Il 12 giugno un sì per decidere il nostro futuro (di Roberto Ceccarelli)
L’allarme atomico scoppiato in Giappone, ha riaperto il dibattito sulle centrali nucleari ed ha indotto diversi governi ad un ripensamento sulla sua sicurezza, dal momento che, semplicemente, i rischi risultano essere superiori ai benefici. Infatti, in caso di terremoti, maremoti ed attacchi terroristici, le centrali nucleari se coinvolte nel disastro, aumentano i problemi e nel tempo il bilancio delle vittime. Il governo italiano, dopo un tentativo decisionista teso a proseguire sulla strada dell’installazione di nuove centrali, vista la sempre più seria situazione della centrale di Fukushima, sembra orientato a riflettere, anche perché è incalzato dall’opinione pubblica che sempre più si sta orientando sulla contrarietà.
La riflessione ha portato, per ora, a una moratoria con la quale si rinvia di un anno la localizzazione degli impianti nucleari nel nostro paese. Localizzazione che, comunque, era stata resa ancor più complicata dalla sentenza della Corte Costituzionale del 17 novembre 2010 n. 331 che aveva stabilito la necessità del consenso delle Regioni per procedere all’individuazione delle zone dove installare gli impianti. Consenso che è stato negato da quasi tutte le regioni che, con poche eccezioni (Piemonte, Campania, Sardegna), hanno espresso il loro No alle centrali nucleari.
Manca poco, inoltre, al referendum proposto dall’Italia dei Valori che si terrà il 12 giugno per abrogare il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con le modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 che ha stabilito la reintroduzione del nucleare in Italia.
Questo quesito referendario, prima del disastro giapponese, sembrava non impensierire il governo che aveva scelto di aprire nuove centrali sul nostro territorio. Lo Tzunami, oltre ad aver prodotto una delle più grandi catastrofi della storia del Giappone, ha sconvolto anche i piani del governo italiano. Infatti, ha trasformato il quesito che all’inizio appariva, meno “trainante” per portare gli elettori alle urne, in quello in grado di mobilitare i cittadini e di far superare il quorum anche per gli altri 3 (i due sulla privatizzazione dell’acqua pubblica e quello sul legittimo impedimento).
Se vogliamo affrontare con la massima apertura mentale e senza dogmi il problema energetico italiano, dobbiamo registrare che l’Italia dipende per l’80% dagli idrocarburi per soddisfare il suo fabbisogno, che il precipitare della crisi mediorientale insieme all’aumento dei consumi petroliferi da parte di Cina, Brasile ed India, porterà all’aumento del prezzo del gas e del petrolio, con l’inevitabile conseguente riflesso sull’inflazione e forse sulla tenuta sociale del nostro Paese.
In questo scenario il nucleare poteva apparire una soluzione, valida, però, soprattutto per il futuro non essendo possibili effetti nel breve periodo. Magari si poteva concentrare l’attenzione sui rischi pur restando aperto il problema dei costi. Come sostiene Emma Bonino: ”Investire 30 miliardi di euro pubblici per ottenere il 4% di consumo finale di energia tra vent’anni non ha senso economico, in assenza di qualunque quadro complessivo di bisogno energetico nel nostro Paese. Il nucleare da’ solo energia elettrica, che in Italia fra quella già installata e quella programmata supera ampiamente il fabbisogno del Paese”. Di conseguenza, dal punto di vista strettamente economico, converrebbe comprare energia a basso costo dalla Francia, visto che l’energia prodotta dalle centrali nucleari non può essere accumulata, lasciando tutto il problema dello smaltimento delle scorie ai francesi.
La tragedia del Giappone supera sia un approccio possibilista e fiducioso nel progresso della tecnica che renderebbe sicuro nel futuro ciò che oggi appare vulnerabile, sia argomentazioni di carattere economico che non reggerebbero di fronte alle conseguenze irreparabili di un incidente nucleare come quello in atto a Fukushima. Si ripropone, perciò, l’eterna domanda del “che fare?”.
In primo luogo l’Italia deve investire di più nelle fonti rinnovabili per le quali bisogna chiedere il ripristino degli incentivi pubblici (sia pure diversamente articolati), puntare sull’idrogeno, ridurre gli sprechi e la dispersione elettrica sulla rete incentivando il risparmio energetico (la fonte rinnovabile più sicura ed economica che ci sia).
Per procedere su questa strada dobbiamo, però, tenere alta l’attenzione sul referendum, perché, a questo punto, la strategia del governo di rinviare di un anno la decisione ha un evidente obiettivo immediato che è quello di spegnere i riflettori sul nucleare, per evitare che il 12 giungo scatti il quorum, e che prevalgano i sì, il che metterebbe la parola fine al nucleare in Italia.
Dobbiamo vigilare tutti e convincere quante più persone ad andare a votare SI, così ancora una volta saranno gli italiani a decidere il loro futuro energetico. Ricordando a tutti coloro con cui parleremo che un grande paese come la Germania, dopo la tragedia giapponese, ha deciso di uscire dal nucleare, perché è in difficoltà per lo smaltimento delle scorie e con l’aumento di malattie oncologiche per coloro che abitano nei pressi delle centrali, confermando, con ciò,che i rischi sono maggiori dei benefici.
Roberto Ceccarelli

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