I massacri in Libia, la rivoluzione dei giovani in nord africa e l’Italia (di Claudio Lombardi)

Ormai dovrebbe essere chiaro a molti che la crisi del nord africa con la caduta di regimi che apparivano solidi, ma che si sono rivelati odiosi per la maggioranza della popolazione, pone il problema urgente di ridisegnare la politica estera dell’Italia e dell’Europa. Gli Stati uniti già lo stanno facendo e l’appoggio alle rivolte in Tunisia e in Egitto dimostra che hanno preso atto di un cambiamento inarrestabile e di lungo periodo perché si appoggia su una maggioranza di giovani che uniscono nella lotta l’esigenza di migliori condizioni materiali di vita con la voglia di libertà e di una nuova identità anche diversa da quella religiosa. Ed è significativo che questo accada dopo la rivoluzione nelle comunicazioni che si è verificata negli ultimi anni perché ciò implica, se non per tutti, almeno per tanti, aver dato uno sguardo al mondo ed essere usciti da un’ottica ristretta tribale o di comunità locale.

Che l’Italia debba cambiare è necessario sia perché, per collocazione geografica, ha da sempre un rapporto privilegiato con la sponda sud del mediterraneo, sia perché dal cambiamento di regime può venire la spinta ad un nuovo sviluppo economico che aumenterebbe gli scambi commerciali e la cooperazione con i paesi vicini e che frenerebbe, meglio di qualunque altro strumento, l’emigrazione verso l’occidente.

È incontestabile, però, che tutto dipenderà da quale classe dirigente prenderà la guida di quei paesi e da quale sostegno verrà dalle democrazie occidentali.

Per l’Italia il problema è serio perché è evidente, anche dal vuoto di iniziative nei confronti del massacro in Libia di queste ore, che l’Italia si è adagiata in una politica estera senza respiro che non ha voluto vedere le crepe dei regimi autoritari e che, per simpatia e affinità culturali fra i leader di governo, ha privilegiato rapporti personali rappresentati come amichevoli che hanno avallato la credibilità dei regimi che stanno crollando. E tutto ciò senza immaginare un cambiamento e senza una politica attiva che guardasse al futuro. Al contrario, nel caso della Libia, in particolare, l’Italia ha esibito una passività e una sudditanza psicologica nei confronti del dittatore libico che copriva, evidentemente, un limite culturale del nostro Governo.

Come per la Russia, così anche nel caso della Libia si è ristretta la politica estera all’ambito dei rapporti personali, non sempre trasparenti, fra il Capo del nostro Governo e gli altri leader con una gestione scenografica, ma priva di senso strategico e progettuale.

Il danno per l’Italia è evidente come dimostra la caduta della Borsa e i timori dell’esplosione di un flusso migratorio di massa.

Speriamo che si corra ai ripari, ma è difficile che lo facciano gli uomini di governo che fino a ieri, 21 febbraio, auspicavano il ristabilimento dell’ordine in Libia senza interferenze dell’Unione Europea, o che fino all’altro ieri avallavano ogni atto del regime dittatoriale che sta massacrando la popolazione civile.

Claudio Lombardi

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