La diseguaglianza cresce (di Rossella Rossini)

Cresce il divario tra ricchi e poveri nella maggior parte dei paesi dell’Ocse.

Nei trent’anni che hanno preceduto la recente crisi economica il differenziale retributivo e dei redditi familiari si è accentuato e questa tendenza non si è arrestata neanche nei periodi di crescita economica e occupazionale sostenuta. La diseguaglianza è diventata una preoccupazione mondiale, sia per i responsabili delle politiche governative che per l’insieme della società.

Oggi, nelle economie avanzate, il reddito medio del decile più ricco della popolazione supera di circa nove volte quello del decile più povero e la diseguaglianza è diventata una preoccupazione mondiale, sia per i responsabili delle politiche governative che per l’insieme della società. In alcuni paesi, come Israele, Turchia e Stati Uniti, il differenziale è cresciuto in modo ancora più drastico, fino a toccare il rapporto di 14 a 1. Persino nei paesi tradizionalmente più egualitari come Germania, Danimarca e Svezia il divario tra ricchi e poveri si è ampliato rispetto agli anni ’80, passando da un rapporto di 5 a 1 all’attuale 6 a 1. Solo pochi paesi sono riusciti a invertire la tendenza, come Cile e Messico, dove tuttavia la fascia più ricca della popolazione ha un reddito medio 27 volte superiore a quello della fascia più povera. Nei paesi emergenti, la crescita economica ha contribuito a ridurre in misura incisiva la povertà, ma nello stesso tempo i livelli già alti di diseguaglianza economica sono ulteriormente aumentati. Tra i cosiddetti paesi Bric, solo il Brasile è riuscito a ridurre la diseguaglianza in modo sostanziale, benché con un rapporto di 50 a 1 registri il differenziale più ampio tra tutta l’area Ocse.

Questo è il quadro che emerge dal Rapporto Ocse 2011 “Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising”, presentato a Roma presso la sede centrale dell’Istat.

E in Italia? Nel nostro paese la diseguaglianza dei redditi è superiore alla media dei paesi Ocse, più elevata che in Spagna, ma inferiore a Portogallo e Regno Unito. Nel 2008, ultimo anno di riferimento del Rapporto, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877), indicando un aumento della diseguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni ’80. In particolare, la proporzione dei redditi più elevati è aumentata di oltre un terzo (l’1% più ricco degli italiani ha visto crescere la sua quota di reddito sul reddito totale dal 7% nel 1980 al 10% nel 2008).

All’aumento della diseguaglianza ha contribuito l’aumento dei redditi da lavoro autonomo (+ 10%) e nella stessa direzione ha spinto l’andamento delle ore lavorate, con i lavoratori meglio pagati che lavorano di più (dalla metà degli anni ’80 il numero annuale delle ore lavorate dai lavoratori meno pagati è sceso da 1580 a 1440 e quello dei lavoratori meglio pagati è sceso in minor misura, da 2170 a 2080). Inoltre, non sono estranei all’impoverimento crescente delle famiglie meno abbienti l’andamento demografico e la mutata composizione dei nuclei familiari. Le imposte sui redditi e i sussidi sociali hanno un ruolo importante nella redistribuzione del reddito in Italia, riducendo la disuguaglianza di circa il 30% – la media Ocse è un quarto. Ma anche nel nostro paese la redistribuzione è diminuita in riferimento ai servizi pubblici. Ad esempio, come in molti paesi dell’Ocse, in Italia sanità, istruzione e servizi pubblici destinati alla salute contribuiscono a ridurre di circa un quinto la diseguaglianza di reddito: ma la riduzione era pari a un quarto nel 2000 e oggi si assiste a un taglio progressivo della spesa sociale, sia sotto forma di servizi e che di erogazioni monetarie.

Proprio le politiche dirette di redistribuzione, fiscali e previdenziali, sono indicate dal Rapporto Ocse come strumenti essenziali di riduzione delle diseguaglianze di reddito, unitamente a un’offerta pubblica di servizi di qualità nei campi dell’istruzione, della sanità, della protezione sociale e dei servizi alla famiglia. Ma da sole non sono “né efficaci, né sostenibili, soprattutto nell’attuale clima di restrizioni di bilancio”. Ecco allora il ruolo cruciale svolto dall’occupazione per ridurre le disparità economiche, che si creano prioritariamente nel mercato del lavoro (complici, afferma il Rapporto, la pressione della globalizzazione e la polarizzazione indotta dal progresso tecnologico, soprattutto nei campi dell’informazione e della comunicazione, che ha ampliato i differenziali retributivi avvantaggiando maggiormente i lavoratori più qualificati). Prioritari sono dunque gli investimenti nel capitale umano lungo l’intero arco della vita lavorativa, mediante la formazione e la riqualificazione.

Rossella Rossini da www.lib21.org

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