La giustizia giusta nelle parole di Marta Cartabia

La Costituzione è spesso citata, ma forse, non è conosciuta abbastanza non solo nella lettera delle sue norme, ma anche nel loro senso. C’è però un’istituzione che ha il compito di farla rispettare conservandone lo spirito: la Corte Costituzionale. La sua presidente, Marta Cartabia, ha rilasciato a Repubblica un’importante intervista centrata sui temi della giustizia della quale pubblichiamo alcuni estratti.

“La giustizia deve sempre esprimere un volto umano: ciò significa anzitutto – come dice l’articolo 27 della Costituzione – che la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità; ma anche che la giustizia deve essere capace di tenere conto e bilanciare le esigenze di tutti: la sicurezza sociale, il bisogno di giustizia delle vittime e lo scopo ultimo della pena che è quello di recuperare, riappacificare, permettere di ricominciare anche a chi ha sbagliato”.

La Corte opera con gli strumenti che le sono propri e nei limiti che sono imposti al suo agire: giudicando le leggi, eliminando gli ostacoli incostituzionali all’effettivo reinserimento sociale di chi in carcere ha davvero colto l’opportunità di una seconda chance”. “La Corte fa la sua parte, ma occorre l’azione responsabile e convinta di molti: il legislatore, i giudici, la polizia e l’amministrazione penitenziaria, i servizi sociali, le associazioni di volontariato”.

(La presidente risponde ad una domanda sulla decisione della Corte in merito alla legge Spazzacorrotti)

“La Corte ha semplicemente applicato uno dei principi fondamentali della civiltà giuridica in materia penale che vieta l’applicazione delle leggi più severe ai fatti commessi prima della loro entrata in vigore. La Spazzacorrotti ha inasprito il regime penitenziario per i reati contro la pubblica amministrazione, assimilandoli a quelli di criminalità organizzata e terrorismo, ed è stata applicata anche ai reati commessi prima della sua entrata in vigore”.

“La nostra decisione ha colpito non la legge, ma la sua interpretazione retroattiva, con una sentenza che tecnicamente definiamo “interpretativa di accoglimento”. La legge di per sé non disponeva l’applicazione retroattiva, ma nemmeno la escludeva, non avendo previsto nessuna disciplina transitoria per i fatti pregressi. Si tratta comunque di una decisione che introduce un’importante innovazione perché chiarisce che il divieto di retroattività delle leggi penali riguarda anche quei cambiamenti nel regime penitenziario che comportano una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale, rispetto a quella prevista al momento del reato”.

“È da molti anni che la Corte sta lavorando perché il carcere rispecchi “il volto costituzionale della pena”, come disse in una sentenza del 1980. L’articolo 27 della Costituzione parla di pena, non solo di carcere, che deve tendere alla rieducazione del condannato: dare una seconda chance. Negli anni più recenti la Corte sta sviluppando in particolare tre principi: proporzionalità, flessibilità della pena, individualizzazione. La proporzionalità è contro le pene eccessive, l’individualizzazione è contro le pene fisse, la flessibilità è contro le pene che non possono essere modificate nel corso dell’esecuzione”.

(La presidente risponde ad una domanda sulla proiezione del docufilm “Viaggio in Italia” che documenta le visite nelle carceri dei giudici costituzionali)

“Ci sono state ben 36 proiezioni in Italia e all’estero e già ne sono fissate altre 21, nei cinema, nei tribunali, negli auditori, nelle carceri, nei luoghi di cultura, nelle scuole per citare solo quelle alle quali la Corte ha partecipato, quindi si può dire che partendo dal luogo più remoto della società – qual è il carcere – la Corte sta parlando a tutti, ovunque, e sta portando la Costituzione a tutti, ovunque. Del resto, la Costituzione e i suoi valori vivono e muoiono nella società: il dovere, e la responsabilità della nostra Corte, è custodire e al tempo stesso promuovere quei valori, farli ritrovare a chi li ha smarriti, tenerne viva la coscienza, diffonderne la conoscenza tra le più giovani generazioni. Un compito, peraltro, a cui tutti devono concorrere, con modalità diverse, anche l’informazione”.

“La Corte non è un attore politico e non ha un programma politico da realizzare. La sua azione non può essere compresa attraverso chiavi di lettura di tipo politico, come la contrapposizione “destra-sinistra”. Non bisogna mai dimenticare la grande distinzione tra istituzioni politiche e istituzioni di garanzia. Il Parlamento e il governo sono istituzioni politiche. Il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e i giudici sono organi di garanzia, cioè arbitri. La Corte costituzionale deve vigilare che le decisioni degli attori politici rispettino sempre gli argini segnati dai principi costituzionali. E per farlo, talvolta deve “bocciare” – come si dice in gergo giornalistico – una legge, un referendum, o altri atti dei pubblici poteri. La Corte non agisce mai come l’avversario politico di una parte. La Corte è garante della Costituzione, che è la casa comune di tutti, come diceva Giorgio La Pira”.

(La presidente risponde ad una domanda sui tempi della giustizia)

“È evidente che i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l’imputato non è in carcere. Che il processo debba avere una ragionevole durata è un principio di civiltà giuridica scritto nelle norme internazionali ed esplicitato nella Costituzione dal ’99. Sono molti i fattori che concorrono alla lunga durata del processo, alcuni di natura organizzativa, altri legati alla necessità di accuratezza delle prove e alle garanzie per l’imputato. Perciò, risolvere questo problema richiede un’azione su vari fronti e certamente una riflessione pacata di tutti, al di là di ogni steccato ideologico. “

“Una giustizia giusta, se vogliamo usare quest’espressione, è una giustizia che permette di guardare al futuro, che non si pietrifica su fatti passati che pure sono indelebili. La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta. Perché la giustizia vendicativa – ce lo insegna la tragedia greca, in particolare l’Orestea di Eschilo – distrugge insieme gli individui e la polis, mentre una giustizia riconciliativa realizza l’armonia sociale. “

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