I risparmi sospetti: soppressi difensori civici e ATO (di claudio lombardi)

Ormai è legge: dal 1° gennaio 2011 sono soppresse le Autorità d’ambito territoriale responsabili dei servizi idrico e di trattamento dei rifiuti. Questo stabilisce la conversione in legge del DL n. 2/2010 che si occupa di interventi sugli enti locali. Nella “lodevole” intenzione di diminuire le spese il Governo e la sua maggioranza hanno impugnato le forbici e hanno tagliato qua e là qualche assessorato, i difensori civici comunali e, appunto, le ATO. È noto che mischiando un po’ di tutto si può dare l’impressione di fare sul serio e, contemporaneamente, sistemare meglio alcune scelte politiche cui si tiene molto. Per esempio: sarà un caso che si sopprima la figura del difensore civico comunale senza un criterio che possa rendere ai cittadini quel servizio che avrebbe dovuto rendere questa carica ? Vero è che la presenza del Difensore civico è passata, generalmente, inosservata agli occhi dei cittadini e che di atti e di azioni concrete in difesa dei diritti non se ne sono visti (salvo singole eccezioni). Però della difesa dei diritti nei confronti delle pubbliche amministrazioni c’è un grande bisogno e, se si sopprime il Difensore civico nei comuni, si dovrebbe prima aver deciso come svolgere meglio i compiti per i quali è stato creato. Se questa analisi fosse stata fatta forse si sarebbe arrivati alla conclusione che nessuna razionalizzazione (mantenere solo il Difensore civico a livello di provincia) può salvare una creatura nata male. E che la risposta migliore alle esigenze dei cittadini sarebbe costruire una politica che metta al centro difesa dei diritti, trasparenza, partecipazione come modalità strutturale di definizione e di attuazione delle politiche pubbliche. Non lo si è fatto finora e non per caso. Prendiamo come impegno di impegnarci perché lo si faccia in futuro.

Stesso discorso per la norma che sopprime le ATO, ma con l’aggravante che si interviene in una situazione nuova determinata dall’art. 15 della legge 166/2009 che spinge decisamente verso la privatizzazione del servizio idrico (ma anche del trattamento rifiuti e del trasporto locale) con la vendita delle azioni e con la messa a gara dell’affidamento. Poiché non si tratta di vendere televisori, ma di erogare l’acqua non si può accettare come una cosa ovvia l’imposizione della partecipazione dei privati e il principio della gara. L’acqua, infatti, non è una merce sulla quale possiamo costruire un mercato. È un servizio da gestire come un diritto fondamentale essendo l’acqua una condizione di vita. Su questo il potere pubblico non può essere ostacolato né inchinarsi di fronte ad esigenze di profitto di aziende che ce l’hanno come propria ragion d’essere e deve, quindi, far sentire la sua preminenza. Questo è il motivo per cui per alcuni servizi, l’acqua innanzitutto, gli obiettivi da raggiungere e le esigenze da soddisfare vengono prima di tutto. Logicamente, quindi, il sistema di governo dei servizi (chi detta le regole, decide le tariffe e gli investimenti e chi esercita i controlli) è fondamentale. E viene molto prima di qualunque apertura al mercato che rimane uno strumento non una fede. Ecco perché la soppressione delle Autorità d’ambito conferma che la scelta del Governo è per l’indebolimento del servizio idrico come servizio pubblico che soddisfa un diritto fondamentale. Infatti, prima di cancellare le ATO, sarebbe stato logico ridisegnare il sistema di regolazione del settore; magari creando un’Autorità nazionale di indirizzo e coordinamento delle strutture locali degli enti locali e delle regioni. Nulla di tutto ciò invece.

Cosa se ne deduce quindi? Meno controlli in settori cruciali per la vita delle persone (acqua e rifiuti) e vendita a società private che li gestiranno, ovviamente, per trarne un profitto.

Dal Governo ci saremmo aspettati lungimiranza, strategia, cura dei beni comuni cioè politica in senso vero. E, invece, ancora una volta è arrivata una risposta che ci parla di una politica utilizzata per scopi diversi.

Che fare? Aumentare la capacità dei cittadini di organizzarsi e agire per costringere chi decide a farlo nell’interesse generale sicuramente. Nell’immediato occorre fare in modo che l’art. 15 della legge 166/2009 sia abrogato con un referendum popolare. Battersi perché si delinei una riforma vera dei servizi idrici e dei rifiuti elaborata con un dibattito che coinvolga associazioni e singoli cittadini, perché la partecipazione è la sostanza del nostro sistema democratico e serve per vivere meglio e per limitare gli appetiti di potere e di profitto di chi ha a cuore solo il proprio interesse.

Claudio Lombardi

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