Il vero potere forte e la via del declino

potere burocraziaErnesto Galli della Loggia sul Corriere del 24 gennaio mette il dito nella piaga: le mani che controllano il potere pubblico. L’analisi parte dalla constatazione che “nel Paese esistono ruoli, gruppi sociali e interessi assolutamente decisivi, i quali però da tempo, pur di conservare un accesso privilegiato alla decisione politica, e così mantenere e accrescere il proprio rango e il proprio potere, si muovono usando indifferentemente la Destra e la Sinistra”. Per Galli della Loggia “nessun attore politico, né di destra né di sinistra, ha il coraggio” di colpirli e questi si sono configurati come “un vero e proprio blocco storico. Vale a dire un insieme coeso di elementi con forti legami interni anche di natura personale, in grado di svolgere un ruolo di governo di fatto”.

Si tratta del “blocco burocratico-corporativo, a sua volta collegato stabilmente a quei settori, economici e non, strettamente dipendenti da una qualche rendita di posizione (dai taxi alle autostrade, agli ordini professionali, alle grandi imprese appaltatrici, alle telecomunicazioni, all’energia). Consiglio di Stato, Tar, Corte dei conti, Authority, alta burocrazia (direttori generali, capigabinetto, capi degli uffici legislativi), altissimi funzionari delle segreterie degli organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, della Camera e del Senato), vertici di gran parte delle fondazioni bancarie, i membri dei Cda delle oltre ventimila Spa a partecipazione pubblica al centro e alla periferia”.

Rear-Admiral Sir Horatio NelsonIl potere di questo blocco “consiste principalmente nella possibilità di condizionare, ostacolare o manipolare il processo legislativo e in genere il comando politico”. Apparentemente è il ceto politico-parlamentare quello che ha il potere di decidere e di fare le leggi, ma “si trova, invece, virtualmente in una situazione di sostanziale subordinazione, dal momento che nel novanta per cento dei casi fare una legge conta poco o nulla se essa non è corredata da un apposito regolamento attuativo che la renda effettivamente operante”.

Così, l’attuazione di qualunque norma sfugge al controllo politico-parlamentare, ma anche a quello dei membri del governo che non sanno come dirigere gli apparati ministeriali. A pensarci bene, però, la stessa scrittura delle norme si appoggia del tutto all’alta burocrazia ministeriale, l’unica in grado di tradurre le indicazioni (e i desiderata) dei politici in testi con valore normativo.

Ma cosa si propone il blocco burocratico-corporativo? La protezione degli specifici interessi dei propri membri  ovviamente, ma, soprattutto “autoalimentarsi, e quindi frenare ogni cambiamento che alteri il quadro normativo, le prassi di gestione e le strutture relazionali all’interno del blocco stesso”. Non è un potere da poco perché consiste nel “potere di non fare, di ritardare, di mettere da parte o addirittura di cancellare anche per via giudiziaria qualunque provvedimento non gradito”.

blocco burocratico corporativoIl risultato? “Impedire tutte le misure volte a introdurre meccanismi e norme di tipo meritocratico, intese a liberalizzare, a semplificare, a rompere le barriere di accesso, le protezioni giuridiche e sindacali indebite”. Insomma il blocco burocratico-corporativo è profondamente conservatore e vuole proteggere chi vi appartiene a partire dai “vertici di comando”. Nessun settore dell’attività pubblica sfugge, nemmeno quello delle Autorità di garanzia e di controllo le quali “piuttosto che esercitare con incisività il proprio mandato e rivendicare con altrettanta incisività un potere di sanzione, preferiscono – come accade di regola – voltare la testa dall’altra parte e lasciar fare i grandi interessi su cui in teoria dovrebbero vegliare”.

Siamo gli unici al mondo ad aver a che fare con un blocco burocratico-corporativo? No, ma “solo in Italia quegli apparati e gli interessi, economici e non, ad essi collegati, si sono appropriati di spazi di potere così vasti”. Inevitabile che una politica screditata e colpita da una vasta corruzione sia stata resa subalterna alla sfera amministrativa.

Galli della Loggia conclude che “la gabbia di ferro del blocco burocratico-corporativo e degli interessi protetti ha soffocato la politica”. Ci sarebbe solo da aggiungere che una parte degli italiani sono stati avviluppati nella rete degli interessi protetti e dei diritti trasformati in merce di scambio e che liberarsi di questa gabbia di ferro è la condizione imprescindibile per tornare a crescere. Ma il tempo è poco, la via del declino è già stata imboccata

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