I vizi della società civile (di Marta Boneschi)

Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Marta Boneschi la cui versione integrale sta su www.lib21.org.

Chi ha letto l’articolo vecchiotto ma straordinariamente fresco e vitale di Francesco De Sanctis (Mali antichi: l’Italia, una società assente e irresponsabile), avrà valutato la profondità del male da estirpare, e il lungo cammino di civiltà che occorre intraprendere. Sono passati centotrentasei anni, e ancora l’avversario da battere è, sì, un leader di partito indecente (uno dei tanti), ma più di tutto ciò che nasconde sotto la giacca, nelle cellule cerebrali, nel fondo dell’anima: l’angustia dell’egoismo (ricordate il “padroni in casa propria”?), l’indifferenza (“rubano tutti, che male c’è?”) e il particolarismo (“il 75 per cento delle tasse resta in Lombardia”), l’elementare semplicità delle soluzioni (“cacciamoli tutti”).

Se atonia e ipocrisia erano mali troppo diffusi già nel 1877, data dell’articolo di De Sanctis, e se li ravvisiamo ancora oggi tra noi, vuol dire che siamo alle prese con una malattia subdola. La stessa che ha prodotto l’incompetenza di Adua nel 1896, l’autoritarismo del maggio 1898, l’ascesa irresistibile del fascismo nel 1922 e, ancora vivi e operanti, il clericalismo, l’ignoranza, le connivenze, la mentalità corporativa.

Scriveva De Sanctis che «il paese spettatore, ingigantendo, fantasticando, generalizzando, assiste allo spettacolo e ne fa il suo passa ozio. E’ una malattia che colpisce tutte le classi, le infime in una forma grossolana, e quasi cinica le altre, sotto un’apparenza ipocrita che mai dissimula il vuoto». … Il paese spettatore si accontenta, affidando il proprio destino in mani altrui, in mano a qualcuno che è maestro nell’arte di imbonire piuttosto che di ragionare sui casi reali….

Possibile che l’Italia di oggi presenti gli stessi vizi, soffra di debolezze quasi uguali? La risposta è sì, perché il suffragio universale, la buona alimentazione e un suv in garage non sono tutto. Manca il senso profondo della solidarietà e della convivenza, la buona educazione (che non sono le buone maniere), risorse preziose da accumulare in decenni, nel corso di generazioni, non da acquistare al supermercato.

Ancora più impressionante è il seguito di De Sanctis, perché tratta non dei contadini isolati e non istruiti, ma di quella che si suppone sia la classe dirigente….

La “classe intelligente” di De Sanctis si è trasformata, ora ha ampio diritto di parola, si esprime in linguaggio forbito, ma nelle fibre intime è rimasta passiva, indifferente, miope. E’ questa la cosiddetta “società civile”, una dizione fittizia e ingannevole. Non esiste alcuna società civile, ma individui o gruppi che si comportano anche da cittadini, e individui o gruppi che non dispongono (o rifiutano di disporre) degli strumenti che li innalzano a qualche cosa di più di una piccola e fragile creatura inerme. Non è questione di società civile, contrapposta a una società politica, a una casta.

La divisione in seno alla comunità nella quale viviamo passa tra chi accetta la sfida di cercare il meglio, e farlo, e chi si adagia e subisce. …. Circolano sempre la moneta cattiva e quella buona. …. La moneta buona sono i banchieri onesti e capaci, gli insegnanti che non smettono di studiare, le volontarie degli ospedali, delle case di riposo, delle case famiglia, e più semplicemente i medici che curano, i genitori che educano, gli studenti che studiano e così via.

E’ vero che moneta cattiva scaccia quella buona, ma con un po’ di ostinazione può – e deve – accadere il contrario. … In questo senso possiamo trarre coraggio dal caso di Milano… Tutt’altro che immune da lentezze ed errori, la giunta Pisapia è riuscita a mostrare impegno per i problemi reali della città. Lo spirito civico dei milanesi più accorti si rispecchia in questo impegno, e torna a sperare il meglio.

Dunque, per tornare al punto di partenza, le elezioni sono importanti: il nuovo Parlamento, il nuovo governo e le nuove amministrazioni regionali sono attesi con ansia. Ma è giusto considerare la svolta, che ci sarà, soltanto come punto di partenza verso un nuovo patto tra istituzioni e cittadini: se le une lavorano in trasparenza e onestà per il bene pubblico, gli altri lo riconoscono, lo apprezzano e forse si sforzeranno di adeguarsi, recuperando a loro volta onestà e solidarietà.

Al caso virtuoso della cittadinanza milanese va contrapposto, purtroppo, il caso vizioso della pubblica amministrazione, incallita a vessare quanto la cosiddetta “società civile” è pervicace nell’evadere obblighi e doveri. Il varo del redditometro è un esempio illuminante: strumento del tutto inutile ai fini pratici, il redditometro è però utile a ricordare che il suddito è per lo più inerme di fronte al Leviatano statale. Terrorizza e non educa, aumenta i doveri del contribuente e moltiplica il lavoro dell’amministrazione. Proprio ciò che non desideriamo per il nostro futuro.

Avvertiva Montesquieu che «la tirannia di un principe non è più rovinosa per uno Stato di quanto sia per una repubblica l’indifferenza per il bene comune».

Se vogliamo archiviare per sempre l’accorata analisi di De Sanctis, senza cadere nel dilemma proposto da Montesquieu, occorre un patto nuovo, onesto e dignitoso, tra i cittadini amministrati e i cittadini che amministrano, ovvero tra chi ha il potere e chi non ce l’ha. Non importa chi depone le armi per primo, purché qualcuno lo faccia. Quel che importa è che la cultura paranoica (lo Stato ce l’ha con me, il fisco mi vessa, il politico ruba per mestiere), lasci il posto alla speranza che un giorno o l’altro potremo leggere le parole di De Sanctis come la testimonianza di un passato barbaro e incivile.

Marta Boneschi (tratto dalla versione integrale su www.lib21.org)

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