Il conflitto tra città e campagna nella vittoria di Salvini

Matteo Salvini ha vinto (per ora) la sua guerra chiamando a raccolta l’Italia delle campagne per stringere d’assedio quella delle città. Davvero è inevitabile che questi due mondi esprimano idee, stili di vita e cultura differenti? La storia dice di sì…

Li abbiamo visti arrivare alla periferia di Belgrado – era il lontano agosto del 1995 – in cerca di un rifugio che nessuno avrebbe concesso. Sotto il sole del mezzogiorno si snodava una lunga processione di camion arrugginiti, trattori, vecchie auto, carri, animali. Contadini con la faccia chiusa e le mani grandi, donne in nero, ragazze in lacrime, bambini laceri. Sui rimorchi, poche suppellettili strappate alle case in fiamme, cesti di ortaggi fangosi strappati ai campi abbandonati. Contadini serbi in fuga disperata verso sud. Gente di terra, agricoltori, pastori e montanari: le Kajine, i territori di frontiera, erano ormai perdute sotto l’urto dell’esercito croato. Da Knin a Bihac la campagna di Bosnia volgeva al termine e tramontava nel sangue la stella nera di Milosevic.

Altrettanto sconfitta era la città che accoglieva con rabbia quel popolo di sconfitti. Belgrado spettrale: da Pancevo ai quartieri dormitorio, si riempivano di profughi le periferie e nel centro si svuotavano i ristoranti sul lungofiume di Zemun. Via dalla città in armi, molti – moltissimi – già se ne erano andati: ceti intellettuali, media borghesia, intere famiglie in fuga verso la Germania o il Canada. Chiuse da anni le riviste letterarie e politiche che in tempi non lontani erano il vanto della capitale, in esilio i giornalisti, svuotato e deserto il quartiere studentesco di Skardaljia, con i suoi caffè, le sue orchestrine, le sue chiacchiere nella sera.

Si compiva così, sotto i nostri occhi, la profezia di un grande intellettuale e patriota Yugoslavo: Bogdan Bogdanovic, architetto e scrittore, comunista dissidente, sindaco di Belgrado negli anni Ottanta. Fu Bogdanovic a coniare il termine “urbicido”, per definire l’attacco che nelle guerre bosniache fu scatenato dalle campagne e dalle montagne contro le città e la società cosmopolita che esse rappresentavano. Distruzione fisica di luoghi ed edifici, ma anche distruzione simbolica della cultura, dello spirito e della idea di convivenza urbana espressa dalla metropoli.

Città e campagna, tribù umane in perenne conflitto: la chiusura delle genti di montagna contro l’apertura delle genti di città, cosmopolitismo contro identitarismo, nulla di nuovo sotto il sole. Del resto già negli anni Quaranta fu il grande timoniere Mao Ze Dong a teorizzare una rivoluzione contadina da portare alla vittoria attraverso l’accerchiamento delle città da parte delle campagne. E il leader cinese individuò nelle campagne arretrate dell’immenso Paese l’epicentro della prassi insurrezionale. La rivoluzione mosse dunque dalla periferia verso Pechino, conquistò Pechino, e infine – in una singolare e disastrosa mossa del cavallo – esiliò intellettuali e studenti a lavorare la terra nelle Comuni contadine.

Peggio fecero i Khmer rossi cambogiani quando deportarono al lavoro coatto nelle campagne chiunque portasse gli occhiali – simbolo odioso di intellettualità – decretando così la morte fisica di migliaia di innocenti insieme alla morte simbolica delle città, svuotate dai loro abitanti e abbandonate inermi all’assalto della foresta tropicale.

Ma se la guerra – come insegna Clausewitz – non è che la politica combattuta con altri mezzi, in questi tempi di prolungata pace si può affermare anche l’inverso: e cioè che la politica altro non è che la continuazione della guerra con altri mezzi. E la politica di oggi, con le sue ruvidezze e i suoi eccessi, ci porta inevitabilmente alla guerra delle campagne contro la città. Succede ovunque – questa guerra – nella nostra Europa che si riscopre smarrita, identitaria, populista e sovranista. Ma è in Italia, come un Mao Ze Dong alla rovescia, che il padano Matteo Salvini ha coronato la sua rivoluzione. Da Nord a Sud, la carta elettorale del Paese dopo il 26 maggio mostra che è compiuto l’accerchiamento delle città da parte della campagna.

A chi gli rimprovera o gli riconosce il mutamento di prospettiva del suo partito, il leader della nuova destra potrebbe rispondere che nulla è cambiato da quegli anni lontani. Anche allora, regnante Bossi, la Lega Nord era il popolo dei montanari che scendevano a valle per combattere contro Roma ladrona: la città peccaminosa, meticcia, multietnica e multiculturale, il covo dei radical chic, dei culattoni e degli intellettuali da terrazza. La metropoli cosmopolita contro il maso chiuso. E anche le periferie delle città, dove attecchisce il verbo della destra leghista e fascista e dove i poveri sono reclutati per fare la guerra ai Rom, non è già più città, ma luogo spurio senza tempo e senza geografia, una campagna senza campagna, un non-luogo, come sono le villas miserias di Buenos Aires.

Le città – per converso – diventano oggi un simbolo di resistenza. Resistenza politica, nelle nostre frastornate democrazie. Da Milano a Firenze, da Bari a Bologna, in Italia. A Madrid e Parigi, a Berlino – che ha conosciuto il Muro e ancora porta con le sé le sue cicatrici. Nella Londra multietnica, esposta alla tempesta della Brexit e guidata da un sindaco coraggioso, figlio di genitori pakistani.

Contro altre città, e contro altre piazze, la guerra è tutt’altro che simbolica. Lontano nel tempo, 2 ottobre 1968, la repressione armata si abbatte contro la manifestazione studentesca che occupa Piazza delle Tre culture, a Città del Messico. L’esercito e la polizia sparano dagli elicotteri e dal tetto del ministero degli esteri, uccidendo centinaia di ragazzi. Il massacro si compie nel silenzio di un Paese dalle sterminate e miserabili campagne, ipnotizzato dalla imminente apertura dei Giochi Olimpici. Trenta anni fa, Pechino. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno il pugno di ferro dell’oligarchia senile comunista si accanisce sugli studenti che presidiano Piazza Tien An men. I giovani chiedono democrazia, partecipazione, riconoscimento del merito negli studi. Vicino al ritratto di Mao hanno innalzato una grande statua della libertà fatta di cartone, legno e cartapesta. L’esercito circonda il centro di Pechino con i carri armati, poi entra in forze nella piazza. Non conosceremo mai il numero delle vittime di quel massacro, che pone fine ad una unica, breve stagione di speranza. Le campagne – che nella rivoluzione vittoriosa hanno circondato le città – non sanno, non conoscono, sono intrattenute dalla eroica narrazione del potere: sopravvivete, lavorate, se potete arricchitevi, obbedite e non fate domande.

Poi, Il Cairo, piazza Tahrir: manifestazioni e repressione. La capitale si è illusa, ma per spegnere le speranze nella primavera araba sono sufficienti i risultati di un’elezione “democratica” in cui milioni di contadini vengono spinti in massa a votare per il potere politico e religioso, istigati contro i costumi dissoluti della modernità, il contagio occidentale, le tentazioni demoniache della grande città. In Turchia, Istanbul vota contro il regime, e il giorno dopo il regime annulla il voto. Il velo alle donne, la legge consuetudinaria, la gabbia delle prescrizioni sessuali, il Corano brandito come una clava assediano la città degli studenti, delle nuove professioni, dell’ informazione libera, della modernità, dei diritti.

La città, lo sappiamo, non è il paradiso in terra. Quasi sempre è brutta sporca e cattiva. Nelle nostre città – nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente – la solitudine, le solitudini, sono il pane quotidiano per milioni di esseri umani. Ma qui circola la vita, qui si intrecciano le storie, qui la nascita non è sempre il destino. In mezzo a mille violenze, tradimenti e contraddizioni, le città combattono una battaglia silenziosa contro l’oscurità. Al termine del viaggio, quando l’aereo plana silenzioso sopra Roma, Manhattan, Mosca, Buenos Aires, Città del Messico, Mumbay, Istanbul, la città è un tappeto di luci sfolgorante nel buio profondo della notte.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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