Ilva, ritardi colpevoli sulla pelle dei cittadini (di Claudio Lombardi)

Anche chi non capisce granchè di politiche industriali, di storia dell’economia e di impatti ambientali capisce che nella vicenda dell’Ilva di Taranto si incontrano alcuni degli snodi fondamentali che hanno segnato il progresso dell’umanità.

Non scopriamo adesso che ogni tipo di produzione ha modificato gli equilibri ambientali. Alcune pratiche antiche giunte fino a noi (in misura molto limitata per fortuna), come l’incendio dei boschi per procurare nuovi pascoli alle greggi testimoniano che ogni attività umana si è svolta senza tener conto della salvaguardia dell’ambiente. Della salute degli essere umani, d’altra parte, se ne è tenuto conto così poco che non più di 50 anni fa l’inquinamento ambientale era praticamente ignorato e la sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro faceva timidamente capolino fra le ben più importanti rivendicazioni sindacali del salario e dell’occupazione essendo il tema tranquillamente ignorato nell’opinione pubblica.

Dunque non ci meravigliamo che l’Ilva inquini. Ci meravigliamo di quanto il problema sia stato ignorato, trascurato, nascosto per decenni proprio da coloro cui sarebbe spettato prevenire, controllare e imporre soluzioni. E ci meravigliamo che sia stato considerato come problema aziendale qualcosa che aveva inevitabilmente effetti al di fuori dei confini della fabbrica e colpiva indistintamente chiunque abitasse nel territorio circostante. Ora si dice che nei quartieri immediatamente a ridosso dei muri dell’Ilva la vita è impossibile per la quantità di polveri e di materiali tossici che appestano l’aria e che ricadono al suolo. Ora. Ma chi ha assistito inerte allo sviluppo di quegli insediamenti? Chi non si è posto il problema delle compatibilità ambientali di quella produzione? È chiaro che se non si sono costruiti i rimedi di pari passo con l’evoluzione delle tecnologie e con la consapevolezza della centralità della salute delle persone e dell’integrità dell’ambiente adesso è molto più difficile correre ai ripari.

Ed è questo il concetto che dovrebbe risaltare fra le due posizioni estreme di chi non vuole nessuna limitazione in nome della produzione e di chi rifiuta qualunque attività modifichi l’ambiente: la sincronia con l’evoluzione delle conoscenze e della sensibilità dell’opinione pubblica. Non appena si manifesta come un problema ciò che prima veniva dato per scontato ogni ritardo, ogni diversivo diventa ingiustificabile soprattutto da parte di coloro cui spetta rappresentare gli interessi della generalità dei cittadini.

Sì perché su tutto si staglia l’inadeguatezza del governo delle collettività, locali e nazionale; l’orientamento alla cura del proprio potere e delle categorie più forti e ai vantaggi personali più che quello alla cura degli interessi collettivi. Questo è il problema dei problemi.

Ora fa pena e fa rabbia l’affannarsi di tutti dopo che la magistratura ha semplicemente fatto il proprio dovere (ampiamente annunciato d’altra parte). Chi doveva capire ha fatto finta di niente, chi doveva rimediare ha scelto la strada della corruzione per “aggiustare” perizie decisive, chi doveva controllare ha chiuso un occhio e tutti si sono rintanati nei perimetri ben protetti delle proprie competenze lasciando che le cose andassero in malora. Cosa immaginavano? Che tutto sarebbe continuato come prima?

È appena il caso di ricordare che per mesi siamo stati bersagliati da quelli che volevano cambiare l’art. 41 della Costituzione quello che afferma che l’attività economica privata è libera, ma «non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana» perché lo consideravano obsoleto, inadeguato. Secondo questi geni andava tolta ogni limitazione all’iniziativa privata. Bene dovrebbero avere il coraggio di andare a vivere qualche anno a ridosso dell’Ilva prima di pontificare sulla pelle degli altri.

L’unica strada adesso è che paghi chi ha sbagliato e che la produzione dell’Ilva continui mettendo mano a tutti gli strumenti per bloccare l’inquinamento e per liberare gli abitanti di Taranto dalla condanna di respirare veleni.

Si comprende bene che ciò non si realizzerà in una settimana e che qualcuno o tanti continueranno a pagare con la salute per responsabilità degli altri. L’unica contropartita è che le istituzioni si mostrino all’altezza della situazione. Almeno adesso.

Claudio Lombardi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *