Il coprifuoco cileno

Considerate una delle ultime scene di Joker.  La città è in fiamme, un fiume di gente mascherata sfoga la sua rabbia sulle cose, si accanisce sui simboli dell’opulenza e del malessere. Manipoli di poliziotti picchiano e bastonano senza pietà, la notte è illuminata dagli incendi, attraversata da urli di guerra. Questo è il coprifuoco a Gotham, anno di grazia sconosciuto, in un fosco futuro senza calendario.

Considerate la notte cilena: la metropolitana bloccata, fuochi che ardono, vetrine sfondate, pattuglie in assetto di guerra che avanzano lungo le avenidas, gruppi di ragazzi a caccia di nulla come mute di cani vagabondi: dal centro del lusso alle misere periferie, la città ribolle, mostrando tutta la sua nuda sofferenza. Questo è il coprifuoco a Santiago, anno di grazia 2019, in un eterno presente di rancore dei miseri e sfregio dei ricchi.

Coprifuoco, couvre-feu, curfew, toque de queda: credevamo di essercelo lasciato alle spalle, questo fantasma metropolitano, scomparso nei gorghi della storia recente, sconfitto dalle sorti magnifiche e progressive di un mondo senza classi, cancellato dalle mille luci delle grandi città che “non dormono mai”.    E di nuovo, e di nuovo, eccolo qui questo folletto maligno, che sghignazza da Est ad Ovest,  dai mille grattacieli arditi di Hong Kong  a Beirut in fiamme, e poi a sud: il sud amazzonico di Quito con le avanguardie indigene dentro la città dei bianchi e  il profondo sud di Santiago, con la sua storia di dolore e ingiustizia mai completamente riscattata.

Cile, dunque.  La scrittrice Nona Fernandez attraversa la notte della città in fiamme e racconta: «Cammino da Morandè, nel centro di Santiago, fino a casa mia a Nunoa. Vedo giovani con la faccia dipinta come il Joker, che gridano che questa è la migliore battuta finale della grande beffa. Mi domando quale sia questa beffa. L’aumento del biglietto dei trasporti? L’assegno misero per i nostri pensionati? Lo stato della nostra educazione pubblica? Del nostro sistema sanitario? L’acqua che non ci appartiene? La ridicola concentrazione di privilegi per un gruppo minoritario? La costante evasione fiscale di questo stesso gruppo? La costituzione che oggi ci governa? La nostra pseudo-democrazia?»

La protesta cilena ha una sostanza di dura attualità.  Se quasi il settanta per cento della ricchezza nazionale è nelle mani del dieci per cento della popolazione, e se nello stesso tempo decine di migliaia di persone non possono permettersi di pagare l’aumento di quattro centesimi di euro per il biglietto della metropolitana, qualcosa di oscuro lavora nelle viscere della società, pronto ad esplodere in tragedia.

Ma la vicenda cilena ha anche un evidente significato simbolico.  Quello di oggi, imposto dal presidente Pinera, è il primo coprifuoco dai tempi della dittatura di Pinochet.  I cileni che hanno vissuto quella tragedia portano uno stigma impresso a fuoco sul corpo.  Ancora Nona Fernandez: «Mentre si avvicina un camion-idrante, il mio corpo, istintivamente, con una sapienza nascosta per anni, corre, si nasconde, si copre la faccia, e riesce a salvarsi ancora una volta. Come ieri, come prima di ieri».

Appunto: come ieri.  Il coprifuoco, il toque de queda imposto alla città, avvicina pericolosamente la democrazia di oggi alla dittatura di ieri. E i giovani che scendono in strada per spaccare tutto, le donne di casa che riempiono di strepiti le avenidas battendo forte con i mestoli sulle casseruole vuote, gli abitanti delle baraccopoli di periferia che a pranzo mangiano tutti insieme una minestra nella pentola comune, gli abitanti dei quartieri segregati che impiegano ore ad attraversare la città sui mezzi pubblici, non sono tenuti a distinguere tra il Pinochet di ieri e il Pinera di oggi.

L’uso moderno della parola coprifuoco tradisce il suo significato originario. Lontano nel tempo era un segno di pace, quando invitava gli abitanti della città a coprire il fuoco con la cenere per evitare incendi.  Oggi è un segno di guerra, il pugno di ferro dell’autorità, l’ordine imposto con la forza contro il disordine, la regola contro l’anarchia. E tutti sappiamo bene come finisce un coprifuoco. Una grande metropoli non tollera il caos, e la normalità tornerà a trionfare – a Santiago come a Beirut, a Hong Kong come a Quito e La Paz– con le cattive piuttosto che con le buone.

I morti, quelli saranno seppelliti nei cimiteri di quartiere, le carceri saranno a poco a poco svuotate, le tariffe della metropolitana  aggiornate in attesa di tempi migliori, il presidente parlerà in televisione, parleranno i politici e poco o nulla cambierà: è la nostra storia, la conosciamo  bene.

A Santiago del Cile – la città che fu di Salvador Allende – questa storia è più amara. «So bene quello che succederà tra poco. Lo indovino perché la mia memoria è testarda e lavora come un oracolo in questo dèja vu autoritario nel quale ci aggiriamo. Ci incolperanno, ci diranno un’altra volta che la responsabilità è nostra. Condanneranno la violenza, come se non fossero proprio loro a provocarla con la propria sistematica brutalità».

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

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