I poteri occulti che minano la democrazia (di Claudio Lombardi)

“In realtà, più che i mafiosi stessi o i politici corrotti, sono gli onnipotenti servizi i protagonisti dell’ultima stagione di narrazione della mafia. Sono i depositari di una verità che, ovviamente, non si saprà mai perché i mafiosi si pentono, crollano, parlano, i politici si spaventano, i banchieri vengono ammazzati, ma la baracca la tengono in piedi loro, i Servizi.

Che non sono deviati, o infedeli, o corrotti. Sono lo Stato, la sua continuità, la sua memoria. Della mafia i servizi sanno tutto, naturalmente. Soprattutto quanto sia ingenuo o pericoloso pensare di distruggere questo patrimonio dello Stato italiano e i servizi che rende. Qualcuno davvero vorrebbe l’Italia senza l’ordine sociale che assicura al Sud, i voti che convoglia, i soldi che fa circolare, l’economia che alimenta, i favori che offre, le magnifiche cerimonie religiose che organizza?

Da tutte le storie recenti balza agli occhi quanto siano bene organizzati, competenti e attrezzati. Sono sui luoghi dei delitti e delle stragi prima di tutti, incaricandosi di controllare che niente sia fuori posto; hanno un ufficio stampa (si chiama “Falange armata”) che prontamente rivendica delitti e stragi; un sistema efficace di intelligence per depistare (“corvi”, anonimi, minacce); possiedono una notevole attrezzatura (telefonini clonati, appartamenti civetta, automobili, aerei, centralini telefonici, sedi); stipendiano confidenti sia nella mafia sia nello Stato, dispongono di grandi budget, entrano ed escono dalle prigioni come e quando vogliono. Ricattano, naturalmente. Ma chi non lo farebbe al posto loro?”

Questa lunga citazione dal libro “Il vile agguato” di Enrico Deaglio (Feltrinelli, 2012) dedicato alla ricostruzione dell’omicidio di Paolo Borsellino e della sua scorta rappresenta una magistrale descrizione di una faccia che assume la gestione del potere in Italia. Diciamo che è la faccia che guarda verso lo Stato e le sue innumerevoli diramazioni e che ha come oggetto il controllo delle risorse pubbliche vera base economica del blocco sociale che tiene in pugno il nostro Paese e che solo in minima parte è stato intaccato dalla crisi del berlusconismo.

Diciamo anche che è una faccia nascosta, impresentabile, indifendibile, ma molto reale. È l’esatto contrario delle istituzioni democratiche e della legalità costituzionale somigliando, piuttosto, all’antico regime feudale nel quale il potere era nelle mani di chi aveva la forza e non era soggetto ad alcuna legge. Una faccia che interagisce col potere legale e democratico manovrando, infiltrando, lusingando, ricattando e se non funziona nulla di tutto ciò, come ultima risorsa, uccidendo.

Ma c’è un’altra faccia di un altro potere, quello economico-finanziario presente dappertutto nel mondo e che, anch’esso, rispetta e segue le leggi della forza e non la forza delle leggi. In Italia questa faccia è rappresentata dal capitalismo delle famiglie e dei gruppi di potere della finanza. Se vogliamo un esempio di questo mondo prendiamo la vicenda Fonsai-Ligresti nella quale, con l’assenso di Mediobanca (crocevia della finanza italiana non a caso fondata sul “vangelo” dettato da Enrico Cuccia secondo il quale “le azioni non si contano, ma si pesano”) che ha sempre sostenuto Salvatore Ligresti è stato possibile realizzare il saccheggio di un’azienda florida. Ridotta al fallimento di fatto (consumato all’inizio dell’estate ed interamente pagato dai piccoli azionisti con l’azzeramento del valore delle loro azioni) e senza che i Ligresti pagassero per le loro responsabilità. Adesso si spera, come in tante vicende italiane, nell’azione della magistratura che sta indagando. Questa faccia del capitalismo italiano non genera ricchezza, ma se ne appropria, l’assorbe e la distrugge. Però è potente grazie alla fitta rete di complicità che è capace di costruire attorno a sé (con, ovviamente, i politici in prima fila).

È logico che questo intreccio di poteri costituisca un ostacolo formidabile per l’esistenza della democrazia; ed è logico che sia una delle cause determinanti dell’arretratezza italiana e della crisi finanziaria dello Stato. Lo scopo essenziale di questo sistema di potere è il duplice controllo delle risorse pubbliche e di quelle private. Decidere a chi prelevare le tasse e a chi redistribuire le risorse pubbliche significa avere in mano la metà del Pil italiano e un potere reale su tutti coloro che devono pagare e che devono ricevere. Per questo nelle vicende siciliane di mafia (ma la stessa cosa vale nelle altre regioni alle quali si estende la penetrazione dei capitali mafiosi) il controllo del territorio si accompagna sempre al controllo delle risorse pubbliche che vi vengono immesse. Di qui la conquista dei partiti e delle istituzioni, ma, soprattutto, il patto con i settori dello Stato e delle forze politiche che garantiscono la continuità di quel potere. Il controllo delle risorse private si realizza attraverso il sistema creditizio in primo luogo. Quante volte abbiamo letto di crediti incagliati cioè non più esigibili, ma concessi senza garanzie a personaggi che non li dovevano ricevere? Ecco una maniera semplice di trasformare il risparmio privato in guadagni illegali. Un’altra sono le manovre di Borsa. Per esempio comprando a debito una S.p.A. facendolo ripagare dalla società acquisita dalla quale si preleveranno (grazie al controllo) guadagni elevatissimi (è stato il caso dei Ligresti, ma anche della conquista di Telecom avvenuta col favore e pilotata dal governo).

In un precedente articolo si erano toccati due problemi della democrazia: il potere del denaro e l’informazione. Possiamo aggiungere il terzo e il quarto problema: il sistema di potere che controlla le istituzioni e le risorse pubbliche e l’intreccio che si realizza con il controllo dei capitali privati.

Sono quattro formidabili ostacoli al pieno dispiegarsi delle potenzialità della democrazia perché ognuno di essi si traduce nell’affermazione di minoranze dedite solo alla conservazione del potere e capaci di utilizzare tutti gli strumenti della libertà per limitarla e soffocarla.

Per ognuno di questi ostacoli un ruolo centrale lo ha la politica perché spetta ad essa dettare le regole, controllare che siano rispettate, prelevare e distribuire le risorse, decidere gli obiettivi di interesse pubblico e verificare che i risultati attesi siano raggiunti. Per questo il rinnovamento della politica è così difficile e la strada si cosparge di rischi e di pericoli.

Borsellino fu ucciso perché, probabilmente, aveva scoperto il patto che legava le diverse facce del potere e fu ucciso, come si documenta nel libro di Deaglio, con l’evidente regia dei servizi segreti cioè degli apparati dello Stato che detengono il monopolio della forza e che la usano senza alcun controllo.

La lezione per noi oggi è tenere a mente sempre che questo patto esiste e che c’è uno stretto legame fra debito pubblico, stato degli apparati pubblici e dei servizi da un lato e, dall’altro, arretratezza, inefficienza, degrado. E che su tutto si eleva una cultura che giustifica e alimenta questo stato di cose esaltando il disinteresse del cittadino verso i beni pubblici e la rincorsa dell’interesse individuale a scapito di tutto il resto.

Non sarà facile sovvertire quest’ordine imposto contro la democrazia, ma ci si deve riuscire altrimenti ogni manovra per raddrizzare la finanza pubblica e ogni tentativo di stare in Europa e, magari, di costituire un’Europa federale è destinato a fallire.

Claudio Lombardi   

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