ma non sufficiente. Tolta anche la speranza, davvero non rimane più nulla, e questo non possiamo permettercelo: resterebbe l’accanimento terapeutico, e staccare la spina al paziente esangue sarebbe allora un attimo. Questa forma di rassegnazione ben si inserisce nella corrente che – da decenni, ormai – spinge la maggioranza dei Paesi occidentali, i cosiddetti “paesi civili”, a produrre ambienti sociali caratterizzati dalla disuguaglianza, che è l’unica cosa che cresce in questi tempi di magra economia.

Secondo dati Ocse, nel 2008 il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta. Ecco che le proteste di strada dei movimenti Occupy contro l’1% della popolazione ricca, contrapposta al restante 99%, nelle loro estremizzazioni ne nascondono un’altra, di “verità purtroppo non bella da dire”: come scrive Leopoldo Fabiani per La Repubblica, citando i dati proposti dal Nobel Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro, The Price of Inequality: addirittura negli Stati Uniti «accade che sei persone (gli eredi della famiglia Walton che controlla l’impero commerciale Wal-Mart) dispongano di una ricchezza di 90 miliardi dollari, equivalente a quella dell’intero 30% della popolazione americana.

La disuguaglianza tra la parte più ricca e quella più povera della società, diventata clamorosamente evidente in questi anni di recessione e di impoverimento generale, ha radici che vanno indietro nel tempo».

La nostra stessa Carta costituzionale afferma, all’articolo 3, che «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Un principio di uguaglianza sostanziale, che il presidente del Consiglio non può liquidare affermando soltanto la volontà di «limitare i danni» della crisi per le nuove generazioni.

Rifacendosi alla definizione stessa di sviluppo sostenibile, stilata nel 1987 nel rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, quello desiderato è «uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni». Non c’è spazio per limitazioni dei danni, quanto per la volontà propositiva di cambiare modello di sviluppo, un compito per le quali le giovani generazioni – che abiteranno il pianeta negli anni a venire – hanno un ruolo centrale.

Riscoprendosi progressista, nella stessa intervista Monti afferma che «non bisogna più avere paura, come è stato per venti-trent’anni dopo l’inizio di Reagan e Thatcher, di parlare di politiche contro le eccessive disuguaglianze e di fiscalità progressiva». Bene, cominciamo dunque a parlarne da subito, riguardo al presente e non solo ad un futuro indefinito.

Luca Aterini da www.greenreport.it

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