Il senso del servizio pubblico radiotelevisivo

servizio pubblico radiotelevisivo

Un lungo articolo di Flavia Barca affronta la questione del servizio pubblico radiotelevisivo. Ne pubblichiamo alcuni stralci rinviando per la versione integrale al sito www.flaviabarca.it.

convenzione Rai“Alle soglie del rinnovo della Convenzione tra la Rai e lo Stato Italiano (l’attuale scade nel maggio 2016), moltissime sono le minacce che insidiano la sopravvivenza dei servizi pubblici europei, dalla difficoltà di reperire risorse finanziarie al declino di fiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, dalla moltiplicazione dei canali e delle piattaforme ad una competizione sempre più accesa sui contenuti premium, dalle trasformazioni e disintermediazioni della tradizionale catena del valore al ruolo sempre più centrale dei nuovi gatekeeper (aggregatori, over the top, ecc.), dalla struttura organizzativa elefantiaca e poco efficiente di molti broadcaster pubblici alla migrazione delle utenze più giovani verso nuove forme di consumo.

L’effetto è moltiplicato nel nostro Paese, dove la Rai, negli ultimi anni, ha faticato non poco nel rispondere con tempismo ed efficacia ai mutamenti della società. E la ragione principale, di questo vulnus, va ricercata nella debolezza della sua mission, ovvero nella incapacità di definire con chiarezza obblighi ed obiettivi dell’azienda radiotelevisiva pubblica.

Una forte confusione, o meglio densa nebbia, sulla missione pubblica della Rai, si protrae infatti da molto tempo. Il dibattito sulla dipendenza dalla politica, identificata come male principale della Rai nel nostro Paese, è stato purtroppo funzionale ad offuscare il vero dibattito sull’assenza di un chiaro, condiviso, trasparente, efficace progetto pubblico. Così la mancanza di regole e obiettivi certi ha permesso, a tutti i governi che negli anni si sono succeduti, di operare senza trasparenza pensando più al beneficio privato che al bene comune. Invece di trascorrere tanto tempo a discutere del come (la governance, le risorse ecc) avremmo forse dovuto maggiormente riflettere sul cosa (la visione, il progetto).

televisioni pluralismoRispetto agli auspici di una importante fetta dell’opinione pubblica che la Rai venga privatizzata, è invece chiaro che l’unica giustificazione nel negare questa strada è quella di difendere – e rafforzare – una sua funzione pubblica. In questo senso credo sia utile ripartire proprio da qui. Dalla mission.

Ragionare sulla mission significa principalmente chiedersi che senso abbia oggi, in piena era del digitale, che lo stato finanzi un servizio pubblico radiotelevisivo e se davvero questo importante segmento del mercato dei media vada oggi difeso e preservato, in Italia e nel mondo.

La Rai è una delle più importanti istituzioni pubbliche del Paese, la più importante nell’ambito dei settori culturali e creativi.

L’attività principale della Rai è quella di realizzare un palinsesto di qualità, le cui caratteristiche specifiche sono definite dalla mission, indicata nella Convenzione con lo Stato e poi elaborata nei diversi Contratti di Servizio che vengono rivisti ogni cinque anni.

inclusione socialeNon si tratta solo di produrre alfabetizzazione e inclusione sociale ma anche di attivare una fondamentale filiera economica che, a sua volta, produce effetti di enorme portata su tutta la società. La mancanza di un’industria dell’immaginario solida è infatti un grosso danno non solo per gli addetti del comparto: ha forti ripercussioni anche su tutta la filiera dell’immaginario e, soprattutto, sulla valorizzazione dei nostri asset culturali materiali e immateriali

Per questo il tema della promozione dell’audiovisivo nazionale è centrale. E molti lo identificano come il perno della mission Rai.

Agire nel nome del bene comune significa, infatti, anche e soprattutto finanziare innovazione di prodotto e di sistema. Quindi la specificità della Rai impone che si guardi con maggiore attenzione a quei produttori o a quei programmi maggiormente innovativi che non troverebbero naturale sbocco nel mercato.

Il tema dell’innovazione in tutte le sue espressioni è centrale perché indica la strada del rischio che la Rai si sobbarca anche per il resto del comparto, pareggiando così i conti con i broadcaster commerciali.

innovazioneIl rafforzamento del mercato della creatività, specie nella sua componente più innovativa è, però, condizione necessaria ma non sufficiente. Il ruolo del pubblico si giustifica, infatti, solo ed esclusivamente qualora offra un servizio unico e che produca bene pubblico. In questo caso anche chi non ne usufruisce può comunque trarre un vantaggio sociale dall’esistenza di quel bene, perché ha potenziali ripercussioni sullo sviluppo e l’inclusione sociale e, quindi, aumenta il benessere collettivo.

Il servizio pubblico ha, quindi – questo è il punto! – un mandato unico, cioè quello di identificare e programmare un palinsesto (svariati palinsesti) che aiuti a migliorare le competenze e quindi le condizioni di vita delle persone, facilitando la comprensione dei cambiamenti sociali, del mondo che ci circonda, dell’enorme gamma delle possibilità di scelta che si aprono davanti all’essere umano. Insomma strumenti di libertà.

La missione è una spinta gentile all’inclusione sociale, al miglioramento della società.

Pensare al nostro Paese che si fa latore di un progetto europeo che coinvolga tutti i servizi pubblici, per programmare assieme, per progettare assieme, una idea di Europa. Pensiamo ad una tv pubblica che funga, anche, da “pietra d’inciampo” – una tv d’inciampo! – per il Paese. Che ogni giorno getti nell’agenda pubblica temi, aggettivi, riflessioni nuove, stimolanti, che producano impatti ed effetti chiari nel dibattito e generino code lunghe di pensieri ed azioni dedicate al bene comune.

partecipazione condivisioneLa vera novità oggi, è quella della partecipazione e condivisione. Cioè di un progetto pubblico (di valori e servizi), non più unidirezionale, ma mediato e arricchito da una continua immissione/scambio di nuove idee e suggestioni. Se è giusto, come sopra teorizzato, che la Rai produca idee e valori “pubblici” mediante i quali costruire capitale sociale, è indispensabile, al contempo, che queste idee e valori siano negoziati, continuamente, con tutto il Paese. E questo può e deve avvenire aprendo la Rai ad un dialogo trasparente con tutti gli spazi di produzione di pensiero, quindi scuole, università, centri di ricerca, terzo settore, cittadinanza attiva.

Il grande errore degli ultimi anni è stato quello di confondere il concetto di “governance partecipata” con la costruzione di nuovi organismi decisionali o consultivi aperti a diverse rappresentanze sociali, con il rischio di ingabbiare nuovamente le forze costruttive e creative dei territori in “postifici” utili al più a fare lobby per un soggetto piuttosto che un altro. La partecipazione, per il servizio pubblico radiotelevisivo (e non solo) ha ben più alto scopo, cioè quello di cooperare, l’istituzione assieme a tutta la società civile “attiva”, per il bene comune.

cittadino digitaleCondizione irrinunciabile di questo ragionamento è la formazione del nuovo cittadino digitale. Si tratta di uno degli obiettivi della mission Rai non più procrastinabili. Su questo importanti passi avanti sono stati fatti negli ultimi anni, ma ancora la strada è lunga, in un Paese affetto da un importante digital divide, e non solo tra le fasce più anziane della popolazione. Si tratta di trainare gli utenti verso un consumo multipiattaforma e verso una interazione attiva e produttiva con tutte le piattaforme, promuovendo quindi non solo l’accesso ma anche l’interazione e la produzione di nuovi contenuti (il cd cittadino “prosumer”, crasi di produttore e consumatore).

“La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”. Queste le parole di Keynes che andrebbero messe ad epigrafe della prossima convenzione Rai-Stato.

Quindi una tv pubblica che occupa un perimetro ben delineato, trasparente, unico e distintivo rispetto a quello della tv commerciale. Una tv pubblica che non è “fuori” dal mercato ma neanche pienamente dentro, occupando spazi distinti e complementari ma interconnessi. L’investimento nella “nuova Rai” darà, nel medio e lungo termine, dei ritorni importanti per il Paese, assolutamente misurabili in termini di capitale sociale e sviluppo economico.

Il momento per una discussione seria sul senso della Rai è ora. E maggio è alle porte.

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