Il servizio giustizia e la valutazione dei cittadini: un progetto di Cittadinanzattiva

Il 15 settembre 2011 si è avviato, per la prima volta, un programma di valutazione civica nei tribunali di 9 città. Valutazione civica significa che i cittadini, per il tramite di una associazione di partecipazione civica, sono entrati in tribunale per valutare la qualità del servizio. Si tratta del percorso di valutazione civica del servizio giustizia, progetto coordinato da Cittadinanzattiva. Ne parliamo con Mimma Modica Alberti, Coordinatrice Nazionale Giustizia per i Diritti (GD) di Cittadinanzattiva.

Perché un progetto da svolgere nei tribunali? Qual’ è il senso del “percorso di valutazione civica del servizio giustizia” ideato da Cittadinanzattiva?

Già il fatto che, per la prima volta nella storia del nostro Paese, i cittadini siano entrati in 9 Tribunali  (Milano, Napoli, Taranto, Modena, Cagliari, Alessandria, Trieste, Lamezia, Enna) non perché parti in causa o testimoni nei processi, ma per valutare la qualità del servizio  indica che qualcosa di nuovo è accaduto; qualcosa che contiene una potenzialità importante per il rapporto fra cittadini e Stato e per il modo stesso di “fare” i cittadini. Si è avviata una valutazione civica basata su una raccolta di dati impostata secondo metodi predefiniti e scientificamente validi e rigorosi e finalizzata alla formazione di un punto di vista civico sul funzionamento del servizio giustizia. È importante sottolineare che la raccolta dei dati è frutto dell’impegno dei dirigenti e degli aderenti locali di Giustizia per i Diritti-Cittadinanzattiva e, quindi, è, innanzitutto, un percorso di partecipazione di cittadini attivi e non una mera attività tecnica di rilevazione dati.

Come vi siete regolati per definire le aree di valutazione e gli indicatori in base ai quali valutare i dati raccolti?

Punto di partenza è stata la “Carta dei diritti del cittadino nella giustizia” proclamata da Giustizia per i Diritti nel 2001, che enuncia i diritti fondamentali (informazione, rispetto, accesso, strutture adeguate, partecipazione, processo celere, qualità) inerenti al rapporto dei cittadini con il servizio giustizia e con i suoi operatori. Coerentemente con i diritti sanciti nella Carta, sono stati selezionati i seguenti  fattori di valutazione: informazione e comunicazione, accesso, rispetto, volumi di attività, risorse e durata dei procedimenti, qualità e processi di miglioramento, partecipazione. Tali fattori sono stati poi raggruppati in tre componenti, quali dimensioni più ampie che individuano ambiti di attenzione ai diritti: l’orientamento ai cittadini, l’impegno nel promuovere la qualità dei servizio e il coinvolgimento dei cittadini.

Quindi ci sarà una fase di elaborazione dei dati che porterà ad evidenziare problemi e criticità, d’altra parte ben noti agli italiani almeno a grandi linee. Cosa succederà dopo?

Le proposte di miglioramento, avanzate dai cittadini che hanno realizzato la valutazione a livello locale, completano il processo e sono presentate e discusse con il Presidente del Tribunale, il dirigente amministrativo e tutti gli interlocutori interessati. Ovviamente i risultati della valutazione civica e il piano di miglioramento di ciascun tribunale vengono resi pubblici secondo modalità definite e condivise città per città.

Circa gli effetti posso dire che i cittadini sino ad oggi non sono stati considerati una risorsa per contribuire a migliorare la qualità del servizio giustizia e non hanno avuto, quindi, la possibilità di confrontarsi su aspetti di costruzione delle politiche o di progettazione del servizio. Questa prima sperimentazione può consentire di vedere finalmente il cittadino come uno degli attori in grado di contribuire a individuare priorità e azioni di miglioramento e, dove ci sono, le criticità, ma anche in grado di valorizzare e riconoscere le esperienze positive. L’importante è attivare un dialogo permanente e un confronto sulla base di dati oggettivamente rilevati e analisi condivise anche per smetterla di parlare di giustizia solo quando qualche “potente” incappa in accuse di reati o in processi. Francamente i problemi veri non hanno niente a che vedere con i desideri di alcuni di sottrarsi al giudizio dei magistrati.

È proprio così. È evidente che una valutazione civica del servizio giustizia significa mettersi su un altro piano rispetto allo scontro di potere di questi anni con il quale si è tentato di mettere sotto controllo l’esercizio dell’azione penale per piegarla agli interessi di chi non voleva riconoscere l’eguaglianza di fronte alle leggi e allo Stato. Il tentativo, per ora, è fallito, ma ha lasciato macerie e divisioni. Se i cittadini entrano in campo e chiedono che la giustizia sia quel servizio essenziale di cui ha bisogno la società quali sviluppi possiamo aspettarci?

Faccio una piccola premessa. Per cittadinanza attiva  intendiamo la capacità dei cittadini di organizzarsi, di mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie, e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per tutelare diritti e prendersi cura dei beni comuni. Questa concezione enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità del cittadino nel fronteggiare i problemi della vita pubblica che lo riguardano direttamente. In altri termini, i cittadini organizzati si propongono come un attore della politica: la loro presenza ha a che fare con il governo della società e con l’interesse generale, e non solo con la soluzione di singoli problemi o con la mera espressione di difesa di interessi privati. Le organizzazioni civiche, quindi, agiscono per rendere i cittadini protagonisti della tutela dei loro diritti e della cura dei beni comuni, in un ruolo non alternativo ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche. E nel perimetro dei beni comuni va, ad avviso di Cittadinanzattiva, inserito a pieno titolo “il diritto alla giustizia”, secondo le fondamentali definizioni di cui agli artt. 24 e 111 della Costituzione e le ulteriori essenziali esplicitazioni sancite dalla Carta dei diritti del cittadino nella giustizia.

Detto questo, osserviamo che purtroppo, nell’ultimo ventennio nel nostro Paese come in Europa, si assiste ad un ripensamento dei modelli di welfare tradizionali, fondati sulla centralità della pubblica amministrazione, sia sotto il profilo giuridico-istituzionale che sotto il profilo della erogazione e del finanziamento dei servizi. In questo contesto occorre, per noi,  promuovere un nuovo welfare, in cui riaffermare l’universalità dei diritti ed il ruolo delle politiche pubbliche nel definirne le regole ed allocare le risorse, valorizzando, contemporaneamente, il ruolo della società civile ed il coinvolgimento dei cittadini come soggetti attivi, propulsori di politiche sociali in un quadro di condivisione di responsabilità collettive. In conseguenza della emersione di bisogni nuovi e più sofisticati e, al contempo, alla permanenza di sacche di disagio sociale e di nuove povertà, appare necessario superare quindi il perimetro tradizionale dello stato sociale, includendo nella sfera dell’approccio universalistico anche la giustizia e ridefinendo lo status dei cittadini come attori del welfare al fine di garantirne qualità e sostenibilità.

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