Ilaria Capua e l’irresponsabilità dei magistrati

In un precedente articolo (http://www.civicolab.it/come-si-fa-male-allitalia-il-caso-di-ilaria-capua/) abbiamo riepilogato i momenti salienti del caso di malagiustizia che ha colpito Ilaria Capua citando un’ampia ricostruzione firmata da Mattia Feltri per la stampa. Adesso completiamo la storia ricorrendo ad un articolo di Luciano Capone su Il Foglio del 7 febbraio. Vi si narra di come si sia arrivati all’aberrazione che ha messo in croce un’importante scienziata e di chi ne sia stato l’autore.

Capone inizia ricordando come in questi giorni di preoccupazione per il coronavirus, “una delle voci più richieste dai media per avere un chiarimento sul pericolo e sulle caratteristiche dell’epidemia è Ilaria Capua, una delle scienziate italiane più conosciute al mondo”. È la stessa scienziata che è stata vittima di una macchina mediatico-giudiziaria che l’ha accusata d essere una trafficante di virus che “diffondeva epidemie in combutta con le case farmaceutiche”. È bene ricordare che la campagna di stampa partì con un’inchiesta de L’Espresso che così la riassumeva: “La cupola dei vaccini esiste. La Procura di Roma chiude le indagini e conferma le rivelazioni de l’Espresso sui trafficanti di virus”.

Cosa ne sia stato di Ilaria Capua lo abbiamo visto nel precedente articolo (dimissioni e abbandono dell’Italia). Ora cerchiamo di capire qualcosa su come lavorò il suo accusatore, il dott. Giancarlo Capaldo.

In primo luogo bisogna dire che il caso Ilaria Capua è finito sotto la lente del Consiglio Superiore della Magistratura su iniziativa dell’allora ministro Andrea Orlando che “promosse un’azione disciplinare nei confronti di Capaldo per essersi macchiato di “una violazione grave, determinata da inescusabile negligenza” degli articoli del codice di procedura penale, della Costituzione e della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo: “Con tale condotta il dott. Capaldo – scriveva Orlando – si è reso immeritevole della fiducia e della considerazione di cui il magistrato deve godere, con compromissione del prestigio dell’ordine giudiziario e dell’immagine del magistrato”.

Capone cita la relazione degli ispettori del ministero della Giustizia, che il Foglio ha potuto visionare. “Gli ispettori spiegano che l’indagine della polizia giudiziaria, iniziata nel 2005, è terminata dopo 5 anni (nel 2010). Dopodiché è rimasta ferma nei cassetti della scrivania del pm Capaldo fino a quando nel 2014 – dopo la rivelazione scandalistica dell’Espresso – il magistrato ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini. In questi quattro anni, dal 2010 al 2014, Capaldo non ha fatto praticamente nulla”. e quando ha fatto, osserva Capone, “si è limitato a copiare nella conclusione delle indagini e nella richiesta di rinvio a giudizio” ciò che aveva scritto la polizia giudiziaria, senza, scrivono gli ispettori del ministero della giustizia citati nell’articolo, “alcuna valutazione autonoma o selettiva”.

Giustamente osserva Capone che tale inerzia del magistrato è doppiamente colpevole: se Ilaria Capua fosse stata veramente colpevole di diffondere epidemie sarebbe stata lasciata libera di farlo indisturbata per anni; se l’inchiesta si fosse rivelata completamente infondata (come in effetti era) sarebbe stata messa sotto accusa per un reato infamante senza potersene difendere.

Quando, però, le accuse sono state finalmente esaminate nei tribunali (tre diversi) la Capua è stata completamente prosciolta per la “totale carenza di qualsiasi elemento a sostegno della contestazione del delitto di epidemia”. Il gip di Verona, nelle motivazioni, parla di un “travisamento dei fatti da parte degli investigatori che avrebbero confuso due diversi ceppi virali” e di una “complessiva carenza probatoria in ordine al ruolo delle case farmaceutiche in presunti accordi corruttivi”.

Scrive Capone “Quasi 10 anni d’inchiesta, una reputazione infangata e una vita sconvolta per non aver trovato una prova o per non averci capito nulla. Negligenza e ignoranza”.

Ma come si giustificò Capaldo di fronte agli ispettori? Disse che aveva troppo lavoro. Una giustificazione ridicola per la quale il ministro Orlando sollecitò la procura generale della Cassazione affinchè procedesse con l’azione disciplinare. Che non arriverà mai ad una conclusione perché Capaldo si rese indisponibile a prendervi parte e tirò le cose per le lunghe (con pretesti indegni di un magistrato) fino al giorno del suo pensionamento. Per i dettagli suggeriamo di leggere la versione integrale dell’articolo di Capone qui

https://www.ilfoglio.it/giustizia/2020/02/07/news/il-virus-giustizialista-300593/

Alla fine il procedimento si concluse con il “non luogo a procedere” per “cessata appartenenza all’ordine giudiziario”. E Capaldo se ne andò in pensione senza una macchia pur avendo fatto un danno enorme ad Ilaria Capua e indirettamente all’Italia.

Cosa ci insegna questa vicenda? Che la magistratura gode di uno status reale che va molto oltre l’autonomia e l’indipendenza garantite dalla Costituzione e si è, di fatto, trasformata in un super potere intoccabile i cui membri non rispondono di nulla a nessuno. Anche di fronte ad errori e negligenze palesi ed inescusabili che incidono profondamente sulla vita dei cittadini e sulla reputazione del nostro sistema giudiziario. La magistratura, però, non ha fatto questo percorso da sola, ma servendosi del braccio dell’informazione che ha rivestito di un’aura di sacralità e di infallibilità i magistrati che ha un carattere di rottura con la Costituzione oltre che con il buon senso e con un necessario equilibrio di poteri che ci deve essere in una democrazia

Claudio Lombardi

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