Informazione e giornalisti: uscire dal “ventennio” (di Silvia Resta)

Cari amici, care colleghe e colleghi candidati. Mai come in questa campagna elettorale i giornalisti sono tanti: una vera pattuglia. Distribuiti nelle varie liste, tanti nomi, volti noti e firme di grande rispetto. E molti, permettetemi di dirlo, siete amici miei. Non ho mai avuto così tanti amici candidati…

Con qualcuno ho diviso la strada, la cronaca, grandi e piccoli fatti, le aule bunker in cui abbiamo girato per anni nei processi per mafia, o terrorismo. Le attese fuori dalle porte. I morti ammazzati.

A qualcuno devo dire grazie per il suo impegno nel sindacato, nell’ aver tenuto accesa la fiaccola della libertà di informazione, in questi anni di buio della ragione e di disprezzo delle regole.

C’è chi è stata per me maestra di coraggio, e chi una firma da leggere la mattina, insieme al  caffè. Con qualcuno abbiamo fatto qualche festa, brindato, suonato, cantato insieme.

Roberto, Saverio, Rosaria, Sandra e Sandro, Massimo e Maurizio, Corradino, Carmine, Michele .

Credo di comprendere la motivazione che vi ha spinto a impegnarvi in politica, in questo momento delicato e cruciale; credo che abbiate pensato ai figli, se ne avete, e che vi stiano a cuore le sorti di questo paese, reduce da  un ventennio che a detta di molti lascia macerie e povertà. Spero che possiate portare in politica la vostra esperienza e le vostre qualità.

Dunque : buon lavoro. Ma vorrei affidarvi una piccola raccomandazione. Un messaggio in bottiglia da leggere quando sarete eletti e siederete in Parlamento.

Avete raccontato e attraversato un bel pezzo di storia di questo paese. Avete nuotato nel fiume fangoso degli ultimi venti anni, che sono stati anni difficili per il giornalismo. Anni barbari e tosti: di bavagli, guinzagli,  museruole e mortificazioni. Di censure e di tabù. Di informazione ridotta a serva. Di microfoni senza giornalisti. Di risposte senza domande. Di direttori body guard, di controllo e mistificazioni. Di trucchi da prestigiatore. Anni del metodo Boffo.

Ecco: per favore, non lo dimenticate. Anni in cui non si poteva parlare di mafia & politica. Mangano era un “eroe”. E le condanne dei potenti venivano- abracadabra-  trasformate in assoluzioni. Anni in cui la donna è stata raccontata come corpo e usata come tangente.

Il femminicidio è stato occultato,  negato: raptus di follia, tango della gelosia, eccesso di amore.

Anni di  editti bulgari,  in cui i telegiornali hanno parlato degli psicologi per i cani, del gelato alla fragola o al limone, di come si accoppia la foca monaca, dei tacchi a spillo misura diciotto, degli asinelli bianchi e dei panda dello zoo di Pechino, dei gioielli di lusso per le signore, dei nuovi  lifting, di quanto è caldo d’estate e quanto è freddo d’inverno. E di quanto, d’estate e d’inverno,  fossero affollate le piste da sci.

Anni in cui i telegiornalisti facevano spot per i pannolini. Perché siamo “liberi”, e tutto si può fare.

Mentre l’ Italia impoveriva, arretrava, saccheggiata dei suoi pubblici beni.

Riverenze ai potenti e disprezzo per i deboli. Non tutta l’informazione è stata asservita. Certo, ma c’è stato un  giornalismo che si è nutrito del sangue e del clamore. La povera Sara e zio Michele. Plastici e infotainement.

E vi ricordate il terremoto de l’ Aquila? Quando tutto filava, la ricostruzione e le grandi opere a gonfie vele, le casette per tutti  con le bottiglie di champagne incorporate, i bertolasi sempre  in tv a dire “tutto va bene madama la marchesa”.

E guai a far vedere le macerie. La gente che soffre. Guai a parlare di scandali, di corruzione, di soldi spesi male: rischiavi di sentirti dire che eri  “antitaliano”.

I monologhi e i cappelli del premier: oggi col casco da minatore, domani col Borsalino o con la bandana. La fiction finiva nel frullatore dei media, sempre più ammalati di conflitto di interessi. Le regole del nostro mestiere spesso sono state calpestate sostituite da un unico diktat: non disturbare il manovratore.

Hanno provato a metterci veri e propri bavagli, ma alla fine, dobbiamo dire, non ci sono riusciti.

Abbiamo respinto la legge sulle intercettazioni (anche lì, quante menzogne…quando passava il messaggio “siamo tutti intercettati”…). E, negli ultimi mesi, il giornalismo è tornato protagonista a raccontare gli scandali del palazzo: Ruby e d’ Addario, le ostriche dei Fiorito, il Pirellone, Lusi. Tarantini e Lavitola. Lo scandalo Mps.

A illuminare i retrobottega dei poteri, scoprendo la punta dell’ iceberg della corruzione. Bastava aprire il coperchio e guardare dentro. Ma per anni, dove eravamo?

Sprofondati al 61esimo posto  della classifica mondiale secondo Reporter sans frontieres. Nell’ultima classifica siamo risaliti al 51 mo. Ma se vogliamo parlare di spread, questo altro si che è spread.

Adesso, insieme ad una ripresa delle buone intenzioni del giornalismo,  mi pare di intercettare una specie di voglia di amnesia che vorrebbe cancellare, farci dimenticare, far passare in cavalleria  quello che è stato. Andare avanti.

Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato…

Beh, io non ci sto. Non si può uscire da questo ventennio senza girare pagina: senza un cambiamento netto, senza uno scatto; ma anche senza  una condanna esplicita  e  un risarcimento.

Condanna per chi è stato regista e complice. Per chi si è fatto comprare. Per chi ha trasformato il giornalismo in macchina del fango.

Risarcimento per coloro che hanno mantenuto la curiosità, l’ autonomia, il coraggio e la passione. Per quelli fatti fuori con un colpo di purga. Per le colleghe tolte dal video perché “disubbidienti”. O non “allineate”. Per le giornaliste che non l’ hanno data, e hanno detto no.

Per chi ha continuato a lavorare sulla trattativa stato-mafia. Ed è diventato “scomodo”. Per chi non ha fatto carriera. Nonostante il merito.

Per le giornaliste e i giornalisti minacciati. Per chi non ha padrini. Per i colleghi denunciati dai propri direttori. Per le notizie rimaste nei cassetti e per quelle finite nei cestini.

Per le periferie tenute al buio. Per le tante zone grigie che non ci hanno fatto illuminare.

Per chi è costretto all’ umiliazione del precariato, e al conseguente ricatto. Giornalisti sottopagati, e a partita iva.

Per i cittadini, a cui va il nostro lavoro. Che sono stati imbrogliati, truffati, drogati.

Perché, in quel prezioso articolo 21, c’è la nostra ragion d’essere. Cari amici, se sarete eletti, rimanete orgogliosamente giornalisti. E non dimenticate di mettere al centro dei lavori della prossima legislatura la battaglia per l’ informazione: sempre servizio pubblico, bene comune da difendere. E il conflitto di interessi, prima emergenza  da risolvere.

Al di là delle liste che vi dividono, fate pool, e battetevi per questo. Solo così la vostra “migrazione” in politica avrà senso compiuto.

E ricordate: il risarcimento. Anche una medaglietta, un bottone di latta. Una pergamena stropicciata. Un nastrino. Un pezzetto di carta. Per i tanti operai/operaie dell’ informazione che  in questi anni hanno ingoiato bocconi amari ma hanno resistito, tenendo stretta quella tessera rossa che, prima di ogni altra, noi abbiamo in tasca.

Silvia Resta giornalista

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