Integrazione e cittadinanza: parliamone con i protagonisti

Tanto rumore e mille polemiche intorno al tema dell’integrazione. Dopo gli insulti e le minacce, arriva anche la prima richiesta di dimissioni per il neo ministro all’Integrazione Cecile Kyenge. Magdi Allam dice: “Ha giurato il falso sulla Costituzione perché alla prima conferenza stampa dopo la sua nomina, ha detto di non sentirsi completamente italiana”. Borghezio, a seguito di petizione popolare si auto-sospende dal Parlamento europeo e i giornali parlano di fatti di cronaca. Da ultimo l’assassinio di cittadini milanesi per mano di Kabobo, legando l’episodio alla provenienza geografica e al rischio per la sicurezza in Italia e non ad altro.

immigrati in ItaliaAbbiamo deciso di dare la parola ai protagonisti e abbiamo intervistato Abdou, senegalese, 33 anni.

Ciao Abdou, grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo, da quanto tempo sei in Italia?

Ciao, grazie a voi per questa opportunità. Sono in Italia dal dicembre 2004.

Cosa ti ha spinto a lasciare il tuo Paese e come mai hai scelto l’Italia come destinazione?

L’Italia non l’ho scelta io. Appena ho finito il servizio militare vi era un progetto di emigrazione messo a punto dalla mia famiglia. Mio fratello era già in Italia da diversi anni, lavorava in fabbrica a Rimini e guadagnava poco più di 1000 euro al mese. Era una prospettiva economica eccezionale. Mi avrebbe dato la possibilità di vivere bene e sostenere la mia numerosissima famiglia in Senegal. L’Italia, poi, è la patria del calcio, io ne sono appassionato e da quello che vedevo in televisione l’Italia poteva darmi la possibilità di sognare e guardare oltre la sopravvivenza quotidiana.

E’ stato difficile raggiungere l’Italia?

Si. Avere un visto per raggiungere l’Italia è difficile laggiù in Senegal. C’è un mercato illegale. Ma non voglio dire altro su questo. Comunque ho avuto un visto di due mesi e sono partito per l’Olanda. Il volo faceva scalo a Milano Malpensa. Sono uscito dall’ aeroporto e adesso eccomi qui.

Appena sei arrivato in Italia cosa hai pensato?

Mi sembrava di essere arrivato da un altro Pianeta. Tutto era diverso: le persone, le stagioni, l’odore della terra. Mio fratello mi aveva detto che alla scadenza dei due mesi del visto sarei stato clandestino, salvo la possibilità di una sanatoria (il termine ho capito dopo cos’era) o un contratto di lavoro: mi sono chiesto, allora, come faccio a trovarmi un lavoro? Non conosco la lingua, non so neanche cosa sia il mondo del lavoro. Mio fratello viveva con altri senegalesi, appena sono arrivato a Rimini, entrando a casa sua ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono sentito a casa: nei giorni successivi ho girato la città. Mi sono sentito perso: non conoscevo nessuno, la mia famiglia, i miei amici, la “boutique” dove compravo praticamente tutto, il the, il caffè Touba (caffè tipico senegalese). La cosa peggiore che ho avvertito è stata la sensazione di essere ignorato. Sono arrivato a dicembre, nevicava. Io non avevo mai visto la neve prima,  ho chiesto a mio fratello: “Che ore sono?” Mi ha risposto: “Le 5”. E io: “Le cinque del mattino?” Mi ha risposto: “No, della sera”. Ma fuori era già buio. Quello che mi è entrato immediatamente nel cuore è stato il paesaggio intorno a me. Il Senegal è una pianura con qualche piccola collinetta, spostandosi verso l’interno e andando verso il deserto. L’Italia per me è un paradiso naturale.

Bene. Grazie di questo apprezzamento Abdou. Cosa pensi della cultura che hai incrociato? E degli italiani?immigrati

Siamo diversi, profondamente diversi. Ho capito quanto è pesante la cultura, le tradizioni, la società nella formazione di una persona. Penso, sinceramente, che in Italia ci sia tanta ignoranza: è come se, molte delle persone che ho incontrato di nazionalità italiana, pensassero al fatto che oltre il confine italiano non ci fosse nulla. Forse è un problema dei piccoli comuni: ho vissuto per 8 anni in diversi paesi della Romagna: Rimini, Cattolica, Tavullia e avevo l’impressione che per loro fuori delle loro case non ci fosse nulla. Adesso vivo da pochi mesi a Roma e mi sembra diversa.

Un’altra cosa che mi ha colpito molto degli italiani è la facilità di bestemmiare: appena l’ho sentito la prima volta ho pensato che arrivasse un diluvio universale, quello che nella Bibbia si chiama Apocalisse, una punizione divina insomma.

Sono molto credente, mi spaventava questa mancanza di rispetto. Esiste però un’Italia molto buona, accogliente, con la quale ti senti alla pari e per la quale il colore della pelle davvero non esiste. Quella gente, insomma, che ti parla guardandoti negli occhi, curiosa di conoscerti, che riconosce in te un cervello, un cuore e sangue dello stesso colore. Questa gente, in Italia, è minoritaria, ma per l’importanza che ha supera di gran lunga la parte peggiore. Persone della parte migliore ne ho conosciute e con una di loro mi ci sono anche fidanzato.

Qual’è la cosa peggiore che hai vissuto in Italia?

Il colore della pelle e la clandestinità: è durata 6 anni. Era assurdo per me non poter neanche uscire a comprare le sigarette. Era assurdo pensare di essere nell’obiettivo della polizia senza aver commesso nessun reato. Volevo trovarmi un lavoro, avere i famosi “documenti” ma in ogni posto in cui andavo mi chiedevano il permesso di soggiorno o mi proponevano di lavorare a nero (così ho fatto per diversi anni negli alberghi a Rimini per la stagione balneare, 12 ore di lavoro al giorno, ma dovevo assolutamente avere una paga: sapevo quello che avevo lasciato in Senegal e non potevo deluderli).

Una volta mi hanno beccato nel centro di Rimini, a gennaio 2005, mi hanno chiesto i documenti e portato in caserma. Io non conoscevo neanche l’italiano, ma i carabinieri sono stati capaci di parlarmi in francese. Ero da appena due mesi in Italia. Avevo una busta di plastica piena di borse da vendere che mio fratello aveva comprato per me: non ero un venditore, non lo sapevo fare, non ero capace e le vendite erano state nulle. Ero già rattristato dal crollo di un sogno: un lavoro sicuro come operaio in fabbrica.immigrati e integrazione

In caserma i carabinieri sono stati anche gentili, mi hanno offerto qualcosa da mangiare. Abbiamo parlato della morte del motorista Fabrizio Meoni. Dopo una notte in cella, mi hanno dato un foglio di via e mi hanno detto che entro una settimana avrei dovuto lasciare l’Italia. Sono andato a casa, mio fratello mi ha detto che era normale, tutti gli immigrati ne avevano uno e che potevo buttarlo via. Ho vissuto mesi, fino all’arrivo dei documenti nel 2009, col timore che mi fermassero e scoprissero di questo foglio: avevo letto sul sito www.stranierinitalia.it che potevano arrestarmi e riportarmi a casa in manette.

Segui la politica in Italia? Cosa ne pensi?E della nomina del ministro Kyenge?

A dire il vero seguo più la politica italiana che quella senegalese. Quello che posso dire con certezza è che una cosa comune a tutti i politici è la corruzione: in Senegal, gli aiuti inviati dai Paesi occidentali, finiscono direttamente nelle loro tasche. Nel mio quartiere, i vestiti occidentali erano venduti al mercatino dell’usato. Mai nessuno mi ha regalato qualcosa.

Dell’Italia penso che i giovani non si ribellino abbastanza e neanche concretamente. Solo loro possono cambiare il paese. Nel 2012 in Senegal è stato eletto un presidente molto giovane, dopo 20 anni di governo di quello uscente. Per farlo si sono mobilitati i giovani, ci sono state molte proteste e scontri con la polizia. L’esito delle elezioni è stata una festa per tutti. La politica italiana parla sempre delle stesse cose e questo vuol dire che non risolve mai niente. Parla sempre di Berlusconi, anche quando non è capo del governo. Berlusconi andrà via, ma l’Italia e i suoi cittadini resteranno. E allora? Ho simpatia per Grillo perchè è una persona nuova, dice cose vere secondo me, ma mi sembra troppo comico per fare politica. Urla sempre e non ha mai parlato degli immigrati….cecile kyenge

La nomina della Kyenge mi sembra un po’ una presa in giro: troppe polemiche. L’integrazione sta nella cultura degli italiani, non nel simbolo di una ministra nera. Sono contento però, perchè a parlare di integrazione sarà chi ha vissuto l’immigrazione.

Adesso che fai in Italia? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso cerco lavoro. L’anno scorso, dopo aver finito la stagione a Rimini non sono più riuscito a trovarne uno. Sono un po’ spaventato perchè sento tanti italiani, anche nelle trasmissioni televisive che perdono il lavoro, famiglie intere che vivono con meno di 1.000 euro al mese e mi chiedo, se per gli italiani è così, figuriamoci per gli immigrati. Stavo pensando di andare in Germania, alcuni miei amici che sono la mi dicono che è più facile trovare lavoro però nel frattempo ho conosciuto una persona e ci siamo innamorati. Mi sono trasferito a Roma e spero di trovarmi un lavoro e costruire il mio futuro con lei. Mi piacerebbe avere una famiglia e anche una vita italo-senegalese: portare nel mio Paese qualcosa di quello che manca. Lì non c’è crisi,  è un Paese povero, ma è un cantiere aperto. In Occidente c’è già tutto, lì ancora è tutto da costruire. Spero di mettere su una piccola impresa, vorrei coltivare arance in Senegal, comprare casa in Italia e nel mio Paese, dove porterò i figli che nasceranno qui perchè anche quelle sono le loro origini… Speriamo che non imparino le bestemmie…

(Intervista a cura di Angela Masi)

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