Il sindaco Marino al capolinea? (di Aldo Pirone)

leader e follaUno dei mali più profondi della politica così come è andata configurandosi in questo ultimo quarto di secolo nel nostro Paese è la ricerca divenuta via via più spasmodica da parte dei cittadini del demiurgo che possa risolvere i loro problemi.

Lo si ricerca per i ruoli di sindaco, di presidente di Regione o di capo del governo. Tutta l’informazione mediatica è rivolta a incoraggiare questa ricerca. Il sondaggio quotidiano sui singoli leader politici è diventato ossessivo. A volte sembra di stare in un ippodromo dove corrono cavalli, alcuni per la verità veri e propri ronzini, che vengono quotati ogni sera dai bookmakers dei giornali o dai conduttori di talk show o di telegiornali. Ogni spostamento settimanale nel gradimento di opinione è registrato con enfasi come se equivalesse a un vero e proprio risultato elettorale.

Quest’overdose quotidiana di politica virtuale è inversamente proporzionale al distacco che verso di essa hanno i cittadini e che manifestano con un crescente astensionismo elettorale. La politica attuale è vista come un grande circo equestre incapace di affrontare e risolvere problemi grandi e piccoli che angustiano i cittadini e strozzano il Paese. La temperie politicista sempre più debordante favorisce naturalmente la nascita, più o meno rapida, o l’inopinato ritorno, altrettanto rapido, di veri e propri ciarlatani politici dediti a propinare ai cittadini i soliti elisir di lunga vita.

Sta di fatto che nella politica politicante quello che conta non sono più i partiti, i loro programmi, le loro identità, i loro profili sociali e culturali, la loro azione concreta di organizzatori popolari, tutte cose svanite da tempo, ma i loro leader nei ruoli istituzionali e di governo a vari livelli.

demagogoDa questo stato di cose nascono poi le delusioni più cocenti per quei cittadini e per quella parte di opinione pubblica che tutto, e a volte entusiasticamente, hanno puntato sul leader più o meno carismatico. Non ci si rende ancora ben conto che per risolvere i problemi non bastano singoli demiurghi circondati dalle cosiddette “squadre” di collaboratori per altro scelti sempre con la ferrea logica non della capacità e della competenza, ma della fedeltà. Collaboratori yes man “usi a ubbidir tacendo”.

Ci sarebbe bisogno invece di entità più complesse, in grado di mettere in campo un personale politico e militante competente, diffuso non solo ai vari livelli istituzionali rappresentativi ma anche della società civile, fra il popolo di cui dovrebbe favorire e organizzare protagonismo e partecipazione. Una compagine dedita a muoversi in modo coordinato e con unità d’intenti per perseguire politiche univoche, soprattutto se di segno progressista. Servirebbero dei partiti appunto, ma non quelli attuali che ne sono la negazione più radicale, puri raccoglitori di tutto e il contrario di tutto, intessuti da correnti, cordate, combriccole e cacicchi locali, che, novelli ladri di Pisa, sceneggiano fiere contrapposizioni di giorno nei talk show, e qualche volta anche nelle piazze, e simpatiche rimpatriate di notte alla ricerca del comune bottino.

A questo “destino cinico e baro” di leadership solitaria e senza adeguati supporti non è sfuggito neanche il Sindaco di Roma, Marino, che sembra ormai giunto al capolinea tra gaffe incredibili e incapacità a comprendere per tempo la rabbia sociale che come un tuono rimbombava nelle periferie degradate e lasciate a se stesse da anni di politiche urbanistiche e sociali dominate dal neoliberismo mercatista che nella capitale è stato incarnato dal famigerato “modello Roma” di rutelliana e veltroniana memoria.

degrado periferieLa vicenda della “rivolta” di Tor Sapienza è un classico nel suo genere di ribellismo popolare. E’ un quartiere stretto fra campi rom, prostituzione di ogni tipo, anche minorile, che si esercita indisturbata, di giorno e di notte, financo davanti alle scuole; immigrati di varia nazionalità che dormono nei locali abbandonati e destinati ai servizi sotto le case dell’Ater; da ultimo un centro di accoglienza per immigrati che è diventato, anche grazie all’attivo interessamento dei fascisti di “Casa Pound”, lo scarico di ogni tensione sociale accumulata nel tempo. Il tutto senza supporti sociali e assistenza pubblica, senza adeguata sorveglianza da parte delle forze dell’ordine.

Un far west dove è cresciuta negli anni l’erba cattiva della rabbia sociale fra gli strati popolari più deboli e insicuri dei casermoni comunali da dove è sparita ogni presenza organizzata di forze popolari e progressiste. In questa prateria di erba secca è bastato che qualcuno gettasse un cerino, e non per caso, perché tutto prendesse fuoco.

Le periferie della capitale sono immerse da anni nel degrado e in un rancore sociale che in assenza di credibili obiettivi e credibili politiche di riscatto sociale sfocia naturalmente, complice una crisi economica e morale che non demorde, nel conflitto fra poveri italiani e poveri disgraziati immigrati.

campi rom e degradoIl non far pagare luce e gas nel campo rom popolato di auto di ragguardevole cilindrata e da dove la sera si levano i fumi alla diossina che inquinano il quartiere appare oltremodo insopportabile a chi è precario o pensionato al minimo nella casa popolare dentro il gigantesco quadrilatero dell’Ater di viale Morandi. Anche le miserevoli risorse impiegate per l’assistenza agli immigrati – 32,50 euro al giorno a persona – scappati dalle guerre africane e dalla morte sui barconi nel Mediterraneo appaiono uno spreco di fronte alla propria indigenza. “Prima gli italiani” è lo slogan che diventa allora popolare; un grido inumano che stravolge il volto del povero lanciato contro chi è più povero di lui, l’immigrato, pensando così di averne sollievo. E’ la regola ancestrale dell’”homo homini lupus”. In questo contesto è inevitabile che il reato compiuto dallo straniero appaia più insopportabile di quello uguale compiuto da un italiano.

Su questo humus maligno sono tornati a lucrare quei politici dell’era Alemanno – recentemente rinviato a giudizio per finanziamento illecito e indagato per un presunto giro di tangenti per l’acquisto di filobus avvenuti sotto la sua sindacatura – che del degrado e dell’abbandono delle periferie nonché dello sfascio di aziende pubbliche come Atac e Ama portano grandi responsabilità, anche se non uniche. Li abbiamo visti sfilare, senza che fossero allontanati dalla manifestazione, fra i cittadini esasperati di alcune periferie romane sabato scorso al centro di Roma e poi pontificare nei soliti talk show televisivi.

Perfino la Lega di Salvini e Borghezio ha fiutato in questo scontro “etnico” la possibilità di rifarsi una verginità per far dimenticare, oltre le sue ruberie nordiste e il malgoverno pluriennale all’ombra di Berlusconi, anche il suo livore contro l’Italia e contro “Roma ladrona”.

Marino stritolato dal PdMarino è stato stritolato, da una parte, da una “casta politica” di camarille che infestano il PD capitolino e le varie corporazioni della città e, dall’altra, da un crescendo di vera e propria impopolarità. Interpreti interessati di questa insofferenza popolare sono diventati i grandi giornali della capitale che, in ossequio ai loro editori-costruttori-speculatori, non perdono occasione di fare il tiro al piccione di un sindaco che in sella alla sua bicicletta non ha trovato il tempo di andare in questo anno e mezzo di governo oltre le mura Aureliane. Colpevole di non capire fin da subito che bisognava mettere le periferie al centro della propria iniziativa politica e amministrativa per trovare là quel consenso necessario a portare avanti l’azione di disboscamento e di rinnovamento che diceva di avere in mente.

Il suo partito, il PD, che non l’ha mai amato considerandolo un corpo estraneo, per bocca del segretario cittadino Lionello Cosentino gli ha dato quindici giorni di tempo per cambiare alla svelta registro altrimenti gli darà il “benservito”. Urge per i “democrats” di ogni camarilla riprendere le antiche consuetudini del “modello Roma”, magari mascherandole sotto altro nome.

E cosa succederà dopo? Succederà che torneranno quelli che non se ne sono mai andati e che stavano, trepidanti sull’uscio, aspettando di rientrare. Cercheranno nuovi “leader carismatici” a destra e a “sinistra” da presentare al popolo, faranno le solite promesse fantasmagoriche, susciteranno gli entusiasmi di plebi alla ricerca del salvatore di turno e pronte al voto di scambio col politico marpione per poveri favori di sopravvivenza e tutto si acquieterà per un po’. Aiutati in ciò da organi cosiddetti d’informazione che l’informazione vera e tempestiva, l’inchiesta sul posto, non sanno manco che cosa sia. Fino al prossimo giro. O almeno fino a che un movimento di popolo consapevole e non di plebi disperate e inacidite dai morsi della crisi economica, metta fine a classi dominanti rapinatrici e a un ceto politico bipartisan fellone, senza dignità e senza vergogna, vero responsabile e vera causa delle sofferenze delle periferie romane.

 

Aldo Pirone tratto da www.abitarearoma.net

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