La deriva autoritaria in Europa e nel mondo

deriva autoritaria

La morte del ricercatore Giulio Regeni colpisce per la sua atrocità e preoccupa perché si inserisce in un drammatico trend di compressione della libertà.

Quando nel 2013 Al Sisi ed i suoi sostenitori ribaltarono Mohamed Morsi i governi occidentali videro nella giunta militare un valido argine al fondamentalismo islamico. Fu occidentalizzata la dottrina del ministro degli esteri di Berlusconi Franco Frattini: l’alternativa migliore per il mondo arabo è costituita da dittatori come Gheddafi e la pretesa di esportare i valori occidentali è velleitaria e pericolosa. Stupisce la facilità con cui si è imposta tale dottrina nonostante sia stata partorita da coloro che con Bush padre e figlio hanno “portato la democrazia” in Iraq tra l’altro senza alcuna richiesta da parte dell’ONU e nonostante la storia abbia dimostrato che tutte le dittature desertificano la società, producono alienazione e conseguenze drammatiche come disparità insostenibili ed oligarchie economiche, nazionalismo, terrorismo. In questo senso i disastri nel perimetro dell’ex URSS a cui abbiamo assistito dopo il 1989 sono solo una variante meno atroce delle barbarie dell’ISIS.

terroristi IsisLa fine della storia, preconizzata con troppa fretta da Francis Fukuyama non c’è stata. Mai come oggi dopo il 1989 c’è stata così poca libertà. I regimi autoritari sono sempre più numerosi, i gruppi terroristici impongono le loro folli leggi e la libertà di stampa è ai minimi storici. Secondo il rapporto Freedom of the press 2015 di Freedom House nel 2014 i giornalisti hanno dovuto affrontare “pressioni da tutte le parti”, gli Stati usano il pretesto della lotta al terrorismo per mettere a tacere le voci critiche mentre le organizzazioni criminali sono libere di intimidire le voci fuori dal coro.

In tale contesto sono due i fattori che più colpiscono (i) le compressioni della libertà ormai non riguardano solo nazioni periferiche e storicamente considerate poco democratiche; (ii) la situazione è in rapido deterioramento anche nel perimetro dell’Unione Europea.

Forse il caso più significativo di deriva autoritaria dell’ultimo decennio è la Russia. Già ai tempi di Eltsin era impressionante il numero dei giornalisti uccisi, Putin ha fruito di leggi elettorali ammazza-minoranze e il rapporto del potere con gli oligarchi da anni ha il sapore di un regolamento di conti, ma mai come in questi mesi a Mosca vi è stata una repressione così forte. Pochi anni fa, seppur solo formalmente, Putin lasciò la presidenza per limiti costituzionali, oggi lo zar non sembra più interessato a rispettare, neppure solo formalmente, i principi democratici. PutinA maggio scorso il parlamento russo ha approvato una legge che permette di bloccare l’attività delle organizzazioni non governative che sono considerate una minaccia per “l’ordine costituzionale, la difesa e la sicurezza della Russia” ed arrestare chi collabora con tali ONG. Si noti che il Ministero della difesa stabilisce liberamente quali sono le ONG indesiderate. Tali scelte paiono un ritorno al controllo capillare della società civile esercitato dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Ancor più drammatico dell’involuzione russa è il successo che sta riscuotendo l’idea di fare la guerra alle ONG: tra gli Stati che di recente hanno varato normative restrittive si annoverano Cina, Sud Sudan, Kenya, Egitto, Uganda, la più grande democrazia del mondo l’India e perfino “l’occidentale” Israele. Anche i provvedimenti all’apparenza più moderati, che chiedono solo trasparenza a chi è finanziato dall’estero hanno la finalità di mettere a tacere, magari con la semplice delegittimazione, le voci contrarie al governo.

Preoccupa molto l’atteggiamento nei confronti della stampa del governo Giapponese guidato da Abe. Sono sempre più ricorrenti i casi di volti noti della TV che lasciano il loro lavoro denunciando condizionamenti politici, a fine 2015 il corrispondente da Tokio del Frankfurt Allgemeine Zeitung ha affermato che avrebbe lasciato il Giappone a causa dell’atteggiamento censorio del ministero degli esteri e di recente il parlamento ha approvato una legge che permette di chiudere i programmi “politicamente sensibili”. Un ministro con parole assai inquietanti ha affermato di non voler utilizzare la legge, ma di non poter chiaramente garantire per le scelte di governi futuri. Al di là del crescente revisionismo di Tokyo, c’è ragione di temere che il governo voglia ridurre al silenzio coloro che considerano fallimentare la strategia economica del premier Abe.

regime autoritarioInfine l’autoritarismo è penetrato anche nei confini dell’Unione Europea, nonostante uno dei principi fondanti della casa comune europea sia lo status democratico di tutti i paesi aderenti. Nel decennio precedente al fatidico primo maggio del 2004 che avrebbe portato 8 paesi postcomunisti, poi divenuti 11, nell’UE i candidati all’adesione che avevano un passato al di là della cortina di ferro si sforzarono per rispettare, almeno formalmente, i principi della democrazia. Gli esiti non furono pienamente soddisfacenti in tutti gli Stati candidati: si poteva fare di più per il rispetto delle minoranze russofone sul baltico; il primo governo Orbán (1998-2002) in Ungheria fu caratterizzato da rapporti che sarebbe un eufemismo definire poco sereni con la stampa e poco dopo l’adesione all’UE in Slovacchia nacque un governo rosso-bruno capitanato dall’attuale premier Robert Fico (2006-2010) che era ossessionato dalla minoranza magiara che vive nel paese. Sarebbe frettoloso dire che non si doveva fare l’allargamento ad est, avremmo affidato l’occidentalizzazione o la trasformazione di una fetta d’Europa a Bush figlio e forse avremmo rischiato di avere non una ma “tre o quattro Ucraine”, tuttavia i sintomi di una transizione alla democrazia incompleta e superficiale furono trascurati, si pensò che la crescita economica avrebbe guarito tutte le ferite e che le istituzioni UE avrebbero usato sapientemente bastone e carota per difendere la democrazia. politica estera EuropaLa storia ci ha dimostrato che la crescita non guarisce tutte le ferite e molte tigri dell’Europa dell’est hanno un un’incidenza della povertà che somiglia molto a quella greca, mentre le istituzioni UE, impantanate sulla questione del debito sovrano, usate come parafulmine dai governi nazionali e costrette a fronteggiare il populismo dilagante, non appaiono in grado di limitare le derive dei governi di estrema destra dell’Europa orientale. Il punto di non ritorno è stato il secondo governo Orbán: l’autocrate ungherese ha fatto votare leggi sulla cittadinanza che puzzano di revisionismo ed ha smantellato progressivamente tutti i poteri indipendenti. I governi dell’Unione avrebbero dovuto sospendere l’Ungheria e sterilizzare il suo voto in tutte le istituzioni dell’UE, ma in un contesto difficile per l’Unione e per l’euro nessuno ha avuto il coraggio di aprire un fronte ungherese dopo quello greco. Oggi di sicuro la Polonia si sta “orbánizzando”, altri paesi dell’Europa dell’est sembrano voler seguire il cattivo esempio e la Turchia di Erdogan, che in questi anni ha fatto una vera e propria inversione a U nel percorso verso la democrazia, sembra avere un potere di ricatto immenso nei confronti dell’UE per il peso che ha nella vicenda dei rifugiati.

Serve quindi un’Unione Europea con una vera politica estera ed una riforma delle organizzazioni internazionali a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Solo salvando la democrazia onoreremo la memoria di Giulio Regeni.

Salvatore Sinagra

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