Ilva e Venezia: è l’Italia che affonda

Chi avesse ancora dubbi sull’eccezionalità e drammaticità del “caso Italia” in Europa può anche non limitarsi ai freddi numeri della crescita del Pil, dell’occupazione, della produttività, della consistenza del debito pubblico che fotografano con l’oggettività dei dati un declino in atto ormai da diversi anni. In questi giorni ha avuto due conferme che parlano di vita reale e che raccontano più dei numeri: la chiusura dell’Ilva e la tragedia di Venezia.

Per l’Ilva ormai si deve parlare di chiusura. Dopo la rinuncia di Arcelor Mittal le attività produttive si stanno fermando e la chiusura tanto invocata da molti si sta realizzando. Di fronte alla concretezza di una macchina produttiva che rallenta e che appare allo sbando perché non diretta più da nessuno suonano ridicole le fantasiose ipotesi di attività alternative per dare lavoro ai 15 mila (o 20 mila?) occupati negli impianti e nelle attività collaterali e dell’indotto.

La verità è che l’Italia ha bisogno di acciaio per alimentare la sua industria di trasformazione, il settore edile e le opere infrastrutturali. Dopo anni difficili e confusi (la magistratura arrivò a sequestrare merci già vendute e in attesa di essere spedite) sembrava che la situazione dell’Ilva si fosse messa sulla strada giusta: risanamento e produzione cioè lavoro e salute come obiettivi di un percorso graduale, ma concreto.

Niente da fare, l’ambientalismo delle contrapposizioni assolutelavoro contro salute; industria contro ambiente – e la perdita di senso della realtà (e della storia) di tanti politici hanno avuto il sopravvento come se fosse possibile scegliere una delle due alternative e sopravvivere. Prima la Lega, poi tutti gli alleati di questo governo sono stati trascinati in un voto che ha creato i presupposti giuridici e fattuali per la rescissione del contratto. Ora assistiamo al penoso tentativo di mascherare la verità di un errore clamoroso e stupido. E’ curiosa la pretesa di chi si indigna per gli accordi non rispettati da Arcelor Mittal ben sapendo che oltre allo scudo penale che cadeva (in un impianto tuttora sotto sequestro giudiziario) si stava andando verso la chiusura dell’altoforno 2 (identico agli altri due rimasti in funzione) da parte di una magistratura che conserva l’ultima parola sulle attività produttive al di là di qualsiasi contratto.

Qualcuno dice che ci vuole la nazionalizzazione come se la proprietà pubblica fosse una garanzia di rispetto della salute e dell’ambiente. Paradossale visto che la proprietà era dello Stato fin dalle origini e visto che anche quando fu venduta ai Riva nessuna autorità pubblica intervenne ad imporre regole contro l’inquinamento. Perché mai chi non riesce nemmeno a controllare dovrebbe far meglio a gestire?

Da secoli Venezia è invasa dal mare. Solo nel ‘900, però, gli uomini gli hanno dato una mano pompando enormi quantità di acqua dal sottosuolo per gli impianti industriali di Marghera determinando così l’abbassamento del terreno che ha reso molto più pericolose le alte maree. Dopo l’alluvione del 1966 partì il dibattito su quali interventi si potessero fare per impedire altri disastri di quell’entità. Come è capitato spesso nella storia nazionale ci vollero molti anni per arrivare ad una scelta. Che fu per l’opera più costosa e complicata: il sistema delle dighe mobili che divennero il progetto Mose. Era il 1984. Altri 19 anni per iniziare a costruire l’opera; 16 ne sono trascorsi fino ad oggi e si prevede ce ne vorranno altri 2 per l’entrata in funzione. In tutto 55 anni da quando si decise di fare qualcosa. E intanto, come denuncia Massimo Cacciari tre volte sindaco di Venezia, tutti i soldi sono stati dirottati in quella direzione e ben pochi sono andati alla manutenzione ordinaria della città che, invece, per secoli ne aveva garantito la sopravvivenza. Per 53 anni si è solo aspettato senza fare nient’altro.

Polemiche infinite e corruzione hanno accompagnato la gestazione dell’opera e ancora qualcuno vuole discutere delle alternative. Che senso ha? A questo punto il Mose deve entrare in funzione e basta.

Ilva e Venezia, manifestazioni esemplari di un “caso Italia” fatto di frammentazione, superficialità, prevalenza degli interessi privati o di gruppo (di ogni tipo: sociale, politico, burocratico, economico, sindacale, culturale ecc ecc) su quelli pubblici, mancanza di una vera coscienza nazionale e di una classe dirigente autorevole e capace. Nella cultura politica e di governo italiana non contano i risultati, ma come ci si arriva, cioè con quali vantaggi per tutti i soggetti che si fanno avanti per ottenerli. Si lasciano degenerare le situazioni fino a che diventano emergenze e anche queste spesso non portano a soluzioni concrete, ma diventano occasioni per redistribuzioni di risorse e di potere.

Niente smuove chi deve decidere che sia politico o espressione di apparati amministrativi o giudiziari. È il funzionamento ordinario dello Stato che non va. Distrugge risorse e fiducia. Nella frammentazione tutto si confonde in un gioco di blocchi reciproci e l’interesse della nazione scompare

Claudio Lombardi                       

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