Il nuovo mondo che non vediamo (di Luigi Corvo)

scoprire terzo settoreLa crisi ci consegna un quadro economico e sociale notevolmente mutato. È come se dal 2008 ad oggi avessimo vissuto una fase di iper accelerazione nelle dinamiche sociali che ha avuto e avrà sempre più dei contraccolpi sulla nostra economia e sul nostro welfare.

Nel mondo pre-2007 eravamo abituati a pensare il sistema economico come un contesto caratterizzato dalla presenza di due attori principali, Stato e Mercato, e un attore residuale, il Terzo Settore (detto anche non profit). In questa tripartizione si concepivano i compiti di salvaguardia di interessi collettivi in capo allo Stato, la responsabilità produttiva in capo al Mercato e ci si riferiva al Terzo Settore per colmare le sacche di inefficienze dei primi due attori, confidando nella sua vocazione solidale e mutualistica.

La domanda che dovremmo tutti porci è se questa impostazione, ancora figlia del secolo breve, è ancora in grado di dare risposte a bisogni sociali sempre più complessi in condizioni di sempre maggiore scarsità di risorse. L’OECD ha usato una espressione sintetica molto efficace per descrivere tale scenario :“to do more and better with less”; fare di più e meglio con meno, produrre/erogare maggiori e migliori beni/servizi utilizzando minori risorse. Questa è, in sintesi, la sfida che si trovano ad affrontare i Governi dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi e in questa direzione dovrebbero indirizzarsi le politiche e gli sforzi delle classi dirigenti.

mondo post crisiLa fotografia del sistema economico italiano è stata fornita dal recente Censimento dell’Industria e dei Servizi condotto dall’Istat nel 2011, i cui primi risultati sono stati pubblicati a luglio 2013. Non si riscontra un andamento univoco per i tre settori sopra menzionati, anzi si registrano forti differenziali: se da un lato le forze produttive profit oriented mostrano una certa stagnazione in termini di incremento delle unità economiche attive e della loro capacità di generare occupazione sostenibile, la PA mostra un sensibile arretramento, sia per quanto attiene al numero di istituzioni pubbliche attive (in diminuzione rispetto al 2001) e sia rispetto al numero di lavoratori assorbiti (in diminuzione per circa 350.000 unità). Discorso diverso per il Terzo Settore, che mostra un incremento molto significativo sia per le unità economiche attive (+28%) sia per la forza lavoro (retribuita) impiegata (+360.000 circa).

Per approfondimenti rinvio a http://censimentoindustriaeservizi.istat.it/istatcens/wp-content/uploads/2013/07/Fascicolo_CIS_PrimiRisultati_completo.pdf

Dai dati raccolti si può osservare che i due settori sembrano muoversi in modo speculare (in quanto a numero di occupati) e tale fenomeno potrebbe essere spiegato attraverso tre principali interpretazioni:

1)     la crescita del settore non profit viene determinata in larga parte dall’arretramento del settore pubblico;

2)     la crescita del settore non profit è indipendente dall’arretramento del settore pubblico;

3)     la crescita del settore non profit viene determinata solo parzialmente dall’arretramento del settore pubblico.

grafici economia ItaliaPer poter fornire una risposta rispetto alle tre ipotesi menzionate occorrerà analizzare dati non ancora pubblicati, relativi al trend di fatturato delle unità economiche del settore non profit  comparati al trend della spesa delle istituzioni pubbliche. Tuttavia, ciò che appare evidente è che gli effetti della crisi hanno dato sempre più risalto al concetto di resilienza economica e sociale: gli attori civici, le associazioni, i cittadini si sono mobilitati attraverso forme di aggregazione orizzontale per dare risposte ai bisogni dei territori. Siamo di fronte ad un welfare generativo, in grado di parlare il linguaggio imprenditoriale da un lato, in quanto queste realtà vanno oltre il volontariato e generano occupazione retribuita, e il linguaggio sociale dall’altro, essendo per loro natura organizzazioni a Km 0, non delocalizzabili e non soggette a dumping globale. L’idea di fondo è che i bisogni da cui queste realtà nascono non possono fuggire verso paesi con costi del lavoro più bassi, che le attività legate alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale non possono emigrare, che le organizzazioni di cooperazione sociale sono intrinsecamente ed empaticamente legate al territorio su cui generano welfare e valore aggiunto sociale.

Questo mondo nuovo, che ancora non siamo in grado di vedere e le cui opportunità non siamo in condizioni di cogliere del tutto, sta trasformando il concetto di organizzazione secondo una logica di ibridazione inter-settoriale.

In questi tre settori le relazioni che storicamente intercorrono fra essi, vanno sempre più mutando, portando ad aree di intersezione in cui le organizzazioni ibride trovano spazio. Si tratta di organizzazioni, definite social enterprises nei paesi anglosassoni, che riescono a porre in equilibrio la vocazione sociale che deriva dalla loro mission not for profit oriented e la sostenibilità economico finanziaria che consente loro di durare nel tempo e di innovarsi con la rapidità richiesta dal mutare dei bisogni sociali.

intersezione settori economiciCiascuno dei 3 settori ha ambiti di intersezione con  gli altri 2: PA e Terzo Settore si incontrano nella co-produzione di servizi di welfare da anni; Pa e Imprese danno vita ad esperienze di finanza di progetto dagli anni ’90; Imprese e Terzo settore si avvicinano sempre più, e il fenomeno delle social enterprises ne è la prova.

Laddove i 3 settori si intersecano, come su un territorio in cui ente locale, imprese e associazioni riescono a trovare forme di networking, si può generare innovazione sociale di sistema, ovvero la propagazione dell’innovazione e dei suoi effetti in tutti i settori e che, quindi, fa sì che gli effetti sociali si consolidino strutturalmente.

La sfida da affrontare impone un salto culturale non indifferente, richiedendo ai vari attori di considerarsi non solo stakeholder, ma anche shareholder rispetto a questioni economico-sociali complesse: non siamo solo semplici portatori di interesse, la crisi e la necessità di costruire un nuovo modello di sviluppo ci chiama a considerarci azionisti sociali.

Luigi Corvo

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