Irrequietezza democratica in Germania dopo il Covid?

Quando il Covid19 è arrivato, ci siamo ritrovati smarriti e privati delle nostre certezze da un momento all’altro un pò ovunque intorno al globo. Quest’epidemia, senza precedenti in tempi recenti, ha colpito il mondo intero in pochissimo tempo. Ha spiazzato quasi tutti, diventando una sfida per virologi ed epidemiologi, per chi lavora nel sistema sanitario, per Governanti e cittadini. Le informazioni provenienti dalla Cina erano poche e l’incertezza riguardo all’evoluzione della situazione è stata tale che il paragone con la Spagnola di cento anni fa sembrava il quadro più realistico e non la proiezione peggiore che si potesse fare! I conti sull’impatto teorico sono rapidamente fatti: rallentare la diffusione del virus è diventata la priorità per proteggere il sistema sanitario da un eventuale sovraccarico, per garantire cure ed assistenza urgente a chi ne ha bisogno e per salvare vite. Una priorità che passa presto al di sopra di molti diritti garantiti costituzionalmente e del funzionamento dell’economia.

In questa situazione d’eccezione alcuni paesi hanno potuto contare su procedure redatte in momenti tranquilli o collaudate in crisi sanitarie precedenti disponendo così almeno di una tabella di marcia sulla quale fare affidamento e un faro che indica la strada nella tempesta. Fin dalle prime segnalazioni di polmonite aggressiva, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam, Giappone, hanno fatto scattare i protocolli creati dopo lemergenza SARS. Le misure: una combinazione di monitoraggio precoce, misure pro-attive, condivisione delle informazioni con la popolazione, ma anche l’utilizzo di tecnologia piuttosto invasiva in stile big data e di sorveglianza a distanza. Non tutte queste misure, però, sarebbero state compatibili con i principi costituzionali e le leggi delle democrazie europee. Quasi ovunque in Europa, infatti, vige il principio della proporzionalità delle misure che obbliga i governi a pesare con molta attenzione le ragioni prima di intervenire con limitazioni sui diritti garantiti ai cittadini in Costituzione. La misura più incisiva sulle nostre libertà in questi tempi di pandemia è stata il lockdown fatto di fermo delle attività produttive e commerciali, distanziamento sociale e divieto di contatto, limitazioni alla libera circolazione e confinamento nelle mura della propria abitazione, chiusura di scuole, università e luoghi di culto. Di fatto una sospensione di molti diritti fondamentali che nessun capo di Governo di un paese democratico ha certamente annunciato a “cuor leggero”.

Lo ha sottolineato la cancelliera Merkel nel suo discorso alla Nazione: mai in 70 anni di Repubblica Federale Tedesca si era reso necessario intervenire così pesantemente sui “Grundrechte”, i diritti fondamentali garantiti ad ogni cittadino nella Costituzione tedesca. Ma per combattere la diffusione di  malattie infettive come il Covid19 la legge tedesca IfSG conferisce al Governo tedesco una procura piuttosto ampia (IfSG, art.28 comma 1, Generalvollmacht). Ovviamente non è un nullaosta a tutto, bensì sottomette ogni azione al principio della proporzionalità. Di conseguenza, le misure prese per contrastare la diffusione del Covid19 dovevano essere

  1. assolutamente indispensabili
  2. senza l’alternativa di strumenti più miti e meno limitanti
  3. limitate nel tempo, verificate di frequente e giustificate se ancora necessarie
  4. idonei per raggiungere lo scopo prefissato

È evidente che si tratta di restrizioni temporanee per raggiungere un livello sufficiente di protezione della popolazione. Quando il Bundestag, il Parlamento tedesco, approva il 25 Marzo 2020 “la situazione epidemica con portata nazionale” secondo quanto richiesto dalla legge IfSG (art 55, comma 1), è consapevole che la pandemia Covid19 avrebbe rappresentato un autentico “stress test” per la democrazia e per lo Stato dei Diritti.

Nell’immediato le decisioni del Governo e del Bundestag sono state ben accettate e rispettate dai cittadini, senza grandi “mal di pancia”, la revisione critica delle misure rimandata a quando il Paese si sarebbe trovato in acque più tranquille. E così, in concomitanza con l’allentamento delle restrizioni di fine aprile, il dibattito pubblico sulla legittimità delle misure di lockdown si è (ri-)acceso, tra giornalisti, giuristi, cittadini e proteste in piazza in molte parti della Germania come la spia visibile del disagio democratico di una parte della popolazione. Una discussione legittima, un elemento vitale in ogni democrazia la libera espressione della propria opinione che, naturalmente, vale anche durante un’epidemia come il Covid19. E quando i cittadini si interrogano se le restrizioni imposte erano e sono (ancora) giustificate, se il Governo avrebbe potuto agire diversamente con misure meno restrittive, la questione deve essere affrontata ora e non più tardi.

Credo che non ci fosse nessun margine per il Governo tedesco per agire in maniera diversa. Forse a posteriori, passata la tempesta, è facile valutare meglio. È ovvio che le decisioni prese nel momento di massima incertezza sull’evoluzione della pandemia erano finalizzate a contenere i danni. A conferma, la Corte costituzionale tedesca (BVerfG) ha appoggiato in larga misura le decisioni del Governo nella fase acuta della pandemia confermando in oltre 120 sentenze le misure di contenimento. Però, con il passare del tempo, la massima corte tedesca è diventata più critica. Così, ad esempio, ha annullato una disposizione amministrativa comunale che vietava una manifestazione in piazza, convertendo il diniego amministrativo in un’autorizzazione con limite di partecipanti e con l’obbligo del rispetto di distanziamento. Come spiega la Corte, tutto deve essere fatto per evitare che la limitazione dei diritti e delle libertà dei cittadini diventi “abituale”, in pratica un invito al Governo a ridurre oppure cancellare le limitazioni il più rapidamente possibile. Invito peraltro colto da fine aprile.

Perché allora continuano le proteste, chi sono i partecipanti, quali sono i motivi che portano in piazza? Come spesso accade nelle proteste, i motivi individuali dei partecipanti sono abbastanza eterogenei e lì si trova il cittadino preoccupato per i suoi diritti accanto a chi è in cerca di soluzioni semplici, a sostenitori di ideologie complottiste, agli estremisti di destra dei vari Pegida ed AfD. Sono questi ultimi che dominano l’immagine pubblica delle proteste, si appropriano delle manifestazioni per i loro scopi, per dimostrare che il “popolo” si solleva contro i governanti, quindi ben lontani dalle preoccupazioni per le limitazioni Covid19 o dalla difesa dei diritti costituzionali. Infatti, gran parte delle richieste dei manifestanti circola da tempo negli ambienti della destra radicale e tra i sostenitori delle ideologie complottiste, soprattutto sui social media, e sono in palese contrasto proprio con i principi della Costituzione che essi pretendono di difendere in piazza.

Per un cittadino democratico sembra allora per nulla facile oggi esprimere la sua preoccupazione  per l’impatto delle misure del lockdown sullo Stato dei Diritti, far sentire la propria voce senza rischiare di finire davanti al carro dell’estrema destra. Ed è qui che la politica deve intervenire, occupandosi di questo cittadino ascoltandolo e dialogando ancora di più, non lasciando il campo agli nemici della democrazia. La democrazia richiede questo confronto sincero, tra politica che decide e cittadini che restituiscono feedback, oggi più che mai. La difesa della democrazia è questo. Perché la democrazia ha bisogno di tutti: dei cittadini responsabili e dei politici che agiscono con misura e lungimiranza rispondendo alla irrequietezza democratica con saggezza e autorevolezza!

Monika Gaschnitz Rossetti

Un commento

  • Bagnasco Sergio

    Ragionamento corretto e condivisibile.
    Sarebbe interessante un parallelo con l’Italia.
    I protocolli antipandemia esistono anche in Italia, ma sono rimasti nel cassetto per diverse settimane invece di essere attivati dal 31 gennaio quando è stato proclamato lo stato di emergenza.
    Anche la nostra Costituzione concede poteri molto ampi allo Stato centrale e al Governo, vedasi art. 117 comma 2° lettera q) che affida allo Stato la competenza legislativa esclusiva in caso di profilassi internazionale e l’art 120 che consente al Governo di sostituirsi agli Enti locali in caso di “pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica” … ma siamo al solito scaricabarili in cui tutti sono colpevoli e quindi nessuno lo è in una generalizzata fuga dalla responsabilità.

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