La democrazia digitale del M5S

L’intervento di Davide Casaleggio sulla democrazia digitale pubblicato dal Washington Post ha coinciso con lo scandalo del furto dei dati di 50 milioni di utenti di Facebook da parte di Cambridge Analytica (finalizzato al loro utilizzo nelle presidenziali americane). Sicuramente si tratta di due usi diversi dello stesso strumento eppure c’è un’oggettiva convergenza su alcuni punti. La formazione dell’opinione attraverso internet di per sé tende a semplificare e spinge verso un’estremizzazione delle posizioni e delle convinzioni. Salta il passaggio del confronto diretto, mette da parte le procedure, elimina le gerarchie e appiattisce le competenze. Su internet, infatti, conta la frequenza dei contatti. Un incompetente dotato degli strumenti appropriati è in grado di attirare l’attenzione e orientare l’opinione di chi lo segue senza dover rispondere a nessuno, senza contraddittorio, senza verifiche. In questo modo la formazione di un’opinione è unidirezionale e punta direttamente ad un sì o ad un no. Determinante è quindi la funzione di organizzazione e di gestione degli snodi della rete. Se si parla di informazione e di partecipazione è facile instradarla in canali predeterminati da chi controlla i dati. Per questo è così importante, nel caso del M5S, il ruolo della piattaforma informatica gestita dall’associazione Rousseau. Lo ricorda lo stesso Casaleggio nella sua lettera al Washington Post, non chiarendo, ovviamente, che questa è nel suo pieno controllo e non risponde ad altri che a lui stesso.

Parlare di democrazia digitale ignorando questi aspetti inquietanti non è corretto. Internet è uno strumento, ma anche con le migliori intenzioni è difficile garantire la massima trasparenza ed affidabilità di ciò che viene immesso in rete e di come viene gestito. È uno strumento di comunicazione di una potenza sconosciuta nelle epoche passate, ma anche di una pericolosità estrema perché permette la creazione di una realtà virtuale che rivolgendosi all’osservatore isolato davanti allo schermo è in grado di manipolare le menti. Non è forse questa l’epoca dell’intervento russo in una campagna presidenziale americana a sostegno di Trump attraverso la costruzione di notizie false e la loro diffusione a milioni di americani?

Il metodo ormai è collaudato. Lo descrive un rappresentante di Cambridge Analytica ad un giornalista che si è finto suo possibile cliente: “Non bisogna mai condurre una campagna politica sui fatti, ma sulle emozioni e le paure”. “Bisogna analizzare gli utenti per comprendere le loro paure inespresse e bombardarli su quelle per evocarle e portarle alla coscienza”. Non sembra che parli della nostra recente campagna elettorale?

Tornando al M5S, è vero che questo movimento è cresciuto grazie alla rete, ma è vero anche che si è fatto forte di una comunicazione che ha esasperato l’emotività degli italiani. Esempi il “vaffa day” e l’aggressività verbale di Grillo nei confronti di quelli che venivano additati nei suoi interventi pubblici e nei sui scritti sul blog come nemici da condannare innanzitutto per indegnità morale. Ma la possibilità di urlare non è democrazia. Infatti, ai militanti 5 stelle è stato consentito di sfogarsi in rete, ma nel rigoroso rispetto delle scelte strategiche che venivano assunte da un vertice ristretto e autoreferenziale.

Il M5S rivendica con orgoglio e arroganza il superamento della vecchia forma partito. Non a caso Davide Casaleggio afferma nel suo scritto che “La nostra esperienza è la prova di come la Rete abbia reso obsoleti e diseconomici i partiti e più in generale i precedenti modelli organizzativi. (…) La democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, ha dato una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune sono destinate a scomparire. La democrazia rappresentativa, quella per delega, sta perdendo via via significato. E ciò è possibile grazie alla Rete”.

Affermazioni azzardate se messe a confronto con l’esperienza di questi anni fatta dal M5S. In realtà in questa si sono scorte labili tracce di democrazia in generale con il limite invalicabile del duo Grillo – Casaleggio. Probabilmente gli italiani erano più interessati a riconoscersi in qualcuno che esprimesse al massimo livello la loro rabbia e la loro protesta piuttosto che a partecipare in maniera democratica alla costruzione di un’organizzazione politica.

La democrazia digitale presentata come fa Davide Casaleggio più che a un vero sviluppo della democrazia fa pensare al tentativo di conquista del potere da parte di una élite diversa da quelle precedenti. Si prova a dare uno sbocco alle tensioni sociali ed esistenziali di una società in crisi economica e di leadership e intimorita dalla globalizzazione indirizzandole contro la “vecchia” politica e le “vecchie” istituzioni presentate come inefficienti, lontane dal popolo e corrotte. Il problema è che così formulata la democrazia digitale fa un po’ paura perché somiglia molto ad un nuovo tipo di autoritarismo fondato sul controllo della rete

Claudio Lombardi

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