Il flop dell’accordo Pd-Pdl e la svolta che è urgente (di Claudio Lombardi)

Da anni si dice che in Italia manca un vero partito (o formazione politica o polo) di destra non considerando tale un partito interamente dedicato agli affari del suo leader e delle cricche che gli stanno attorno. Adesso possiamo dire che, grazie ai dirigenti del Pd e alla condanna alla frammentazione che pesa sulla sinistra, manca anche qualcosa di analogo sul versante opposto che lo si voglia chiamare sinistra o centro sinistra.bersani pensieroso

Il Pd era nato per unire componenti e culture diverse e portarle al governo del Paese con una maggioranza di voti. L’intenzione era quella partendo da una soglia che si considerava acquisita del 40%. Ora, dopo pochi anni, anche il 30% sembra un traguardo lontano e la perdita di consensi non sembra per niente finita.

Pesano limiti culturali che hanno impedito di superare il vecchio modo di fare politica fondato sugli accordi di “palazzo”, sulla opacità delle posizioni e quindi sulla mancanza di scelte chiare, sull’isolamento della politica e delle istituzioni dall’opinione pubblica. L’ultimo capolavoro di Bersani e del gruppo dirigente che fa capo a lui è stata la clamorosa apoteosi di questi limiti con l’accordo tra Pd e Pdl per la scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica presentato quasi come un dovere assoluto per il bene del Paese.

E invece quell’accordo non si salva proprio da nessun punto di vista. Il metodo è stato quello della trattativa diretta con un interlocutore privilegiato. Si è detto che il Presidente rappresenta l’unità nazionale e deve scaturire dalla più ampia convergenza di consensi. Bene, ma perché questa convergenza la si è cercata privilegiando il Pdl? Pochi giorni prima Berlusconi aveva sbarrato la strada al padre nobile del Pd, Romano Prodi, in modo esplicito e netto durante un comizio. Il Pd non ha avuto nulla da replicare, ha preso atto di questo divieto e ha sottoposto a Berlusconi alcuni nomi lasciando a lui la scelta di quello da votare.

fallimento pdIl meno che si possa dire è che il gruppo dirigente del Pd ha fallito mostrando la sua incapacità di guidare la forza politica che avrebbe dovuto indicare agli italiani la via del cambiamento. Con quell’accordo, inoltre, si sono smentiti tutti i tentativi di mettersi in relazione con il M5S e questo proprio nel momento in cui da lì veniva una proposta seria e fattibile con il nome di Rodotà. Ma come, tutto si è fermato per settimane all’inseguimento (apparente) del M5S e nel momento in cui c’è una concreta possibilità di convergenza si fa una scelta opposta?

Insomma una débacle generale ben rappresentata dalla ribellione in atto nel Pd e dallo squagliamento di qualunque unità d’azione dei grandi elettori già alla prima votazione. La scheda bianca messa nell’urna oggi è anche il segno di un fallimento della direzione di Bersani che non è più in grado  di guidare il partito. Dopo un anno passato a sostenere un governo sempre più impopolare, dopo la sconfitta alle elezioni, dopo essere stato il protagonista di uno stallo confuso e privo di strategia durato più di 50 giorni, l’accordo con il Pdl rappresenta il colpo finale dal quale Bersani e il suo gruppo dirigente non riusciranno a riprendersi tanto facilmente.

Bisogna adesso domandarsi quali spazi esistano per ricostruire un partito alternativo al berlusconismo che è ancora la faccia (poco presentabile) del centro destra italiano. Ma più importante ancora è l’interrogativo sulla ricostruzione di una politica che sappia coinvolgere i cittadini superando il baratro che gli anni della partitocrazia hanno creato tra questi e lo Stato.

aprire le porteNon si tratta tanto e solo di riforme istituzionali o di una nuova legge elettorale, si tratta di qualcosa di più profondo che tocca le motivazioni, i valori e le regole non scritte che identificano e tengono insieme una comunità nazionale. Avere al vertice dello Stato forze politiche rispettabili, rappresentative e riconosciute è la base per riconoscersi come italiani ed essere orgogliosi di questa identità. Perché questo “miracolo” si compia un ruolo inevitabile spetta alle élite cioè a quei cittadini, singoli e associati, che si fanno protagonisti della vita politica, economica e sociale. A loro spetta di prendere la guida del cambiamento fondando o rifondando partiti, facendo vivere movimenti politici e civici, alimentando il dialogo pubblico in modo che sia l’esempio della costruzione di percorsi condivisi di formazione delle decisioni di governo della collettività.

Insomma la svolta che è urgente per rimettersi in piedi richiede uno sforzo collettivo di tutti i cittadini attivi che già non sono pochi e che dovranno essere presto molti di più. L’elezione del Presidente della Repubblica può e deve essere il primo passo di un cammino che guarda lontano. Ma bisogna partire col piede giusto e con i nomi giusti e credibili per il nuovo Capo dello Stato che non sono molti, ma ci sono e sono stati indicati con chiarezza. Su tutti spiccano quelli di Stefano Rodotà e di Romano Prodi indicati dal M5S e sostenuti da tanti altri. Prenderne atto è quasi doveroso.

Claudio Lombardi

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