I pronto soccorso a Roma: intervista ad Augusto Battaglia

Sulla drammatica situazione dei pronto soccorso di Roma abbiamo intervistato una delle persone che meglio conosce la sanità del Lazio, Augusto Battaglia, che ha ricoperto la carica di assessore alla sanità nella Giunta diretta da Piero Marrazzo e da sempre impegnato nella costruzione di una rete efficiente di servizi assistenziali e sociali insieme con le tante associazioni attive in questo ambito ed espresse dalla società civile.

D: Le cronache ormai quotidianamente riferiscono di situazioni di mala sanità nei pronto soccorso della Capitale. Ma cosa sta succedendo?

R: Non è certo facile per tutti i sistemi sanitari, anche i più efficienti e moderni, fronteggiare il forte impatto di utenza ai pronto soccorso quando nei periodi di freddo si registrano crescenti picchi di accesso. Non lo è, soprattutto, per una grande città come Roma, la Capitale, con ospedali e servizi sanitari chiamati a soddisfare quotidianamente una domanda di salute che non riguarda i soli 2 milioni e seicento mila residenti, la cui età media, oltretutto, tende a crescere. C’è ben altro se pensiamo alle centinaia di migliaia di persone che ogni giorno affollano la città, dai lavoratori pendolari ai turisti, agli studenti fuori sede. Se consideriamo i flussi determinati dalla presenza delle più importanti istituzioni, dal Parlamento alle ambasciate, alla Città del Vaticano, alla FAO. Se pensiamo alle grandi manifestazioni politiche, sindacali, culturali e sportive che si susseguono nella nostra città. Tutto questo fa sì che la pressione sui 18 pronto soccorso della città sia in costante crescita con più di un milione e mezzo di accessi all’anno. Una vera sfida, un enorme e complesso lavoro che però, per quanto impegnativo e complesso non può spiegare, né può giustificare i tanti, troppi episodi di degrado, di vera e propria mala sanità che abbiamo registrato in questi giorni, al Policlinico e non solo,  e che vanno ormai moltiplicandosi in tutti gli ospedali romani. C’è qualcosa di altro, di più profondo e grave.

D: E quali sono le ragioni di questo crescente disagio?

R: Sono diverse. Innanzitutto il sistema sanitario del Lazio è ormai da qualche anno impegnato in un difficile piano di rientro finanziario. Non dobbiamo dimenticare che la Giunta Storace portò la sanità regionale a contare 9 miliardi e 600 milioni di debiti ed un deficit annuo di quasi 2 miliardi. Stavano per saltare i conti regionali, e non solo, occorreva intervenire ed affrontare l’emergenza. Ma nella gestione del piano di rientro abbiamo vissuto due fasi. Nella prima si è cercato di risparmiare eliminando gli sprechi e modernizzando l’organizzazione, puntando sulla prevenzione e sul rafforzamento della rete sanitaria territoriale e domiciliare. Sono stati anni durante i quali certamente non mancavano i problemi e le emergenze, ma che hanno registrato un andamento virtuoso. Mentre scendevano il deficit e la spesa farmaceutica, infatti, aumentavano le prestazioni sanitarie erogate, crescevano i trapianti e la raccolta sangue e diminuivano le amputazioni nei diabetici. Anni in cui si sono moltiplicati gli interventi della guardia medica e sono diminuiti i tempi di soccorso con più postazioni del 118, un numero maggiore di ambulanze e meglio attrezzate. Sono stati anche aperti nuovi presidi territoriali, alla Magliana come al Santa Caterina della Rosa, si sono incrementate le operazioni chirurgiche in ambulatorio o con un solo giorno di ricovero, ad esempio per interventi di cataratta, tunnel carpale o piccole ernie. Si sono poi riportati a casa, con assistenza domiciliare naturalmente, anche bambini con gravi problemi respiratori che stazionavano nei reparti di terapia intensiva con gravi disagi per le famiglie ed hanno preso piede esperienze innovative di telemedicina, in particolare per la cura di malattie cardiorespiratorie e per le persone affette da Sla. Solo così si è potuto procedere senza particolari tensioni verso quella graduale, necessaria riduzione dei posti letto richiesta da un sistema sanitario moderno.

Negli ultimi tempi mi pare che si sia un po’ smarrita la via giusta, quella della razionalità delle scelte e delle decisioni da prendere, che sono indubbiamente difficili. Ma è assurdo che si continuino a tagliare posti letto ed ospedali senza, ad esempio, rafforzare il territorio e riorganizzare la medicina di famiglia, senza incrementare gli interventi domiciliari e bloccando il piano di sviluppo di residenze sanitarie assistite, necessarie in particolare per le persone anziane. E’ inevitabile che se il territorio non dà risposte, aumentano i ricoveri impropri che sottraggono letti per i ricoveri urgenti e la gente quando sta male non può che rivolgersi al pronto soccorso, anche quando non servirebbe, per lievi patologie. C’è poi il problema dei piccoli ospedali. E’ vero, non garantiscono livelli di efficienza e di affidabilità adeguati, in particolare per i problemi di salute più complessi, e per questo vanno chiusi, ma sostituendoli con nuove strutture, come è stato ben fatto negli anni scorsi per i Castelli romani dove il nuovo Policlinico, finalmente in costruzione, andrà a sostituire ben tre piccole strutture: Albano, Genzano ed Ariccia. Ma oggi l’edilizia sanitaria è di fatto ferma, si chiude Magliano Sabina pensando che tutta quell’area possa rimanere sguarnita e riferirsi al Sant’Andrea, ma ciò è quantomeno improbabile e finisce così che i nostri malati si rivolgono alla vicina Umbria, vanno a Terni a chiedere interventi che la regione Lazio dovrà pagare. Anche così aumenta la spesa.

D: I cittadini, i medici, gli operatori, i sindacati denunciano non solo la mancanza di letti, ma anche una crescente carenza di personale, è davvero così?

R: Anche qui c’è indubbiamente una responsabilità dell’attuale amministrazione regionale. Riduzione di posti letto e contenimento dei costi di personale sono pur necessari, ma le misure vanno attuate con gradualità ed in un quadro di nuova programmazione che guardi ad una sanità più moderna ed efficiente, meglio distribuita sul territorio, sia a Roma dove è carente il quadrante sud-est, che nelle province significativamente indebolite dalle più recenti scelte operate. In una sanità moderna il malato deve poter essere trasferito in tempi rapidi dal pronto soccorso al reparto, stare in reparto lo stretto necessario per passare poi, se necessario, in riabilitazione  o proseguire le cure a casa. Se non si organizzano questi percorsi di cura territorio-ospedale-territorio, il malato rimane bloccato al pronto soccorso, spesso in barella con patologie gravi, e persino, come accaduto in questi giorni, senza barella. E se manca una rete equilibrata e programmata dei servizi, anche lo sforzo più generoso di medici, infermieri ed operatori sanitari non può che risultare vano. Voglio spezzare una lancia in favore dei tanti operatori dei pronto soccorso impegnati quotidianamente in turni massacranti, pressati da malati e familiari, spesso in trincea in condizioni drammatiche, esposti oltretutto ad aggressioni ed a denunce. E qui c’è la seconda questione, il personale. E’ stato un grave errore, quello della Giunta regionale, di imporre di fatto il blocco rigido e totale del turn over. Tanti operatori sono andati in pensione e non sono stati sostituiti, ed ormai un numero crescente di reparti, anche di emergenza, sono allo stremo, non solo i pronto soccorso, ma anche i Dipartimenti di salute mentale, i servizi di riabilitazione e tante attività, sia ospedaliere che territoriali. Le misure sommarie e generiche adottate, i tagli indiscriminati hanno solo generato danni. Bisogna cambiare strada, riprendere il percorso di una razionale programmazione, anche delle risorse professionali, ed andare a vedere dove ci sono esuberi e dove invece il personale serve.

D: Cosa si può fare allora?

R: Vedo che si è mosso il ministro Balduzzi, che è persona concreta e competente. Occorre a mio avviso rivedere con urgenza il piano di rientro, ridefinire  e bloccare alcune scelte che non possiamo che definire sciagurate e che hanno aggravato i disagi per i cittadini come per gli operatori, portare al più presto il tema in Consiglio regionale per una discussione pubblica di un nuovo piano di sviluppo della sanità del Lazio da  condividere con il Governo e con la Conferenza delle Regioni, che coinvolga e metta in campo le tante eccellenze e professionalità che vanta il nostro sistema sanitario regionale, e che, soprattutto, restituisca serenità agli operatori ed ai malati.

Un commento

  • Sergio Mancioppi

    Augusto Battaglia dice cose molte giuste e condivisibili, sopratutto nel descrivere le cause della drammatica situazione sanitaria del Lazio. Vorrei aggiungere alcuni elementi di riflessione e di conoscenza in più. Ma prima una domanda: se è vero, come è vero, che gran parte dei problemi finanziari e organizzativi del Lazio derivano dal periodo della sciagurata gestione di Storace, perché questo fatto non si è tradotto in denuncia pubblica e in lotta politica? Ancora oggi, dopo gli episodi più eclatanti, la Polverini continua a scaricare le responsabilità del deficit sulla giunta di centro-sinistra di Marrazzo, senza che nessuno la contrasti o la contraddica apertamente. Ma torniamo ai problemi di oggi. Sono reduce da un periodo di degenza in un grande Ospedale romano e confermo quanto dice Battaglia, sull’impegno e sul numero sempre più esiguo di personale. Ma non è solo questo. Tutti i ricoverati negli ospedali, in attesa di esami e analisi, condividono un grande interrogativo: ma perché si ferma tutto nel fine settimana? Perché, tranne le emergenze, non si fanno esami? Quanto diminuirebbe il tempo medio di degenza se gli ospedali funzionassero 7 giorni alla settimana invece di 5? Quanto diminuirebbero i posti letto necessari se le attrezzature pubbliche (TAC e PET, per esempio) funzionassero 24 ore su 24? Su una cosa non sono d’accordo con Battaglia ed è quando dà come esempio di risparmio la diminuzione dei posti letto nel Lazio. Ebbene, non è necessariamente vero che diminuire i posti letto faccia abbassare i costi. La diminuzione ha come effetto immediato l’aumento delle richieste di ricovero in altri ospedali della stessa regione.I costi sono alti soprattutto per la pessima organizzazione logistica e funzionale degli ospedali stessi, disorganizzazione che in genere allunga a dismisura i tempi di degenza e le spese inutili. D’altra parte, il tema è fondamentale per il futuro. Lo smantellamento del Servizio sanitario nazionale (perché il piano di lungo periodo è questo) a favore della sanità privata deve essere contrastato con grande impegno. Ma le forze politiche riformiste non hanno molte idee in proposito, temo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *