La crisi della Cina e la lezione da imparare

crisi finanziaria globale

Qualcuno minimizza, ma, a pochi anni dal collasso di Lehman Brothers, siamo forse davanti ad una nuova bolla finanziaria. Certo non siamo tornati indietro nel tempo al 2008, tuttavia è innegabile che gli squilibri di Cina, Giappone ed altri giganti asiatici sono oggi fonte di incertezza e rischi paurosi. Il punto è che queste crisi così frequenti non sono conseguenza inevitabile della globalizzazione, ma della volontà di non disciplinarla.

economia cineseNon occorre essere un esperto di Cina per capire quali sono i tratti salienti dell’economia di Pechino: tanti investimenti e concentrazione sulle esportazioni, ma bassi consumi interni; crescita ancora alta (anche se meno del 7% dichiarato); debito pubblico basso, ma molto alto quello delle amministrazioni locali ed in crescita quello delle famiglie e delle imprese; un sistema bancario ombra il cui peso è difficile da quantificare destinato soprattutto al finanziamento delle imprese (addirittura meccanismi di prestito peer to peer gestiti da operatori virtuali).

crescita pilDal caso cinese possiamo, e dobbiamo, imparare molte lezioni che non siamo ancora riusciti a metabolizzare neanche con una crisi ormai quasi decennale:

  1. Nessuna economia può crescere in eterno a tassi del 7 o del 10%. I paesi europei, casi paradigmatici Italia e Francia, nel secondo dopoguerra, durante i cosiddetti trent’anni gloriosi, crebbero a tassi oggi impensabili. Il Giappone nel secondo dopoguerra fu il primo paese ad ottenere una crescita a due cifre, poi fu la volta di altre tigri asiatiche e infine dal 1990 ad oggi il campione di crescita è stata la Cina. Crescite del 7 o del 10% per molti anni sono possibili solo in paesi che sono stati fermi per decenni, ad un certo punto è naturale che la crescita si smorzi e non riesca, anche nelle migliori situazioni, a superare di molto il 2%.
  2. I mercati che non sono in grado di discriminare le buone aziende dalle cattive aziende sono dannosi. Quando le quotazioni di tutti o quasi tutti i titoli scimmiottano il ciclo economico qualcosa non sta funzionando; caso estremo è quello di un mercato i cui andamenti dipendono solo dalla liquidità disponibile. Affermare che la Borsa cresce solo perché c’è tanta liquidità e che questo non crei problemi è sbagliato.
  3. Governi decisionisti o addirittura dittatoriali come quello cinese non sono in grado di rispondere meglio e più velocemente delle democrazie alle sfide della globalizzazione. Di recente l’Economist in un articolo aveva citato la convinzione di economisti anche liberisti, come l’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini, che oggi governi non democratici o comunque molto potenti rispetto ai parlamenti possano far bene alla crescita. governi autoritariCina e Stati Uniti possono anche aver reagito meglio alla crisi, ma non perché hanno una leadership che non deve confrontarsi con la giornaliera routine del parlamento. Sicuramente un vero governo europeo sarebbe stato più efficace della somma dei tanti governi dell’area euro, ma i modelli di sistema della Cina e degli USA sono molto diversi da quello prevalente in Europa e non sono replicabili qui.
  4. Le bolle generano disparità. Le crisi dei nostri giorni non redistribuiscono ricchezza come fece quella del 1929. Se dopo gli anni trenta eventi come la guerra mondiale e la ricostruzione furono una grande livella (per parafrasare Totò), i patrimoni dei più ricchi dopo il crollo di Lehman in un paio di anni hanno superato i livelli record del 2006-2007, mentre i patrimoni dei più poveri si sono praticamente azzerati e i lavoratori, soprattutto i meno qualificati, ormai affrontano con costi pesanti l’ultima crisi quando ancora non hanno recuperato quello che avevano perso nella penultima
  5. Non sono più sostenibili crisi cicliche e ravvicinate. O si ridisegna una governance globale affrontando temi quali aree di instabilità politica, stati falliti, ambiente, disparità e stabilità del sistema finanziario o questa globalizzazione verrà sepolta dalle sue stesse contraddizioni.
  6. Nella globalizzazione nessuno può considerarsi immune da crisi, anche se avvengono dall’altra parte del mondo.crisi cicliche Il sistema finanziario italiano e quello dei paesi mediterranei era più solido di quello tedesco e soprattutto di quello americano, eppure con la crisi del debito sovrano l’Italia ha pagato più di Stati Uniti e Germania l’onda lunga di Lehman Brothers. I paesi dell’Europa orientale erano convinti di essere meno dipendenti dalla finanza di quelli occidentali per la loro vocazione manifatturiera eppure la crisi ha colpito anche loro (unica eccezione la Polonia). Ora l’instabilità della Cina arriva a sconvolgere le borse mondiali. Molte cose potranno cambiare, ma non bisogna dimenticare che grandi paesi come gli Stati Uniti e la Cina sono in grado di scaricare su terzi il costo degli squilibri che generano, e l’Europa non ha ancora i mezzi per difendersi perché continua ad essere frammentata tra 28 stati diversi.

Salvatore Sinagra

Un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *