I guasti del “più mercato meno Stato” (di Laura Pennacchi)

Il trentennio neoliberista, che ha incubato la crisi economico-finanziaria globale esplosa nell’autunno del 2007 e ancora oggi – dopo cinque anni – drammaticamente in corso, ha sintetizzato la sua esaltazione del mercato e la sua avversione allo Stato e alle istituzioni nel motto “meno regole, meno tasse, meno Stato”, fatto proprio dalle destre. Nella sostanza una potente ideologia ultraortodossa ha predicato un drastico ridimensionamento della presenza pubblica nelle attività economiche e sociali, sostenendo che l’intervento dello Stato è sempre e comunque negativo per il benessere collettivo, che i governi dilapidano risorse e che ogni tentativo di redistribuire la ricchezza dà vita a forme di perseguimento delle rendite.

Ne è seguita in tutti i paesi occidentali governati dalle destre (le cose sono andate ben diversamente nei paesi in via di sviluppo) un’ondata di deregolamentazioni, riduzioni delle tasse per i ricchi, privatizzazioni. Come non ricordare che tra i primi atti del governo Berlusconi-Tremonti insediatosi nel 2001 ci furono l’abolizione dell’imposta di successione per i grandi patrimoni, la soppressione del reato di falso in bilancio, la proclamazione dell’“arretramento del perimetro pubblico” affidato alla Finanziaria di quell’anno?

Non si è trattato di fenomeni che hanno inciso, per quanto profondamente, solo sulla materialità del vivere, perché quei fenomeni hanno investito le menti e le coscienze, coinvolgendo direttamente la dimensione antropologica: le macerie da rimuovere per ricostruire un edificio civile, quindi, sono particolarmente spesse ed ingombranti.

Con la pulsione di buschiana (del Presidente Busch) memoria verso lo starving the beast (“affamare la bestia”, e la bestia sono gli Stati e i governi) – da realizzare proprio con la riduzione delle tasse che “affama” l’operatore pubblico sottraendogli le risorse necessarie a finanziare servizi, prestazioni sociali, politiche industriali – con un colpo solo si è operata una terribile delegittimazione dell’istituto della tassazione (equiparata a furto, esproprio, estorsione, mentre le costituzioni del Novecento la assumono come un “contributo” al bene comune) e si è aggredita a morte l’idea stessa della responsabilità collettiva, un’idea alla base della civiltà moderna nata dall’illuminismo secondo cui la cittadinanza è costruita da individualità responsabili che condividono responsabilità comuni, cittadini che si debbono qualcosa l’un l’altro in quanto “concittadini”.

Così la dimensione antropologica è stata influenzata da uno speciale legame tra ideologia “ultraortodossa” e visione “ultraindividualistica”, poiché la predicazione di un ruolo pubblico ristretto e angusto si è basata su una visione altrettanto ristretta e angusta del rapporto tra individuo e collettività, volta a soffocare le istanze solidaristiche: l’individuo è un atomo, non esistono responsabilità collettive perché “non esiste la società”, secondo le parole di Margaret Thatcher.

Le diseguaglianze e lo spostamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro e a vantaggio del capitale e delle rendite finanziarie hanno svolto un ruolo cruciale nel modello di sviluppo neoliberista basato su “più mercato, meno Stato”, animando tutti e tre i processi in cui tale modello si è estrinsecato: la finanziarizzazione (a metà 2008 il valore nominale delle quote di derivati trattati nelle borse era di 80 trilioni di dollari, mentre di quelli scambiati fuori mercato toccava i 684 trilioni, con un totale di 764 trilioni, 14 volte il PIl globale), la commodification (una mercificazione estrema di tutto perfino del genoma umano, che non ha risparmiato il lavoro, la moneta, la terra, le tre cose su cui gli ammonimenti di Karl Polaniy a non mercificare erano risuonati più forti), la denormativizzazione (la sostituzione della norma e della legge con il negozio e il contratto privato e la generalizzazione della lex mercatoria). Un sistema economico e finanziario mondiale costruito sui global imbalances – tale per cui ha lungamente veicolato i guadagni di produttività verso i profitti e le rendite, compensato la stagnazione dei salari e la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori dei paesi sviluppati con la facilitazione dell’accesso all’indebitamento (anche nelle forme perverse dei subprime) da una parte, dall’altra con l’importazione a basso prezzo di beni di bassa qualità prodotti da lavoratori sottopagati nei paesi in via di sviluppo – non poteva che generare enormi problemi allo stesso tempo di domanda e di offerta e incredibili diseguaglianze.

Come è stato messo in rilievo ripetutamente da Paul Krugman, agli inizi del 2000 negli USA il rapporto tra la retribuzione mediana di un lavoratore che sta nel mezzo della piramide sociale e quella di un top manager – che era di 30 volte nel 1979 – è salito a 150 volte e perfino a 400-500 volte.

I mutamenti nella struttura reddituale, a loro volta, hanno agito come detonatore per la sollecitazione dell’indebitamento e per l’innovazione finanziaria, trasformando la finanza in un predatory system, per riprendere le parole di Stiglitz, e facendo della alterazione della distribuzione del reddito un elemento fondamentale del modello di sviluppo neoliberista.

Tutto ciò esplode con la crisi del 2007/2008, la quale si manifesta subito non come un epifenomeno o un incidente di percorso ma come crisi strutturale, crisi di un intero modello di sviluppo che con essa deflagra svelando la fragilità delle sua basi materiali e la fallacia dei suoi presupposti teorici: i mercati non sono né razionali né efficienti, i mercati non si autoregolano e, anzi, lasciati a se stessi, rovinano e trascinano nella loro rovina l’intera vita e dignità umana. Se si guarda all’esplosione della disoccupazione e al configurarsi della problematica del lavoro come vera e propria “catastrofe sociale”, si può ben dire a questo punto che è in gioco una questione di civiltà, che un capitalismo così rovinoso è messo in discussione nei suoi fondamenti di civilizzazione e di legittimazione.

Ma che la dottrina dell’intrinseca razionalità ed efficienza del mercato e della sua automatica capacità di regolazione abbia fatto tragico fallimento non vuol dire che il neoliberismo sia stato sconfitto e sia oggi in ritirata. Il neoliberismo risorge anche se in forme nuove, per esempio non disdegnando di ricorrere macroscopicamente alle risorse pubbliche per salvare le banche e il sistema finanziario internazionale (trasformando così immensi debiti privati in immensi debiti pubblici) ma anche ad altri tipi di intervento pubblico, al punto che oggi si parla di “neoliberismo statalista”.

Del resto, il neoliberismo non è mai esistito in forme pure, sempre in forme spurie: negli anni di Reagan e dei Bush negli Usa si è dato vita a qualcosa che alcuni studiosi hanno definito hidden developmental state (Stato “sviluppista” nascosto) e Pinochet, uno dei suoi inventori,

associò al neoliberismo e alle privatizzazioni in politica economica e politica sociale un decisionismo violento e un autoritarismo sanguinario nella soppressione della democrazia cilena.

Il punto è proprio questo: il ricorso allo Stato che compie il neoliberismo dà vita a una sorta di “keynesismo privatizzato” e di predator state al servizio degli interessi delle corporations e dei poteri forti, il quale implica comunque da una parte l’erosione delle funzioni più nobili e trasparenti della “statualità”, dall’altra l’abbattimento dei benefici pubblici, specie quelli del welfare state, per ceti medi e lavoratori. Si spiega così il singolare paradosso a cui oggi siamo di fronte: l’intervento pubblico è stato invocato quando si trattava di salvare banche e intermediari finanziari dall’abisso e ora che bisognerebbe sostenere i redditi dei lavoratori, rilanciare la “piena e buona occupazione”, dare vita a un nuovo modello di sviluppo, se ne pretende un drastico ridimensionamento sotto forma di tagli vertiginosi alla spesa pubblica, specie quella sociale (per pensioni, sanità, istruzione, servizi, ecc.), spesso veicolata da regioni ed enti locali su cui la scure si abbatte in modo cieco.

Agisce in tal senso la generalizzazione delle linee di austerità draconiana imposte ai paesi europei – quando l’epicentro della crisi si è spostato in Europa e ha aggredito i debiti sovrani – dal duo Merkel-Sarkozy, in conseguenza di una diagnosi gravemente sbagliata, invertente la relazione di causa-effetto e misconoscente che i debiti pubblici sono cresciuti per fronteggiare la crisi e non viceversa. L’austerità draconiana da un lato compromette le prospettive di crescita facendo precipitare i paesi europei nella recessione, dall’altro riapre spazi alle privatizzazioni in tutte le direzioni e al depotenziamento del ruolo dello Stato, nuovamente ridotto a “Stato minimo”.

La crisi economico-finanziaria ha attizzato il fuoco sotto problematiche che covano da tempo un potenziale esplosivo, dalla crescita delle diseguaglianze agli squilibri territoriali, al depauperamento del capitale sociale e dei patrimoni infrastrutturali, alla dequalificazione dei sistemi educativi e delle strutture di welfare, al riscaldamento climatico e alle questioni ambientali generali. Trattare queste problematiche implica tornare a un incisivo intervento pubblico – che non si limiti e a regolare e a liberalizzare – e ridare cittadinanza a una parola troppo a lungo negletta: programmazione (Giddens, il teorico della terza via semiliberista di Tony Blair, dice addirittura “pianificazione”).

La programmazione e la politica industriale assumono questioni che il mercato non può risolvere: la scelta di quanto investire (e perciò risparmiare) nell’aggregato, la direzione che le nuove tecnologie debbono intraprendere, la decisione di quanto peso e quanta urgenza dare ai problemi ambientali, il ruolo da assegnare alla scuola, alla conoscenza scientifica, alla cultura. Inoltre, ogni crisi, tanto più se severa come l’attuale, forza e accelera il ritmo del cambiamento strutturale. Questa consapevolezza è tanto più cruciale oggi che la crisi globale fa maturare condizioni per porre al centro di un nuovo modello di sviluppo green economy, beni comuni, beni sociali.

Solo un rinnovato intervento pubblico a scala europea inteso in termini di “sfera pubblica”, potrà affrontare le esigenze che oggi si pongono.

La prima riguarda l’opportunità che tutti i paesi e le aree (come, in particolare, quella europea) facciano maggiormente leva per il proprio sviluppo sulla loro domanda interna. Ciò è necessario se si vogliono correggere i global imbalances all’origine della crisi. Del resto Keynes fin dal 1944 segnalava che paesi che avessero puntato esclusivamente sulla crescita

trainata dalle esportazioni sarebbero stati inevitabilmente in conflitto tra di loro.

Correlata alla opportunità di puntare sulla domanda interna c’è la seconda esigenza, la quale concerne la necessità di fare maggiore spazio nelle nostre economie e nelle nostre società a consumi collettivi, anche considerando quanto esteso sia stato il consumismo individualizzato deteriore indotto dal neoliberismo. Consumi collettivi richiedono investimenti pubblici. L’operatore pubblico deve svolgere una funzione di traino, ma gli strumenti a cui può ricorrere sono molteplici e tutti aperti alla possibilità di coinvolgere gli operatori privati, specie se si sfrutta la dimensione europea, come avviene nelle proposte di eurobonds e di europrojects.

La terza esigenza si manifesta nella congiunzione redistribuzione/allocazione, perché mai come nella situazione presente questioni di allocazione e questioni di redistribuzione appaiono inseparabili. Al centro debbono starci non solo gli interrogativi sui meccanismi di

acquisizione dei guadagni di produttività, sui modelli contrattuali, sulla regolazione del mercato del lavoro, sulla possibilità di fare ricorso a “minimi” e “massimi” retributivi, ma anche quelli su come creare direttamente lavoro per iniziativa di agenzie pubbliche e strutture istituzionali ispirate al New Deal, del tipo di quelle alle quali sta lavorando Obama (si pensi alla banca pubblica per le infrastrutture).

La quarta esigenza è quella di considerare simultaneamente domanda e offerta. Per l’Europa, ad esempio, è vitale utilizzare pienamente la forza della domanda interna.

La quinta esigenza, infine, riguarda la necessità di interconnettere innovazione tecnologica e innovazione sociale, vale a dire di finalizzare un intensificato processo di ricerca di base e di ricerca scientifica e tecnologica alla soddisfazione di nuovi bisogni e di nuove emergenze sociali: benessere umano e civile, rivoluzione verde, sviluppo delle città e di territori risanati anche grazie a una agricoltura di qualità, invecchiamento demografico, salute, immigrazione integrata e così via.

Laura Pennacchi da www.tamtamdemocratico.it

2 commenti

  • Francesco Marangoni

    chi non si rassegna? ma se siete ultra sessantenni !! (sia te, Mancioppi, che la Pennacchi)
    Ancora volete combattere? ma dai, su, datevi pace!!

    Ma non avete pensato davvero, nemmeno per un attimo, che il futuro NON è vostro, ma dei vostri nipoti?
    Fate decidere loro. Delle vostre idee, i vostri paradigmi, la vostra impostazione culturale fra appena 20 anni non esisterà più nulla!

    Non è il caso di lasciar fare loro? di lasciar PESARE le loro idee?
    Certo, si troveranno ad affrontare i soliti problemi (che la vostra generazione non ha comunque risolto) e a fronteggiare gli stessi fantasmi, ma almeno questi fantasmi avranno volti diversi, come già li hanno nella loro mente.
    Le vostre analisi sono inevitabilmente schiave delle categorie mentali a cui siete assuefatti, e ci mancherebbe che non fosse così: è così per chiunque. Ma se davvero volete che la società cambi, perchè non prendete atto del fatto che a 60 anni NON si possono più cambiare le proprie categorie mentali?
    E che quindi forse è meglio lasciare spazio ai “nuovi” con le loro “nuove” categorie….

  • Sergio Mancioppi

    L’analisi di Laura Pennacchi è ampia, condivisibile e soprattutto parte giustamente dalla visione internazionale dei problemi e dello svilupparsi della crisi. Certo che dopo una analisi così estesa viene da piangere nel pensare alle dispute sull’articolo 18 portate avanti come se il problema fosse rappresentato dalle troppe garanzie offerte ai “privilegiati” lavoratori rispetto alla massa dei precari o disoccupati. Vorrei comunque aggiungere un elemento, che non trovo nell’articolo. Mi sembra infatti che manchi una riflessione aggiuntiva sul ruolo che hanno, in questo processo economico globale, i partiti e le altre forme organizzate di partecipazione collettiva. Lo sviluppo capitalista-finanziario, che ha dominato questi processi, soffre infatti le forme più avanzate di rappresentanza democratica e le avverte come nemiche della libertà di arricchimento e di potere. Nasce anche da qui la crisi di rappresentanza dei partiti e delle istituzioni democratiche, prime fra tutte i parlamenti. Il processo è particolarmente avanzato in Italia, dove un governo non eletto e senza partiti di riferimento può permettersi riforme ultra-liberiste, con la scusa della crisi economica. Con la complicità e la sudditanza di partiti come il PD, che in teoria dovrebbero essere all’opposto delle iniziative anti-popolari ed essenzialmente reazionarie del governo Monti.
    Insomma, un articolo sul quale riflettere, perché molto utile a chi non si rassegna alla presente fase politica.

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