Il Brasile e i suoi virus

In Brasile la pandemia è fuori controllo e il presidente Bolsonaro tuona contro ogni ragionevole iniziativa sanitaria. Prepara un golpe? O i militari preparano un golpe contro di lui? Di sicuro, ancora una volta a rimetterci sarà la popolazione

Maglietta rossa, microfono in mano, in piedi sul cofano di una camionetta militare, il presidente arringa la folla: siamo a Brasilia, di fronte agli uffici del comando generale dell’esercito, e questa è l’ultima immagine di Jair Bolsonaro: «Basta con la vecchia politica, noi non vogliamo negoziare nulla». Il comizio contro la quarantena – interrotto da allarmanti colpi di tosse – è in realtà una violenta invettiva contro tutti: medici e scienziati, governatori e  Parlamento, ministri e Corte suprema di giustizia.

Presi dai nostri guai europei e nazionali, chiusi nelle nostre ben vigilate celle anti-virus, avevamo da tempo perso le tracce di quest’uomo senza qualità che la sorte beffarda e gli inciampi della democrazia hanno proiettato pochi mesi fa alla testa della nona economia del pianeta: un immenso, bellissimo e sventurato Paese di oltre 210 milioni di abitanti, terra di ricchezze straordinarie e dissipate, il Brasile.

Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti al «colpo di freddo» alla «leggera influenza», a una febbre «che presto passerà», e siamo arrivati allo slogan: «Tutti, prima o poi, dobbiamo morire…». Nel frattempo – e in poco più di una settimana – il numero dei casi di Covid 19 conclamati è raddoppiato (oltre 23mila) e il numero dei morti (1328) è più che triplicato. Cifre assolute ancora basse – certo – ma in un paese difficile come il Brasile qualsiasi focolaio può costituire l’innesco per un incendio furioso.

Introdotto negli ambienti urbani dalle èlites bianche abituate a viaggiare, il virus minaccia ormai di penetrare nelle favelas e nelle sterminate campagne. Facile dire: distanziamento sociale, mascherine e guanti, pulizia quotidiana, diagnostica tempestiva, isolamento degli infettati. Provate a proporre queste misure elementari a 13 milioni di persone che vivono ai margini della società, con una terribile densità demografica, con servizi basici – acqua e luce – carenti, con presìdi sanitari assenti, in ambienti di assoluta promiscuità, senza alcuna possibilità di isolamento.

Chi andrà a introdurre queste misure a Ciudade de deus, la baraccopoli più povera di Rio, dove vivono più di 60mila persone in gran parte al disotto della soglia di povertà, senza indirizzo, spesso senza documenti di identità? E quali operatori sanitari potranno mai ottenere il permesso di entrare nella favela di Rocinha, dove le bande criminali si contendono il controllo di una comunità di oltre 70mila disperati? E come lavarsi le mani almeno mattina e sera, se l’acqua arriva due giorni a settimana? «Nelle favelas del mio paese – scrive sul New York Times la giornalista Carol Pires – il vuoto di potere dello Stato è stato occupato da paramilitari e narcotrafficanti. In ogni baracca vivono da cinque a dieci persone, la maggior parte disoccupati o con lavori informali, famiglie per le quali chiudersi in casa significa morire di fame».

Eppure, secondo uno studio realizzato dall’Imperial College di Londra, se non saranno prese misure di isolamento totale in Brasile potrebbe morire più di un milione di persone. Con un diligente protocollo sanitario, lo stesso studio calcola intorno a 44mila vittime. La differenza – e che differenza – può farla solo un’accorta politica di gestione e contenimento del virus.

Un milione di morti: tanto potrebbe costare al Brasile la scommessa insensata di aver mandato al governo un personaggio irresponsabile come Jair Messias Bolsonaro. «Nemmeno il cinema catastrofico di Hollywood – scrive Elaine Brum sul Paìs – è stato capace di immaginare un governante che incita la popolazione a circolare per le strade durante una pandemia. È quello che sta facendo Bolsonaro, che sembra impegnato in un esperimento di laboratorio: trattare le persone come cavie sottoposte a stimoli contraddittori».

Argomento all’ordine del giorno in Brasile: si prepara un provvidenziale colpo di stato dei militari contro Bolsonaro? O invece il presidente stesso – fenomeno raro ma non inedito nella storia universale – sta preparando un auto-golpe, con il sostegno della destra radicale e dei circoli clericali, del fondamentalismo religioso ed economico (l’alleanza inedita che due anni fa è riuscita a farlo eleggere capo dello Stato)?

O piuttosto si prepara una terza via, come quella indicata dall’editorialista Rosangela Bittar: «Ai piani alti c’è un consenso per lasciar parlare da solo Bolsonaro, mentre il parlamento, il Senato, i ministeri e gli organismi di controllo lavorano in autonomia». Insomma: una sorta di cordone sanitario intorno all’inquilino di Planalto, e un governo ombra che affronti l’emergenza. Il sito specializzato DefesaNet va oltre: «Fin tanto che durerà la crisi – scrive – il Brasile avrà un presidente operativo». Si tratta del generale della riserva Walter Souza Braga Netto che, come capo di gabinetto del presidente potrebbe anche – in uno scenario estremo – «contraddire le dichiarazioni di Bolsonaro».

Tuttavia, mai sottovalutare il pazzo. Le carovane di auto e le gazzarre di strada organizzate per imporre una tragica normalità possono essere fenomeni folkloristici, ma l’esperimento Bolsonaro non nasce dal nulla. C’è un Brasile profondo e spregiudicato, fatto di circoli economici potenti, che scommette sull’azzardo del presidente. «Che significa la morte dal 10 al 15 per cento della popolazione anziana in paragone con un danno irreversibile all’economia?», proclama Roberto Justus, uno degli uomini più ricchi del Paese. E Junior Durski, proprietario di una imponente rete di ristoranti, pubblica un video in cui si afferma che il Brasile non può fermarsi per evitare la «morte di cinque o settemila persone».

La sfida dunque è aperta. Di fronte alle accuse e ai deliri del capo dello Stato anche i suoi alleati fanno mostra di ritrarsi orripilati. Rodrigo Maia, presidente della Camera dei deputati, risponde a muso duro: «In Brasile dobbiamo lottare contro il virus Corona e contro il virus dell’autoritarismo».

Parole in qualche modo rivelatrici: insieme a Donald Trump e a Vladìmir Putin, insieme al califfo Recep Erdogan, insieme ai piccoli satrapi dell’Europa dell’ Est, insieme al campione della Brexit Boris Johnson, il militare fallito Jair Messias Bolsonaro è il prodotto estremo di un virus conclamato che il mondo ha contratto ormai da anni.

Come la mitica Bomba N, che liquida gli umani lasciando intatti gli edifici, la bomba sovranista e populista infetta oggi gran parte del mondo, lasciando intatta in apparenza la democrazia, come guscio e vuota crisalide. In attesa delle cronache del dopo-pandemia, nel pianeta siamo invece pienamente dentro il capitolo delle cronache del dopo-bomba. Un Paese senza anticorpi come può essere il Brasile appare oggi pericolosamente a rischio.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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