Il pasticcio delle integrazioni salariali

Il disallineamento fra periodo di cassa integrazione e blocco dei licenziamenti di cui ho parlato nel precedente articolo (http://www.civicolab.it/il-lavoro-che-si-spegne-tra-casse-integrazioni-e-blocco-dei-licenziamenti/) appare una scelta azzardata, ma in linea con quella confusione che ha accompagnato l’azione del governo in questo campo nel periodo dell’emergenza coronavirus. Infatti, pur dichiarando ai quattro venti che “nessuno resterà indietro” non ha messo in campo gli strumenti giusti.

Il lavoro è sembrato nei dibattiti sempre ai margini, schiacciato tra l’attesa di un intervento europeo e nazionale per riempire il vuoto di liquidità e la gestione del lockdown con le sue autocertificazioni e gli appuntamenti quotidiani con i numeri della pandemia.  Si era capito subito che sul lavoro e sulle Casse si parlava a sproposito. È stato chiaro semplicemente leggendo le norme (e forse molti nemmeno l’hanno fatto); le casse integrazioni così com’erano impostate non potevano che essere un flop. E così è stato! Al 4 giugno, stando ai dati dell’INPS della cui attendibilità in questo periodo siamo purtroppo portati a dubitare, manca ancora il pagamento del mese di marzo per circa  800 mila lavoratori. Non si tratta solo di quelle in deroga, gestite dal pericoloso connubio INPS – Regioni, ma anche di quelle degli artigiani con il loro fondo e di quelle dirette pagate dall’INPS per Cigo e Fis. Insomma, se a pagare la cassa non ha pensato il datore di lavoro anticipandola (è accaduto per milioni di lavoratori), i pagamenti dell’INPS sono stati un disastro. Per non parlare del tentativo di coinvolgere le banche perché anticipassero parte degli importi che si è rivelato un altro  clamoroso flop.

Si è invocata da più parti semplicità, rapidità e meno burocrazia e il Governo, mostrando almeno il buon senso di ascoltare le lagnanze, alla fine ha capito di aver impostato la materia in maniera maldestra e di averla combinata grossa e così ha cercato di intervenire, ma ha mostrato una palese incapacità a farlo. Ha cercato di trovare altre strade per ridurre i tempi del pagamento, ma alla fine ha partorito altre norme confuse e imprecise ignorando i suggerimenti tecnici degli operatori. Con il nuovo decreto legge n.34 “rilancio”, sono state apportate una serie di modifiche ed integrazioni che rendono la nuova versione delle casse integrazioni ancora più confusa e dai tempi incertissimi con un’aggravante: aver complicato anche i tempi per la presentazione delle domande!

Non ci credete? Beh basta leggere gli articoli dal 68 al 71 del Dl 34/2020  e poi provare a spiegarli anche a voi stessi. Vedrete che non ci riuscirete. Vengono disposte altre settimane in più, ma non tutte e subito, bensì in due distinte fasi come abbiamo già detto nel precedente articolo. Soprattutto, sorprendentemente, non si può fare la nuova domanda da subito se non si conguaglia il periodo precedente delle 9 settimane (nuovi calcoli e nuove domande) senza chiarire, però, se l’omesso conguaglio pregiudichi la nuova domanda. In ogni caso bisogna, come al solito, attendere i decreti attuativi e le circolari dell’Inps.

La nuova tempistica prevede termini diversi e sovrapposti a seconda di quale sia la  cassa integrazione interessata e se a pagare sia l’INPS o il datore di lavoro. In ogni caso per quelle in deroga sicuramente le domande non si possono presentare prima del 19 giugno e, quindi, se  le 9 settimane sono esaurite il 23 maggio si presenterà la domanda a cassa integrazione finita facendo mancare la continuità della prestazione. Non finisce qui, però: c’è il problema dei sindacati. Sembra che il Governo non sappia cosa farne;  la loro presenza ingombrante ha condizionato la procedura sin dall’inizio e così non è stato ancora chiarito se li vuole dentro o fuori. Infatti, nel decreto Cura Italia era obbligatorio fare l’accordo con loro prima di accedere alle Casse, poi con la conversione in Legge questo accordo preventivo è stato eliminato, e poi sorprendentemente con il Decreto Rilancio è stato rimesso. E, comunque, devo aggiungere che si tratta di un accordo inutile che ha rallentato  i tempi  senza alcuna funzione di tutela per i lavoratori.

E poi come giustificare i ritardi nei pagamenti? Beh molti non sapevano (forse nemmeno al Ministero), che la procedura della Cassa integrazione non si esaurisce con la domanda, ma è necessario che il datore invii alla fine del mese i dati ufficiali delle ore usufruite dal singolo lavoratore insieme ai dati bancari dello stesso. Per inviare i dati c’è tempo 4 mesi. Per fortuna tutte le aziende li hanno inviati al più presto (ma non prima almeno del 20 del mese successivo!). Insomma, mentre si annunciava il pagamento delle integrazioni salariali per il 15 aprile, di fatto, all’INPS non sapevano nemmeno chi dovevano pagare! Senza pensare poi che l’INPS è stato sommerso da altre operazioni a cominciare dall’erogazione dei 600 euro agli autonomi, dai congedi parentali e dalle Leggi 104,  e tutto questo mentre il 95% dei lavoratori dell’INPS lavorava da casa.

Dulcis in fundo, le domande di integrazione in deroga respinte. Qui la questione è tecnica, ma significativa. Per l’INPS oltre i 5 lavoratori è una integrazione salariale che rientra nel FIS (Fondo di integrazione salariale). Bisogna sapere, però, che il numero di lavoratori si conta non a testa bensì in percentuale, quindi 6 lavoratori part-time valgono 3 e dunque è una Cassa in deroga. Un errore si può commettere, ma non è per niente facile far ritornare sui suoi passi l’INPS. Si comunica solo via mail o cassetto previdenziale, ma le risposte non arrivano. Ci sono poi tra le cause di rallentamento i codici fiscali errati (strano visto che l’INPS ha già i dati dei lavoratori) o numerici (l’INPS lo ritiene non valido) nel caso di lavoratori in attesa di permesso di soggiorno.

Conclusione: la gestione delle integrazioni salariali è collassata proprio quando ce ne era più bisogno

Alessandro Latini

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